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Oncologia

Tumore al seno triplo negativo: l'immunoterapia funziona

pubblicato il 23-10-2018

Immunoterapia efficace nel tumore al seno triplo negativo metastatico. In associazione con la chemioterapia migliora la sopravvivenza. I dati presentati ad Esmo

Tumore al seno triplo negativo: l'immunoterapia funziona

Nel tumore al seno, l'immunoterapia ha sempre stentato a decollare. Ora cominciano ad arrivare i primi risultati positivi. Nel carcinoma della mammella triplo negativo metastatico (mTNBC), il più difficile da trattare tra i tumori al seno, l'utilizzo combinato dell'immunoterapico atezolizumab e del chemioterapico nab-paclitaxel migliora le prospettive di cura rispetto all'utilizzo della sola chemioterapia. Un risultato storico -si tratta del primo studio di fase III a dimostrare l'efficacia dell'immunoterapia nel mTNBC in prima linea- presentato al congresso dell'European Society of Medical Oncology (ESMO) e pubblicato in contemporanea dal New England Journal of Medicine.

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TRIPLO NEGATIVO: IL TUMORE AL SENO PIU' DIFFICILE DA CURARE

Tra i tumori al seno quello più difficile da trattare è il triplo negativo. Particolarmente diffuso al di sotto dei 50 anni e in chi presenta mutazioni nel gene BRCA1, questa forma tumorale rappresenta circa il 15-20% di tutte le neoplasie della mammella. Ma mentre le altre forme possono essere curate con buoni risultati, il triplo negativo è particolarmente aggressivo e presenta una sopravvivenza media dalla diagnosi nettamente inferiore rispetto alle altre forme. Il nome “triplo negativo” deriva dal fatto che in questo specifico tipo di tumore al seno, a differenza di altri tumori mammari, le cellule non possiedono sulla loro superficie la proteina HER2, né i recettori per gli estrogeni e per i progestinici. L’assenza di questi “target” rende il mTNBC particolarmente difficile da trattare.


NEI mTNBC E' PD-L1 IL TARGET DA COLPIRE

Nonostante l’assenza di target specifici è stato dimostrato che alcune cellule di tumore al seno triplo negativo metastatico esprimono il recettore PD-L1, una proteina di superficie che consente alla cellula cancerosa di “spegnere” la risposta immunitaria e proliferare così incontrollata. Un meccanismo identificato diversi anni fa grazie agli studi dei Nobel per la medicina di quest’anno e che hanno posto le basi allo sviluppo dell’immunoterapia. Partendo da questa osservazione sono iniziate le prime sperimentazioni dell'immunoterapico atezolizumab, un anticorpo diretto contro PD-L1, nel trattamento del tumore al seno triplo negativo. Atezolizumab infatti è già stato sperimentato con successo in diverse neoplasie, tumore del polmone in primis.


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IMMUNOTERAPIA E CHEMIOTERAPIA:
AUMENTA LA SOPRAVVIVENZA

Una delle sperimentazioni più in fase avanzata è lo studio IMpassion130, il primo trial clinico randomizzato di fase III ad aver dimostrato che l'utilizzo dell'immunoterapia con atezolizumab, in combinazione alla classica chemioterapia con nab-paclitaxel, migliora il trattamento del tumore al seno triplo negativo metastatico. Dai risultati presentati al congresso ESMO emerge infatti che l'associazione dei due farmaci porta innanzitutto ad un beneficio in termini di sopravvivenza globale nei pazienti PD-L1 positivi rispetto a quelli che non presentano la positività al marcatore PD-L1. Nell’analisi emerge infatti che atezolizumab e nab-paclitaxel, ad oggi (lo studio sta continuando) prolungano la sopravvivenza di quasi 10 mesi rispetto alla sola chemioterapia (25 mesi rispetto a 15,5). Un risultato che si spera possa essere ancora migliore nei prossimi mesi quando saranno disponibili i nuovi dati. Risultato confermato, seppur in maniera minore, anche in quei pazienti che non esprimono PD-L1. Ma c'è di più: i risultati di IMpassion130 sono positivi anche sul fronte della Progression Free Survival (PFS) - la progressione libera da malattia -, il periodo di tempo in cui la malattia non progredisce documentata mediante esame TAC o risonanza magnetica nucleare. In questo caso, a oggi, con l'associazione dei due farmaci la PFS è di 7.5 mesi rispetto ai 5 della sola chemioterapia. Un buon risultato se si pensa che sino ad ora non vi erano stati progressi terapeutici


ORA L'IMMUNOTERAPIA E' ANCHE PER IL TUMORE AL SENO 

Questi dati, che presi globalmente mostrano l’efficacia di atezolizumab quale prima immunoterapia nel trattamento del mTNBC, hanno il potenziale di modificare la pratica clinica. «Quanto dimostrato - spiega Luca Gianni, direttore del dipartimento di oncologia medica del San Raffaele Cancer Center - inserisce a pieno diritto le neoplasie mammarie nel novero, ormai molto largo, di possibili indicazioni dell’immunoterapia nel campo dei tumori. Da questo punto di vista, si tratta di una prima dimostrazione di grandissima importanza, non soltanto per il principio che viene affermato ma anche perché sostanzialmente si tratta di un vantaggio dal punto di vista della durata, del beneficio offerto dalla somministrazione di questi farmaci, soprattutto nei casi di tumori che avevano una presenza di espressione di PD-L1. Esiste comunque la necessità di valutare a distanza di tempo l’effetto sulla sopravvivenza: se si osserverà una conferma a distanza di tempo, direi che il passo potrà essere definito con buone ragioni un passo da giganti».

 

Daniele Banfi
Daniele Banfi

Giornalista professionista è redattore del sito della Fondazione Umberto Veronesi dal 2011. Laureato in Biologia presso l'Università Bicocca di Milano - con specializzazione in Genetica conseguita presso l'Università Diderot di Parigi - ha un master in Comunicazione della Scienza. Collabora con diverse testate nazionali.


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