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Pediatria

Come aiutare a non leggere toma per Roma

pubblicato il 30-05-2011

La dislessia colpisce 4 persone su cento e si manifesta fin dalle elementari, ma si può aggirare, come suggerisce un grande neuropsichiatra infantile

Come aiutare a non leggere toma per Roma
La dislessia colpisce 4 persone su cento e si manifesta fin dalle elementari, ma si può aggirare. Fra i grandi dislessici Winston Churchill, Orlando Bloom, Tom Cruise, Walt Disney e Daniel Pennac

C’è un Pinocchio girato di spalle che rivendica: «Non sono un Asino, non sono Stupido, non sono Pigro. Sono Dislessico». Compare in uno dei siti web dedicati a questo «disturbo specifico dell’apprendimento» (DSA), così come compare la consolante chiamata in causa dello scrittore bestsellerista  Daniel Pennac, bocciato più volte da piccolo perché segnato, più che dalla dislessia forse, da disortografia, incapacità a scrivere correttamente le parole, altro debilitante DSA. Quale miglior prova del suo clamoroso successo che un DSA, se non si può risolvere, salvo rari casi, tuttavia si può egregiamente aggirare?

IGNORANZA DEL PROBLEMA - In ambedue gli esempi citati emerge il grande nemico dei bambini colpiti da uno di questi disturbi: l’ignoranza del problema da parte degli adulti, la difficoltà a capire e correttamente diagnosticare. Perciò si finisce ingiustamente rimproverati o bocciati.
E la dislessia – fermiamoci a questo disturbo – non è problema di pochi. «Colpisce il 4% della popolazione, una cifra enorme», afferma il professor Cristiano Termine, neuropsichiatra infantile che fa parte del direttivo dell’Associazione Italiana Dislessia (AID). Si calcolano in 350mila quanti ne sono interessati nel nostro paese. Ma cosa si intende esattamente con questo oscuro vocabolo? Già dissezionandolo secondo etimologia si viene illuminati: il prefisso dis-, mancante, sbagliato più lexis, lettura in greco dà come senso: cattiva lettura. E il professor Termine in effetti precisa: «E’ un disturbo specifico di apprendimento della lettura, una difficoltà inattesa ad imparare a leggere. Dunque si manifesta quando il bambino va alle elementari e il problema poi persiste per tutta la vita, con diversi gradi di compensazioni».

DISLESSICI SI NASCE -  Da che cosa deriva la dislessia? «E’ un aspetto costitutivo dell’individuo, un’alterazione su base neurobiologica. Si nasce dislessici».  A volte ci sono bimbi che già in età prescolare manifestano un disturbo del linguaggio, nel senso che non riescono a comporre  i suoni delle parole oppure hanno un dizionario ridotto. «E’ il caso di stare all’erta», consiglia Cristiano Termine «perché sono a rischio di avere difficoltà ad acquisire la lettura. Alcune forme di difficoltà a leggere, invece,  non hanno alcuna base linguistica, ma vengono più dalle funzioni visive superiori. Mi spiego: il bambino ci vede benissimo (oltre a essere di intelligenza normale), ma a livello cerebrale le strutture del processamento visivo hanno alcune alterazioni».

NON E’ SVOGLIATEZZA - Dislessici si nasce e si resta, non esistono medicine o interventi chirurgici, dice il neuropsichiatra. Che si fa allora? «La prima cosa è individuare precocemente il disturbo perché i bambini non vengano frustrati e ‘frustati’ dagli insegnanti. Con la conseguenza di disamorarli verso la scuola e l’apprendimento. Ma i maestri e le maestre spesso non sanno nulla di questo disturbo, a volte co-presente con la difficoltà a scrivere. Si vede solo che lo scolaro non impara a leggere o che commette numerosi errori di ortografia. Allora si ipotizza che non si applichi, che non abbia voglia di studiare e lo si tartassa. Invece questi bimbi si sono eventualmente applicati il doppio dei compagni ma senza risultato. In ragazzi così incompresi la frustrazione può complicare i comportamenti».

COME ACCORGERSENE -  Che cosa vede, anzi sente, un maestro da un bimbo dislessico? «Una gran lentezza nella decodifica delle parole scritte, facilmente una lettera scambiata con un’altra. E’ proprio il caso di dire che questi scolari leggono toma per Roma. Ne deriva anche in alcuni casi la difficoltà a capire il testo». Perciò più facilmente saranno presi per “stupidi”.  

SI IMPARA ANCHE ASCOLTANDO - «Già», continua il professor Termine. «Ma se lo stesso testo è letto da un altro, apprendono normalmente, come i compagni. Ecco uno dei modi per intervenire: non leggi tu, leggo io a voce alta per te. Così si salvaguarda l’integrità psichica e l’autostima dei bambini. A questo va aggiunta la riabilitazione con un logopedista che rinforza le abilità di base ed insegna strategie alternative». E l’esito? «Buoni risultati attraverso strumenti compensativi per affrontare lo studio, ma raramente si giunge a una risoluzione totale del disturbo .

NON CI SONO PORTE CHIUSE - Ma  un dislessico può studiare anche al liceo e all’università? «Certo, devono però ricorrere in modo massiccio a strategie alternative. Ora vi sono dei programmi informatici di ‘sintesi vocale’ che usano anche i ciechi per cui a leggere il testo è il computer. Inoltre, oggi, ecco gli audiolibri, una grande risorsa in espansione». Per dimostrare come le vie del successo siano aperte anche ai dislessici (spesso afflitti anche da discalculia, difficoltà con i calcoli e la memorizzazione delle tabelline) lo specialista dell’Associazione Italiana Dislessia cita, oltre a Daniel Pennac, Winston Churchill, Orlando Bloom, Tom Cruise, Walt Disney. Troppo facile ironizzare che forse quest’ultimo si gettò ad animare i disegni cavandosela male con le parole...

LA BUONA NOTIZIA  - La vera novità sul tema della dislessia, ma pure degli altri tre disturbi specifici dell’apprendimento (disgrafia, disortografia, discalculia), è che l’8 ottobre 2010 è stata varata una legge, la n. 170, che prevede la formazione degli insegnanti a saper riconoscere questi disturbi e la tutela dei ragazzi con queste difficoltà grazie all’apporto di mezzi di studio alternativi o dispensandoli da alcune attività non essenziali. Un esempio: sottoporli a esami orali anziché scritti.

SALVATI DAGLI INSEGNANTI - Sempre Pennac, che prima d’essere scrittore è stato insegnante, presentando il suo libro Diario di scuola, parlò del «dolore e della solitudine di un bambino che non capisce in un mondo di ragazzi che capiscono» e ricordò con gratitudine alcuni suoi docenti che «si buttarono e, non avendocela fatta,  si buttarono di nuovo» fino a salvare lui e altri allievi. E non solo dall’abbandono scolastico.

Serena Zoli


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