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Pediatria

La poppata che protegge il tuo bambino

pubblicato il 09-08-2012
aggiornato il 06-09-2017

Il latte materno rappresenta la miglior difesa immunitaria del neonato e tuttavia in alcuni specifici casi può diventare veicolo di infezioni. Quali sono le malattie che davvero rendono controindicato allattare al seno

La poppata che protegge il tuo bambino

Il latte materno rappresenta la miglior difesa immunitaria del neonato e tuttavia in alcuni casi può diventare veicolo di infezioni. Quali sono le malattie che davvero rendono controindicato allattare al seno.

«L’allattamento al seno è uno strumento di salute pubblica per quale esistono davvero poche controindicazioni» dichiara Marcello Lanari, direttore dell’U.O. di Pediatria e Neonatologia dell’Ospedale di Imola e segretario nazionale del Gruppo di studio di Infettivologia neonatale della Società Italiana di Neonatologia (Sin). «Sono ormai ben noti i benefici per le mamme, non ultima una protezione contro i tumori del seno. Inoltre  si sa che il latte materno è un alimento equilibrato, contiene cellule vive ed anticorpi che il latte formulato non ha. Ha un effetto importante sul sistema immunitario. Da un lato fornisce difese attraverso le immunoglobuline A (IgA), anticorpi specifici che bloccano i patogeni; dall’altro agisce da immunomodulatore, arricchendo la microflora dell’intestino, nel quale ha sede la parte più sviluppata del sistema linfatico, il “sistema anti-infezioni” dell’organismo». Tuttavia esistono alcune condizioni per cui l’allattamento è controindicato.

L’Hiv è un virus cattivo. Nei Paesi dove è endemico il 25% dei bambini nati da mamme sieropositive non curate con farmaci antiretrovirali acquisisce l’infezione. Se le mamme allattano, la quota sale al 40%. Molti scienziati, però, sono interessati a quel 60% di bambini che non si infetta nonostante l’esposizione ripetuta al virus per anni. Perché? Da questa domanda sono partiti diversi studi sulle proprietà del latte materno che da un lato è un potenziale veicolo di trasmissione di malattie infettive (anche se in misura minore di quanto si creda) e dall’altro è una potente “pozione” protettiva per i lattanti.

Nel caso dell’Hiv, l’attenzione dei ricercatori si è di recente focalizzata su alcuni anticorpi specifici contenuti nel latte umano, o sui Toll-like Receptor, i “sensori” con cui le cellule del sistema immunitario percepiscono la presenza di patogeni (e che sono valsi il Nobel per la medicina 2011). Per il momento sono studi d’avanguardia con poche ricadute pratiche. Ma è un indizio in più del fatto che le poppate sono preziose. Perchè il latte materno favorisce la protezione da parte di agenti infettivi esterni. «Dove ci sono condizioni igieniche scadenti e non c’è latte materno, i bambini muoiono di gastroenteriti e malattie infettive –  osserva ancora il pediatra -. Tanto da mettere sulla bilancia questi rischi con quello di essere contagiati dall’Hiv». L’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2010 ha ribadito che dove il virus è endemico e il latte artificiale scarseggia o non è sicuro (polveri non ben conservate e acqua non potabile), si consiglia l’allattamento al seno, purché esclusivo, e si somministrano farmaci antiretrovirali.

Ovviamente ben diverso da noi. «L’allattamento materno da donna Hiv positiva è associato a un aumento del 12-15% delle possibilità di contagio. Nei Paesi ad alto reddito l’alternativa del latte di formula è sicura, alle madri Hiv positive viene sconsigliato l’allattamento al seno, e in Italia il Sistema Sanitario Nazionale si fa carico del latte in polvere per i primi 6 mesi di vita del bambino».

Se per l’Hiv è certa la trasmissione con il latte materno (come per l’Htlv, malattia circoscritta a poche aree del mondo), per molte altre infezioni la situazione è meno netta. «Le infezioni possono passare da madre a figlio in molti modi, con la gravidanza, il parto, la saliva, le ferite sul capezzolo…». In generale, ci sono molti timori e parecchia disinformazione sull’argomento. Vi sono donne, ad esempio, che scoprono di avere un tumore al seno e temono di avere “passato qualcosa” al proprio bambino. «Paure infondate. Il tumore non è una malattia infettiva e le cellule tumorali non “contagiano” altre persone per via digestiva» risponde Lanari.

Con l'aiuto del dottor Lanari, ecco uno schema sulle condizioni che possono rendere controindicato allattare:

Tubercolosi: anche in caso di Tbc attiva, non c’è una controindicazione assoluta. Se c’è una forma particolare localizzata al seno, il latte è probabilmente infetto e non va somministrato, ma per le forme respiratorie o intestinali generalmente non c’è passaggio del micobatterio nel latte. Il problema è che una mamma con Tbc attiva può trasmettere il batterio per altre vie (tosse) e assume farmaci che possono essere controindicati nell’allattamento. Quindi il consiglio è: prima curarsi, poi eventualmente usare il latte materno. Si può riprendere l’allattamento dopo 2 settimane di terapia, quando il micobatterio è stato eliminato.

Varicella: è contagiosa da 1 a 4 giorni prima che l'eruzione cutanea si manifesti, poi il rischio si riduce e può durare fino alla comparsa delle croste. C’è un estremo rischio in gravidanza che il virus attraversi la placenta e raggiunga il feto (specie se l’esantema materno compare in un periodo compreso tra 5 giorni prima e due dopo il parto) con conseguenze anche gravissime. L’allattamento è da evitare se ci sono lesioni sul capezzolo, altrimenti si può tirare il latte e farlo dare da altri per non contagiare il neonato con le secrezioni respiratorie.

Epatite B: se la mamma è affetta da epatite B attiva, il passaggio del virus con il latte può avvenire, ma la prassi prevede che i neonati siano sottoposti a profilassi con vaccino più immunoglobuline nelle prime 24-48 ore di vita, risultando così immuni.

Epatite C: fra gli specialisti il dibattito in corso è piuttosto ampio, la trasmissione attraverso il latte non è dimostrata. In generale, però, si tende a non sconsigliare l’allattamento, a meno che ci siano lesioni sul capezzolo che comportino passaggio di sangue.

Infezioni respiratorie: l’epidemia di influenza nota come «suina», l’H1N1, è servita a definire delle norme per questa famiglia di patologie. Non è assolutamente necessario smettere di allattare. Bisogna però schermare molto bene bocca e naso, con mascherina asciutta, lavare bene il seno. Molti virus sopravvivono sulle superfici (mani, maniglie, rubinetti, interruttori…). Lavare con molta cura le mani, indossare abiti puliti. Queste precauzioni valgono anche per Adenovirus, influenza, Haemophilus, parotite, Mycoplasma, Vrs (virus respiratorio sinciziale, principale causa di bronchioliti nel primo anno di vita).

Citomegalovirus: il 70% delle donne in età fertile ha già contratto il citomegalovirus (Cmv), che come altri herpesvirus quando contratto va in latenza e resta nell’organismo ospite finché vive. Può essere pericoloso (provocando fra l’altro deficit motori, auditivi e cognitivi) se contratto in gravidanza; dopo la nascita, invece, in genere non dà sintomi (tuttalpiù manifestazioni simili a quelle di un’influenza), fuorché per alcune categorie a rischio, come i neonati prematuri o le persone immunodepresse. Il latte materno è la principale via di trasmissione (innocua) del virus da madre a figlio, nei bambini nati pretermine sono state documentate infezioni per questa via, ma senza effetti a lungo termine. Ecco perché, mentre per un neonato nato al momento giusto l’indicazione è di allattare anche se la mamma è portatrice del virus,  nel caso di un bimbo pretermine la questione è invece dibattuta.

Donatella Barus

Donatella Barus
Donatella Barus

Giornalista professionista, dirige dal 2014 il sito della Fondazione Umberto Veronesi. E’ laureata in Scienze della Comunicazione, ha un Master in comunicazione. Dal 2003 al 2010 ha lavorato alla realizzazione e redazione di Sportello cancro (Corriere della Sera e Fondazione Veronesi). Ha scritto insieme a Roberto Boffi il manuale “Spegnila!” (Rizzoli), dedicato a chi vuole smettere di fumare.


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