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Alimentazione
Fabio Di Todaro
pubblicato il 04-12-2017

La crisi economica fa peggiorare la dieta degli italiani



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L'alimentazione di un connazionale su cinque è peggiorata tra il 2010 e il 2013. Più prodotti di stagione e meno pietanze pronte per mangiare bene senza svenarsi

La crisi economica fa peggiorare la dieta degli italiani

Le sue proprietà sono elogiate a tutte le latitudini. Ma la realtà dei fatti è meno incoraggiante: sempre meno persone seguono la dieta mediterranea. Questione di denari, innanzitutto: la crisi economica ha portato gli italiani a mangiare peggio. E a poco serve in l'aumento della conoscenza sui benefici apportati da una dieta di tipo prevalentemente vegetariano, se chi ha le tasche vuote alla fine si ritrova costretto a mangiare di meno o a mettere a tavola alimenti di qualità inferiore.


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 L'IMPATTO DELLA CRISI ECONOMICA SULLA DIETA

Su quale fosse l'impatto della crisi economica sulle scelte alimentari, finora non s'era trovata una sintesi. Alcuni studi, come questo pubblicato sulla rivista dell'Associazione Italiana di Epidemiologia, avevano evidenziato come le ridotte possibilità di acquistare carne e formaggi potessero avere determinato un miglioramento complessivo della dieta. Altri, l'ultimo dei quali pubblicato nei mesi scorsi da un gruppo di ricercatori greci sul Journal of Preventive Medicine and Public Health, avevano invece lasciato intendere come a un periodo di recessione si accompagnasse un peggioramento generale della qualità della dieta. Un dato che oggi risulta confermato da un altro studio, a cui hanno preso parte due ricercatrici finanziate dalla Fondazione Umberto Veronesi: Marialaura Bonaccio e Simona Costanzo. Perentorie le conclusioni del lavoro, pubblicato sul Journal of Public Health: circa un italiano su cinque ha visto peggiorare la qualità della propria dieta a seguito della recessione.

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I ricercatori dell'Istituto Neurologico Mediterraneo Neuromed di Pozzilli (Isernia) hanno indagato le abitudini di 1829 adulti, residenti in diverse regioni italiane, intervistati telefonicamente tra il 2010 e il 2013: dunque nel pieno della crisi economica. L'indagine mirava a ottenere informazioni circa le abitudini nutrizionali e lo stato di salute, rapportandole ad altre considerate rilevanti: come il livello di istruzione, il reddito familiare, l'occupazione. Lo scenario che è emerso è poco confortante. L'impatto della recessione si osserva sopratutto sulle tavole del Centro e del Sud Italia, nelle famiglie con istruzione e reddito più bassi: tra i disoccupati e chi svolge lavori manuali, prevalentemente. Una situazione che a prima vista può sembrare paradossale, dal momento che la dieta mediterranea nasce come uno schema alimentare seguito sopratutto da contadini e pescatori. Ma che così oggi non è. «I nostri dati supportano l'ipotesi che le abitudini alimentari corrette siano appannaggio di chi dispone di buone risorse finanziarie, che quasi sempre viaggiano a braccetto con livelli di istruzione più elevati», commenta Marialaura Bonaccio, che alla realizzazione di questo studio ha potuto lavorare grazie alla borsa erogata dalla Fondazione Umberto Veronesi. «Ma nelle regioni del Centro-Sud c'è un problema legato anche alle porzioni, più abbondanti rispetto a quelle indicate dalle linee guida». E con questa considerazione fanno il paio i dati riguardanti il sovrappeso e l'obesità infantile, che nel Mezzogiorno rappresentano un'emergenza più che altrove.  

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Fare la spesa cercando di mettere in pratica i consigli riportati nelle linee guida è sempre più difficile. «Servirebbero cinque porzioni di frutta e verdura ogni giorno, oltre al pesce un paio di volte alla settimana, i cereali prevalentemente integrali e la frutta secca, i semi o le olive: quanti italiani oggi riescono a mettere nel carrello questi alimenti per tre o quattro persone?», si chiede Bonaccio, che in un altro studio pubblicato ad agosto sull'International Journal of Epidemiology aveva dimostrato come i benefici della dieta mediterranea sulla salute cardiovascolare siano in realtà una prerogativa soltanto degli individui appartenente ai ceti sociali più elevati: nello specifico, con un reddito annuo prossimo a quarantamila euro. «Finora abbiamo ragionato sulle quantità, ma anche la qualità del cibo fa la differenza. Un litro di olio extravergine d'oliva di buona qualità costa poco meno di dieci euro, ma sul mercato se ne trova anche a prezzi molto più bassi. Chi sceglie questo, probabilmente avrà anche un minor beneficio per la salute».

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MENO SOLDI, MA PURE MENO TEMPO

Oltre ai soldi, è anche la mancanza di tempo a rendere difficilmente compatibile l'indicazione a seguire una dieta di tipo mediterraneo con la necessità di far quadrare i conti. Da qui l'aumentato ricorso a prodotti pronti, di origine vegetale, che costano maggiormente rispetto a un piatto di verdura o legumi da preparare a casa. Nel migliore dei casi il beneficio è il medesimo, la spesa anche raddoppiata. Quali indicazioni dare allora a chi vorrebbe alimentarsi come dovrebbe senza però svenarsi? «Bisogna dare la priorità agli alimenti stagionali e ai prodotti locali, che costano meno rispetto a un alimento prodotto in serra o giunto dall'altra parte del mondo - chiosa la ricercatrice -. Il pesce? In Italia, e sopratutto al Sud, quello azzurro costa meno ed è una buona soluzione per la nostra salute». Tutto il resto, evidentemente, giungerà quando possibile e per chi potrà permetterselo.

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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