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L'integrazione e l'antirazzismo cominciano a scuola

pubblicato il 19-11-2012

Sulla pacifica convivenza in paesi di immigrazione, la testimonianza della scrittrice Anna Mahjar-Barducci, che ha l'anagrafe suddivisa tra Italia, Marocco e Israele, e ci convive bene. Non basta il multiculturalismo, da solo crea ghetti. Occorre anche l'integrazione in un sentimento di base comune. A promuoverlo può solo e deve essere la scuola

L'integrazione e l'antirazzismo cominciano a scuola

Sulla pacifica convivenza in paesi di immigrazione, la testimonianza della scrittrice Anna Mahjar-Barducci, che ha l’anagrafe suddivisa tra Italia, Marocco e Israele, e ci convive bene. “Non basta il multiculturalismo, un sentimento di base comune. A promuoverlo può solo e deve essere la scuola”

Dopotutto, come “discorso” ha portato se stessa. Figlia di un padre italiano (cristiano) e di una madre marocchina (musulmana), ha un marito israeliano (ebreo) e se il tema dell’ultima sezione a “Science for Peace”, sabato 17, era “Pacifica convivenza in diversità e libertà”, quale testimonianza più viva dei suoi stessi dati anagrafici?

Con tre paesi d’origine (ha anche la cittadinanza israeliana, per l’esattezza, l’anno prossimo), si è mai trovata a “litigare” con queste sue diverse identità e appartenenze civili?

“Per la verità mai”, risponde quasi stupita, con un sorriso. “Sono sempre io, mi ritrovo in tutt’e tre. Ed è quanto deve avvenire tranquillamente tra cittadini venuti dall’immigrazione e gli altri, in ogni Paese. Forse non è noto o non lo si suppone possibile, ma il Marocco non ha mai discriminato. Il padre del re attuale, anche di fronte alle teorie hitleriane, diceva: qui tutti sono cittadini marocchini. Non distingueva quindi gli ebrei né gli stranieri stabilitisi lì. E in Israele, dove abito, a Gerusalemme, c’è un movimento che si intitola ‘Ani Israeli’, io sono  israeliano, perché intende affermare che questa è l’unica identità con cui dobbiamo chiamarci e riconoscerci tutti, al di là se siamo etnicamente diversi. Ecco, parlare di etnia già mi imbarazza, le razze non esistono, è ormai accertato, ed etnia che vuol dire allora?”

L’attualità, quel che sta accadendo con i razzi di Hamas sparati su Gerusalemme, impone di chiedere che cosa prova ora e che cosa pensa di fare in caso di un’ennesima guerra.

Anna, che ha 30 anni e una bimba di 3 ora in Italia con lei, si dichiara particolarmente preoccupata perché lontana dal marito. “Lui è là, e io vorrei stare accanto a lui, anche se mi ha detto che il missile è caduto molto lontano da casa nostra. In caso di guerra? Oh no, spero proprio che tutto si fermi qui. Sennò… mio marito ha la possibilità di trasferirsi e lavorare negli Stati Uniti, potremmo partire, però… è giusto abbandonare così la terra dove viviamo? E’ un grande dilemma, lasciamolo stare, spero che tutto finisca qui come ostilità”. 

Anna Mahjar-Barducci impersona anche la carta geografica di mezzo mondo: perché, nata a Viareggio, ha trascorso ampi pezzi di vita tra Italia, Marocco, Tunisia, Zimbabwe, Senegal, Guinea Conakry, Gambia, Pakistan, Stati Uniti e, come già detto, Israele. Ma quante lingue parla, di conseguenza? “Cinque, più o meno”, lascia cadere con noncuranza.

In Italia si può trovare il suo libro “Italo-marocchina. Storia di immigrati marocchini in Europa” (ed. Diabasis) e “Pakistan Express” (ed. Lindau) in quanto la sua professione è giornalista e scrittrice.

Dal microfono, ha parlato della pacifica convivenza in tempi di migrazione diffusa sostenendo che la soluzione non è il multiculturalismo: da qui nascono i ghetti, ogni gruppo diverso sì ma per sua conto. Insieme, è necessario promuovere l’integrazione, che non significa diventare identici, ma omogenei sì, sulla base di un sentimento comune.

Il mezzo per questa promozione è la scuola, sostiene con forza la Mahjar-Barducci, ma una scuola che punti meno al nozionismo e di più alla formazione di una cittadinanza attiva. “Nella convivenza sui banchi di scuola si vincono le barriere del razzismo, crescono empatia, amicizia, solidarietà, quindi un comune sentimento di appartenenza”. Occorre adottare una pedagogia interculturale, occorre che l’Europa pigi sul pedale del transculturalismo. Poi l’editoria, i media devono smuoversi, sono rimasti legati a una realtà sorpassata. Così, cita, nelle fiabe per l’infanzia tutti sono bianchi, si sposano, ma mai in matrimoni misti, non figurano italiani di diverso colore o con gli occhi a mandorla. Quegli italiani che i bimbi frequentano, nella vita reale, dal nido in su.

Serena Zoli


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