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Ma i nostri medici sanno curare davvero?

pubblicato il 06-12-2011

Sono sempre di più i pazienti insoddisfatti, che escono da uno studio medico con la penosa sensazione di non essere stati presi in sufficiente considerazione. Così vanno in pellegrinaggio da un altro medico, e magari da più medici successivi. I quali, per migliorare le cose (e dimenticando disinvoltamente la deontologia professionale) talvolta criticano i pareri del medico o dei medici precedenti, senza accorgersi che così minano la fiducia del malato e ne fanno un paziente che diffiderà sia del giudizio diagnostico sia delle terapie prescritte.

Ma i nostri medici sanno curare davvero?

Sono sempre di più i pazienti insoddisfatti, che escono da uno studio medico con la penosa sensazione di non essere stati presi in sufficiente considerazione. Così vanno in pellegrinaggio da un altro medico, e magari da più medici successivi. I quali, per migliorare le cose (e dimenticando disinvoltamente la deontologia professionale) talvolta criticano i pareri del medico o dei medici precedenti, senza accorgersi che così minano la fiducia del malato e ne fanno un paziente che diffiderà sia del giudizio diagnostico sia delle terapie prescritte.

Se vogliamo fare della buona medicina, bisogna capire che il dialogo è il fondamento della visita medica, e non un suo momento accessorio. Un colloquio aperto di 10-20 minuti, oltre alla visita, tranquillizza, risponde alle aspettative del paziente e apre un canale di comunicazione anche con il pensiero della persona. Una persona che ha dietro di sé un vissuto sociale, problemi familiari, progetti, preoccupazioni.

Già, la persona. Pochi spiegano ai futuri dottori, che vengono formati in modo sempre più tecnico e specialistico, che il loro compito sarà di occuparsi dell’uomo nella sua interezza. Si deve curare il malato, e non la malattia. Il medico osserva, constata per comprendere, al fine di stabilire con il malato un legame basato sulla fiducia. Occorre un medico “montessoriano”, che grazie all’ascolto attivo e terapeutico sia capace di mobilitare le risorse spirituali e intellettuali del malato.

Numerosi studi hanno dimostrato con certezza che esiste un “effetto placebo” costituito dal medico stesso. Il malato sta meglio e si cura meglio se il medico lo comprende e gli ispira fiducia. Io ripeto da sempre che fare il medico non è come fare l’ingegnere, o il notaio, o l’avvocato. Ognuna di queste professioni è gravata di alte responsabilità, ma la professione del medico è diversa, perché è direttamente connessa con i dilemmi dell’uomo, e con le sue paure e la sua sofferenza. Non solo la sofferenza fisica, ma anche quella dello spirito. La malattia isola l’uomo dal proprio progetto di vita, ne mette in forse la continuazione. Nietzsche ha scritto che “il malato soffre più dei suoi pensieri che della stessa malattia”, ed è verissimo. Il medico è competente sulla malattia, ma deve sapere dal malato come lui vive la malattia e come accetta le cure. Dovrà ascoltarlo con rispetto e con partecipazione, senza voler imporre alcunché, e cercando di arrivare a decisioni condivise.

Umberto Veronesi


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