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Cardiologia

Covid-19: la riabilitazione di cui ha bisogno chi supera la malattia

pubblicato il 14-04-2020

Il doppio tampone sancisce la fine della fase acuta della malattia da Sars-CoV-2. Ma per un recupero completo, nella maggior parte dei casi, occorrono diversi mesi

Covid-19: la riabilitazione di cui ha bisogno chi supera la malattia

I pazienti colpiti dal Covid-19 vanno innanzitutto identificati. Poi, trattati. E infine, se necessario, supportati per tornare a fare ciò che era nelle loro possibilità prima della malattia. La riabilitazione è uno dei temi posto sul tavolo dall’emergenza Coronavirus. Non meno rilevante degli altri, sebbene l’elevata velocità dei contagi e la sospensione delle prestazioni non urgenti abbiano inizialmente fatto scivolare in secondo piano il recupero dopo la fase acuta della malattia. Ma adesso che oltre 35mila persone hanno messo alle spalle o si apprestano a superare l’infezione da Sars-CoV-2, è in crescita la quota di connazionali impegnati per recuperare la piena efficienza fisica. Un percorso che, soprattutto per chi ha affrontato un ricovero in terapia intensiva, si preannuncia lungo e graduale.


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Oltre a essere subdola, la polmonite interstiziale che caratterizza la malattia provocata dal nuovo Coronavirus è molto debilitante. I racconti dei medici e dei pazienti che hanno registrato un’evoluzione positiva del Covid-19 sono pressoché unanimi. L’esito negativo del doppio tampone dà una risposta - parziale, in alcuni casi - al problema della contagiosità. Ma non pone fine al percorso di malattia. «Le conseguenze legate al prolungato allettamento, le problematiche pregresse e attuali di tipo respiratorio richiedono un sostegno adeguato - spiega Sandro Iannaccone, primario del reparto di riabilitazione cognitiva e motoria dell’ospedale San Raffaele di Milano, dov’è stata avviata un’unità di assistenza per i pazienti reduci dal Covid-19 -. Di fronte, quasi sempre, ci troviamo persone molto debilitate, che mostrano segni di astenia e difficoltà di movimento». Aspetti a cui occorre aggiungere quelli della sfera cognitiva ed emotiva: dal disorientamento alla perdita di gusto e olfatto. La priorità, però, è rappresentata dal deficit respiratorio. «Una volta tornati a casa, i pazienti raccontano di essere molto stanchi anche dopo aver svolto attività routinarie, come per esempio una doccia», dichiara Marta Lazzeri, presidente dell'Associazione Riabilitatori dell'Insufficienza Respiratoria (Arir).

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RIABILITAZIONE «AD PERSONAM»

Al momento, non esistono linee guida condivise per la fisioterapia respiratoria rivolta ai pazienti colpiti dal Covid-19. Quello che si sa è che però ne abbisognano pressoché tutti, tra coloro che sono stati curati in ospedale: anche in ragione dell'elevata età media (64 anni) di chi ha sviluppato i sintomi più gravi della malattia. Intensità e durata della riabilitazione dipendono, in linea generale, da quanto lunga è stata la degenza. «La decisione finale deve però essere assunta soltanto dopo aver valutato il singolo caso che si ha di fronte», sostiene Lazzeri, fisioterapista all'ospedale Niguarda di Milano. I più debilitati - stando a quanto visto finora e com'era logico aspettarsi - sono i pazienti che hanno vissuto per settimane in terapia intensiva. Ma anche per tutti gli altri, reduci da almeno 14 giorni di ricovero nei reparti di malattie infettive o pneumologia, un periodo di riabilitazione è quasi sempre necessario. Perché, se è vero che l'infezione è alle spalle, il ritorno alla vita «pre Covid-19» non è così semplice: questo è quanto descrive chi da un mese e mezzo combatte ogni giorno contro questa malattia. 


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SERVIZI ANCORA A «SINGHIOZZO» LUNGO LA PENISOLA

L'assenza di indicazioni condivise da parte della comunità scientifica sta rendendo disomogenea l'offerta nei confronti dei pazienti. A ciò occorre aggiungere che la capillarità di strutture deputate a svolgere un simile ruolo non è uniforme lungo lo Stivale. «Oggi l'intero Paese si rende conto di quanti investimenti negli anni siano stati negati alle strutture di riabilitazione pneumologica», ammette Lazzeri. Senza considerare che la maggior parte di queste, all'apice dell'emergenza, è stata utilizzata per accogliere i nuovi contagi. Un aspetto che, a fronte di una malattia che in 45 giorni ha colpito oltre 160mila persone, adesso rappresenta un ostacolo verso il pieno recupero dei malati. In diverse parti d'Italia, l'assistenza «post-Covid 19» è comunque partita in strutture differenti da quelle di degenza dei pazienti ancora contagiosi. Ma non sempre, al momento delle dimissioni, si viene guidati verso queste strutture. «Perciò consigliamo a chi è reduce dalla malattia di affrontare l'argomento con il proprio medico di base - chiarisce Gabriella Malfatto, responsabile del servizio di riabilitazione cardiologica ambulatoriale all'Istituto Auxologico di Milano -. Sarà lui a decidere se un paziente necessiti di un periodo di riabilitazione. Guidandolo, eventualmente, nell'individuazione della struttura più idonea sul territorio». Consapevole delle difficoltà dei pazienti nell'ottenere queste informazioni, la Società Italiana di Medicina Fisica e Riabilitativa (Simfer) ha comunque avviato un servizio di consulenza a distanza rivolto direttamente ai cittadini (clicca qui per saperne di più). 

RIABILITAZIONE: DOVE E COME?

Per chi è stato ricoverato, vale come indicazione generale, «la riabilitazione dovrebbe avvenire in strutture ad hoc: Covid-19 è una malattia che mette a dura prova la forza e l’efficienza della muscolatura respiratoria», rimarca la specialista. L'ideale sarebbe dunque affrontare una seconda degenza. Ma di quale durata? «Per chi è reduce da un ricovero in terapia intensiva, può essere necessario un percorso di almeno 2-3 settimane. Un periodo compreso tra 5 e 10 giorni è invece quasi sempre sufficiente per tutti gli altri pazienti. Il resto, se necessario, lo si può fare recandosi in ambulatorio per ulteriori 3-4 settimane». In attesa delle linee guida, un gruppo di esperti italiani ha pubblicato un documento (citato nelle fonti) che riassume quali parametri utilizzare nel monitoraggio dei progressi di questi pazienti. In primis la febbre, che non deve mai salire nei primi tre giorni successivi alla dimissione dall'ospedale. E poi: la frequenza degli atti respiratori (devono essere inferiori a 22 al minuto), la saturazione dell'ossigeno (minimo 96 a riposo nelle persone sane, 92 se si aveva già una malattia prima del Covid), il rapporto tra questa e la frazione di ossigeno inspirata con un atto respiratorio, la tosse e l'eventuale fame d'aria (dispnea). Tutto ciò prima a riposo e poi sotto sforzo. In un vademecum pubblicato sul sito dell'European Respiratory Society, gli estensori fanno comunque riferimento alla necessità di «essere seguiti da professionisti della riabilitazione respiratoria», con «trattamenti personalizzati» e tenendo conto della «probabile perdita di pesomassa muscolare».


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RECUPERO A CASA PER CHI HA EVITATO L'OSPEDALE

Chi ha potuto curare l'infezione a casa, una volta ricevuto l'esito negativo dei due tamponi, potrà riprendere gradualmente la propria vita secondo quelle che erano le abitudini prima dell'arrivo del Covid-19. Non prima comunque di aver verificato di avere una buona funzionalità respiratoria a riposo. «Perché anche queste persone, per diverse settimane, possono avvertire una forte astenia - puntualizza Lazzeri -. Nel loro caso, l'ideale è incrementare le attività di poco, giorno dopo giorno. E utilizzare la fatica come metro di giudizio». A chi prima dell'infezione da Sars-CoV-2 conviveva già con l'ipertensione, un'aritmia, uno scompenso cardiaco o era reduce da un infarto (negli ultimi tre mesi), gli esperti dell'Università Politecnica delle Marche sconsigliano qualsiasi attività senza aver prima ricevuto la valutazione di uno specialista (cardiologo, pneumologo, medico dello sport) e in assenza di un fisioterapista. Per tutti gli altri, come detto, la parola d'ordine è gradualità. Considerata la necessità di rimanere a casa in isolamento, «si può camminare nel corridoio fino a percorrere 4-5.000 passi al giorno o fare 3-4 rampe di scale, preoccupandosi di non incrociare nessuno», raccomanda Malfatto. In alternativa, va bene anche pedalare per 20-25 minuti al giorno sulla cyclette con un carico medio (riuscendo a parlare mentre si pedala), passeggiare per lo stesso tempo su un tapis roulant (3 chilometri/orari) ed effettuare brevi serie di esercizi a corpo libero. Quando sarà possibile, via libera anche al nuoto. Tutte attività che, impegnando diversi gruppi muscolari, favoriscono il recupero della migliore funzionalità respiratoria e cardiocircolatoria. Utili per la «rieducazione» sono considerati pure lo yoga e il canto.


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IL LENTO RECUPERO DAL COVID-19

Nei prossimi mesi occorrerà comunque studiare quale margine di recupero abbiano le persone ammalatesi di Covid-19. Analoghe valutazioni compiute ai tempi della Sars hanno descritto una riabilitazione pressoché completa per coloro che erano stati colpiti dall'infezione in maniera meno aggressiva. Nel caso dei pazienti ricoverati in terapia intensiva, invece, per 1 su 5 la funzionalità respiratoria non era del tutto ristabilita a un anno dalla dimissione dall'ospedale. Un rischio analogo, sulla carta, riguarda chi è reduce dall'infezione da Sars-CoV-2. «Sappiamo che la maggior parte delle persone ammalatesi in queste settimane sono adulte e anziane, ma l'età da sola non è un limite per il completo recupero - rassicura Malfatto -. Saranno le condizioni generali di partenza, piuttosto, a fare la differenza». Di sicuro, non è questo il momento di trascurare questi pazienti. Perché, indipendentemente dalle cause, «chi supera una polmonite è incline a sviluppare nel tempo altri problemi di salute», ha spiegato Dale Needham, direttore del programma di riabilitazione fisica per la terapia intensiva del Johns Hopkins Hospital di Baltimora, attraverso le colonne della rivista Science. La sua previsione deriva da quanto osservato nei reduci dalle infezioni più gravi. L' infiammazione a cui sono esposti prima i polmoni e poi l'intero organismo sarebbe un terreno fertile per vedere aumentare i casi di infarto, ictus e malattie renali. A ciò occorre aggiungere che Covid-19, nelle forme più avanzate, sembrerebbe colpire anche altri organi: dal cuore al cervello, fino ai reni e probabilmente il fegato. I più a rischio, oltre agli anziani, sono coloro che necessitano del ricovero in terapia intensiva. Una ragione in più per identificare e trattare quanto prima ogni paziente che, da oggi in poi, si ammalerà di Covid-19.  

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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