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Cardiologia

Trombosi: un rischio ancora poco noto per i malati di tumore

pubblicato il 01-03-2019

Nei pazienti oncologici, il tromboembolismo venoso è la seconda causa di morte dopo il tumore. Una complicanza frequente, ma a volte ancora sottovalutata

Trombosi: un rischio ancora poco noto per i malati di tumore

La relazione, nota da tempo, è nella maggior parte dei casi ignorata dai pazienti. La trombosi e i tumori viaggiano spesso a braccetto.

La prima è infatti una complicanza frequente nei pazienti oncologici, ma in realtà anche un episodio cardiovascolare può far crescere la probabilità di ammalarsi di alcuni tumori (colon, pancreas, polmone), come emerso da uno studio apparso di recente sulle colonne della rivista Circulation.

Mediamente, una persona colpita da un tumore su tre incorre in eventi tromboembolici, che possono impattare sulla qualità della vita e aumentare la sua fragilità.

Il problema è che questa correlazione - frequente e seria - è spesso ignorata o sottovalutata dai pazienti. E, talvolta, anche dai medici.  

COS'E' LA TROMBOSI VENOSA PROFONDA? 

CONVIVERE CON IL CANCRO E LA TROMBOSI

La scarsa conoscenza del problema è il dato principale che emerge dal rapporto «Cancro e tromboembolismo venoso: il peso della convivenza sui pazienti», realizzato alla fine del 2018 con interviste a pazienti oncologici italiani sottoposti anche alla terapia anticoagulante con eparina.

Obiettivo: comprendere, attraverso testimonianze dirette, l’impatto di questa condizione sulla vita quotidiana. Dall'indagine è emersa una bassa consapevolezza delle possibili complicanze cardiovascolari dovute alla malattia tumorale, che rischia di determinare conseguenze peggiori quando anche il medico di riferimento non considera o comunque non ritiene fondamentale la terapia anticoagulante.

Il paziente, d'altra parte, è già reso fragile dal percorso a ostacoli appena affrontato: la diagnosi di cancro, l'eventuale intervento chirurgico, la chemio o la radioterapia. Infine, eventualmente, il riscontro del tromboembolismo.

Inevitabile che la concentrazione e le maggiori preoccupazioni riguardino la malattia oncologica.

A ciò occorre aggiungere che a un episodio di trombosi può associarsi la perdita di autonomia e che la terapia con l'eparina - con iniezioni quotidiane a livello addominale - può essere considerata invasiva e dolorosa.

 

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IL TUMORE E LA SALUTE DEL CUORE E DEI VASI 

Per evitare che il paziente consideri questa terapia come «un peso in più», occorre che al suo fianco ci sia una persona in grado di spiegargli i rischi di una simile condizione: senza allarmismi, ma rendendolo consapevole dei rischi e favorendo l'adesione alla terapia. «La conoscenza delle problematiche legate al tromboembolismo venoso è fondamentale - afferma Antonio Russo, ordinario di oncologia medica all’Università di Palermo -. Le complicanze hanno un impatto diretto sulla gestione e sulla prognosi della malattia oncologica, indipendentemente dalla sua localizzazione». Dopo decenni in cui si è ragionato per compartimenti stagni, oggi il cancro è considerato un fattore di rischio cardiovascolare.

Non è un caso che il tromboembolismo venoso sia più frequente tra i malati di tumore, per i quali costituisce la seconda causa di morte (dopo la malattia stessa). Il rischio è maggiore nei primi mesi fino a due anni dopo la diagnosi.

PERCHE' IL CANCRO «AVVICINA» LA TROMBOSI?

Un aspetto che è dovuto alle modificazioni a cui va incontro la circolazione sanguigna dei pazienti oncologici: con un aumento dei processi di coagulazione e della stasi ematica, oltre all'alterazione della parete dei vasi. Quale profilassi?

Le evidenze più significative riguardano la gestione del post-intervento chirurgico. «La prima scelta terapeutica riguarda la somministrazione di eparina», si legge nelle linee guida dell'Associazione Italiana di Oncologia Medica: da portare avanti per almeno un mese dopo la procedura chirurgica. La necessità di ricorrere al ricovero - a maggior ragione se per un lungo periodo - porta a considerare opportuna la profilassi. Anche la chemioterapia può accrescere l'eventualità di andare incontro a una trombosi, motivo per cui sussiste un'evidenza «moderata» riguardo all'opportunità di sottoporre a terapia anticoagulante preventiva un paziente che segue le terapie a livello ambulatoriale.

Mentre il posizionamento del «Port» - il catetere venoso che viene impiantato in un grosso vaso per facilitare la somministrazione di farmaci e i prelievi - non è di per sé sufficiente a indicare la terapia eparinica. Dopo un episodio di trombosi, la terapia può eventualmente prevedere anche la somministrazione di un anticoagulante orale

 

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La trombosi venosa profonda è la terza malattia cardiovascolare più comune, dopo l'infarto e l'ictus. Un caso su cinque - sugli oltre 120mila che si contano ogni anno in Italia - riguarda un paziente oncologico. Il trombo - questo è il nome tecnico del coagulo - a quel punto può diffondersi lungo l'albero circolatorio e arrivare a ostruire le arterie polmonari.

Lo stop alla circolazione che parte dal cuore per portare il sangue a ossigenarsi nei polmoni (embolia polmonare) può, nei casi più gravi, risultare anche fatale. 

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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