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L'impegno di Giulia per innovare la cura del neuroblastoma

pubblicato il 02-11-2020

Giulia Cazzanelli lavora al CIBIO di Trento per svelare a fondo i meccanismi alla base del neuroblastoma. L'impegno grazie a una borsa di Fondazione Umberto Veronesi

L'impegno di Giulia per innovare la cura del neuroblastoma

Il neuroblastoma è una forma tumorale pediatrica che origina da alcune particolari cellule del sistema nervoso periferico, l’insieme di fasci neuronali diffusi in tutto il corpo che controllano attività involontarie come il respiro e la frequenza cardiaca. Questa neoplasia può colpire sia le cellule mature del sistema nervoso (i neuroni) sia i loro progenitori immaturi in fase di sviluppo. La prognosi è molto variabile e dipende dallo stadio, dalla presenza di alterazioni genetiche e dall'estensione del tumore, oltre che dalla sua localizzazione.


Nei casi con caratteristiche più aggressive non esistono al momento trattamenti dedicati, e dunque la prima scelta ricade spesso sull’utilizzo di chemioterapia non specifica (non sempre efficace e con possibilità di ricadute). Per questi motivi, lo studio dei meccanismi di base e della biologia del tumore rimane fondamentale per ideare e sviluppare trattamenti innovativi.

Giulia Cazzanelli, biologa e ricercatrice post-doc presso il Center for Integrative Biology (CIBIO) dell’Università degli Studi di Trento, studia una proteina chiave nella vita del tumore chiamata CK2. Il suo lavoro andrà avanti fino alla fine del 2020 grazie a una borsa di ricerca di Fondazione Umberto Veronesi nell’ambito del progetto Gold for Kids, dedicato alla cura dei tumori infantili e dell’età pediatrica.

 

Giulia, raccontaci del tuo lavoro sui tumori infantili.

«CK2 è una proteina coinvolta in molteplici ruoli: quali la regolazione della crescita, della sopravvivenza e della morte di una cellula. Data la sua importanza in questi ruoli, risulta essere un possibile target da bloccare nei tumori, dove le funzioni base come la crescita e la morte, sono alterate. Abbiamo scoperto che bloccare l’attività di CK2 in cellule tumorali di neuroblastoma e medulloblastoma (un altro tumore dell’età pediatrica, ndr), usando una specifica molecola da noi identificata, provoca la morte delle cellule tumorali».

 

In che direzione vanno i vostri studi?

«Grazie al finanziamento ottenuto da Fondazione Umberto Veronesi, stiamo studiando approfonditamente questo processo: nello specifico vogliamo capire il meccanismo con cui avviene la morte, quali proteine sono coinvolte oltre a CK2 e se ci siano tipi di tumori di neuroblastoma e medulloblastoma più suscettibili di altri alla molecola da noi identificata. Per il momento abbiamo analizzato diverse linee cellulari di neuroblastoma, che riproducono le mutazioni genetiche che si trovano più spesso nei tumori dei pazienti: tutte queste sembrano rispondere molto bene alla molecola utilizzata. Ma non è tutto».

 

Cos’altro?

«Abbiamo iniziato la ricerca delle altre proteine coinvolte. Abbiamo così riconosciuto in p53, una proteina fondamentale per mantenere la cellula in uno stato di normalità, un elemento importante nella catena di regolazione che inizia con il blocco dell’azione di CK2. In sintesi, quando trattiamo le cellule tumorali con la nostra molecola e CK2 viene bloccata, p53 aumenta di più di venti volte, probabilmente nel tentativo di far tornare le cellule in uno stato di normalità o di morte, come si verifica nel nostro caso».

 

Che valore hanno queste informazioni dal punto di vista medico e clinico?

«Il neuroblastoma con caratteristiche più aggressive non ha al momento un trattamento dedicato. Per questo la scoperta di una molecola che possa trattare questo tumore e il medulloblastoma, colpendo in modo più selettivo della chemioterapia, è di fondamentale importanza. Anche prima di arrivare a un’applicazione clinica, il nostro studio può fornire indicazioni su un nuovo meccanismo di crescita di questi tipi di tumori e identificare nuovi potenziali bersagli terapeutici. Insomma, studiare nel dettaglio i meccanismi con cui le cellule tumorali si riproducono, e cosa causa la loro morte, è essenziale per trovare nuove e più efficaci terapie».

 

Giulia, raccontaci di te: sei mai stata all’estero per un’esperienza di ricerca?

«Sì, ho svolto l’ultimo anno di laurea all’Imperial College di Londra e l’intero dottorato a Braga, in Portogallo, all’Universidade do Minho. Sicuramente la spinta più forte è stata la curiosità di capire un ambiente diverso da quello a cui ero abituata, sia sul versante lavorativo sia su quello personale. Oltre alla considerazione che un’esperienza all’estero avrebbe potuto essere d’aiuto per la mia futura vita lavorativa».

 

Cosa ti ha lasciato questa esperienza?

«Rendersi conto che i nostri modi di fare le cose non sono gli unici possibili è stato di grande aiuto per essere più tollerante verso gli altri. Certo, all’inizio può essere difficile ambientarsi: si prova a volte un senso di isolamento dovuto alla difficoltà di comunicare anche le cose più semplici e a capire alcuni comportamenti. Per esempio, prima di andare all’estero, non pensavo che il senso dell’umorismo potesse variare così tanto di Paese in Paese».

 

Perché hai scelto di intraprendere la strada della ricerca?

«Ricordo di aver pensato, alla fine del liceo, quale poteva essere un lavoro di cui non mi sarei annoiata. Quale lavoro migliore dello studiare cose che ancora non si sanno e in cui si continua, costantemente, a imparare?».

 

E cosa ti piace di più del tuo lavoro?

«Proprio questo: letteralmente non si smette mai di imparare. Ogni nuovo risultato porta un pezzetto di conoscenza che prima non c’era. È un concetto vecchio come il mondo, la definizione stessa di ricerca. Il bisogno che ha l’essere umano di soddisfare le sue curiosità, di scoprire cose nuove. A volte, quando dopo giorni di pianificazione e lavoro si scopre qualcosa di nuovo, mi fermo un momento a pensare che adesso so qualcosa che probabilmente nessun altro sapeva prima di me».

 

E cosa invece eviteresti volentieri?

«Le lungaggini burocratiche che derivano dall’essere inseriti in un contesto pubblico come l’università. Il senso di instabilità, che da una parte ti fa stare sempre concentrato, ma dall’altra toglie il senso di sicurezza di poter finire con serenità il tuo progetto. Per non parlare del fatto che molti di noi non sanno se potranno continuare a fare questo lavoro a lungo termine».

 

In cosa, secondo te, può migliorare la scienza e la comunità scientifica?

«Penso che uno dei problemi della comunità scientifica sia il sistema di valutazione della capacità dello scienziato e tutto ciò che ne consegue. Lo  scienziato è valutato in base a quanti articoli scientifici pubblica e su quali riviste scientifiche vengono pubblicati questi articoli. C’è quindi spesso una grande pressione da parte del responsabile di laboratorio verso i suoi sottoposti perché si producano più dati possibili e il più velocemente possibile, a volte anche sacrificando la qualità. Il responsabile, per primo, è sottoposto alla pressione di pubblicare per garantirsi una posizione più stabile e sicura. A volte, purtroppo, quella che può essere una sana spinta a dare il meglio di sé può sfociare in comportamenti di abuso. E lo stress a cui sono sottoposte alcune persone, qualunque posizione esse ricoprano, può portarle a stare male».

 

Sembra un argomento che ti sta molto a cuore.

«La mia potrà essere un’idea controcorrente, ma penso che il nostro lavoro, per quanto importante, non debba essere tutta la nostra vita. Credo che chi spinge a far credere che sia così, soprattutto alle persone più giovani, non faccia loro un favore e sia spinto da motivi puramente di interesse. Inoltre, non è sicuramente con le minacce o la cattiveria che si spronano le persone a fare bene il proprio lavoro. In alcuni di questi casi, studenti sotto pressione si sentono costretti a falsificare risultati per accontentare il proprio capo, dando origine a un comportamento scorretto e a false informazioni. Penso che all’interno della comunità scientifica debba cambiare parte della cultura che vede il lavoro come una vocazione, un qualcosa a cui dedicare ogni ora di veglia, un qualcosa che si fa anche gratis. Fortunatamente questo tipo di situazioni viene oggi riconosciuto come negativo, sempre più di frequente, ma dovremmo tutti impegnarci di più a individuare, denunciare e controllare questo tipo di dinamiche».

 

Percepisci fiducia o disistima rispetto al tuo lavoro di ricercatrice?

«Penso che in Italia la persona di cultura sia a tutt’oggi considerata un letterato. La scienza qui non è strettamente considerata una cosa importante da sapere, anche da persone altamente istruite, e questo parte dalla scuola dell’obbligo. Penso ci siano molte persone disposte ad ascoltare, ma a cui non sono stati dati gli strumenti necessari per capire. In questo caso una maggior capacità di comunicazione da parte della comunità scientifica, e un aumento di opportunità di comunicare, potrebbe facilmente spegnere ogni accenno di sentimento antiscientifico. Penso però che ci sia una parte minoritaria di popolazione che vede la ricerca come uno spreco di soldi e il ricercatore come una figura arrogante rinchiusa nella sua torre d’avorio, distaccata dalla realtà, e che sia estremamente difficile far cambiare idea a questo gruppo di persone. Ma, ottimisticamente, credo che questa sia appunto una parte minoritaria».

 

Giulia, cosa fai nel tempo libero?

«Ho la fortuna di vivere in una città immersa nella natura. Nel tempo libero mi piace andare a camminare in montagna e, se piove, stare a casa e leggere un bel libro».

 

La cosa che più ti fa arrabbiare.

«Sono tre: la prepotenza, la disonestà e la disuguaglianza. Ma la cosa che mi fa davvero arrabbiare sono le persone che non puliscono la bilancia comune del laboratorio dopo averla sporcata!».

 

E quella che invece ti fa ridere a crepapelle?

«Basta davvero poco a farmi ridere di gusto. Di solito le barzellette o gli scherzi pianificati hanno poco effetto, ma disavventure inaspettate o commenti sarcastici che piovono dal cielo mi fanno iniziare ed è poi difficile farmi smettere».

 

Un ricordo a te caro di quando eri bambina.

«L’appuntamento annuale il giorno prima di Santa Lucia nel paese dei miei nonni. Tutti i bambini dei dintorni si radunavano con lunghi strascichi di barattoli di latta da portare in giro, facendo più rumore possibile, nel tentativo di richiamare l’attenzione della santa per essere sicuri che portasse i regali durante la notte. Ricordo i piedi infreddoliti, ma anche il sentimento di attesa e speranza che è poi davvero difficile, se non impossibile, ricreare da adulti».

 

Cosa vorresti dire alle persone che scelgono di donare a sostegno della ricerca scientifica?

«Che il loro aiuto è fondamentale. Purtroppo i fondi pubblici non sono sufficienti a coprire le esigenze della ricerca. Fare esperimenti è costoso, nonostante i ricercatori dedichino molto tempo a provare a ottenere il massimo con la minor spesa possibile. Le innovazioni in campo medico partono da quello che facciamo, ma non sono sempre immediatamente visibili e richiedono tempo e continuità per essere raggiunte. Però questo non significa che non se ne ottengano: basti pensare alle conoscenze che si avevano cinquant’anni fa e a quanto si sa oggi. E, ultimo ma non meno importante, vorrei dire grazie: grazie per avere fiducia in noi, nelle nostre capacità e in quello che facciamo».

 


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