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I nostri ricercatori

Migliorare l’immunoterapia per i tumori avanzati della prostata

pubblicato il 16-11-2020

Con la sua ricerca, Marco Catucci punta a fornire uno strumento che aiuti a sviluppare l'immunoterapia per il tumore della prostata e a misurarne l'efficacia

Migliorare l’immunoterapia per i tumori avanzati della prostata

Il cancro della prostata è una delle neoplasie più diffuse nella popolazione maschile, anche se le terapie oggi disponibili permettono di curare questa malattia con esiti positivi nella maggior parte dei pazienti (soprattutto in caso di diagnosi precoce). Quando il tumore della prostata è in stadio avanzato o metastatico, tuttavia, le cure disponibili possono risultare poco efficaci.


In questi casi, l’immunoterapia rappresenta una strada molto promettente, in particolare l’infusione di linfociti T modificati geneticamente per riconoscere e aggredire le cellule tumorali. I risultati di questa tecnica sono incoraggianti anche se rimangono diversi limiti, tra i quali l’incapacità dei linfociti di raggiungere e infiltrare il tumore (rendendolo così meno aggressivo). 

 

Marco Catucci, biologo e ricercatore all’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano, sta portando avanti il suo progetto di ricerca dedicato alla cura dei tumori prostatici avanzati grazie a una borsa di ricerca di Fondazione Umberto Veronesi nell’ambito del progetto SAM - Salute al Maschile. Il suo progetto sarà sostenuto per tutto il 2020 e lo raccontiamo nel corso del mese dedicato alla salute maschile e alla prevenzione del tumore alla prostata.

 

Marco, nel tuo lavoro ti occupi di perfezionare l’immunoterapia per i tumori della prostata. In cosa consiste il tuo progetto?

«L’obbiettivo è lo sviluppo di un metodo non invasivo per tracciare in tempo reale linfociti T geneticamente modificati nell'immunoterapia dei tumori. A questo scopo stiamo utilizzando delle nanoparticelle contenenti Fluoro 19, già approvate per uso clinico, per marcare e tracciare i linfociti T attraverso la risonanza magnetica».

 

Perché è così importante?

«Uno dei principali problemi dell’immunoterapia è proprio la mancanza di un metodo diretto e non invasivo per tracciare i linfociti dopo la loro infusione nel paziente. Tra i problemi ancora presenti in questa tecnica, infatti, c’è l’incapacità dei linfociti di raggiungere e infiltrare il tumore: questo è dovuto alla capacità del tumore stesso di creare sia una barriera fisica che una barriera molecolare, il cosiddetto ambiente immunosoppressivo. Con questo metodo potremmo seguire in tempo reale il movimento dei linfociti nel sangue dei pazienti e verificare l’effettivo raggiungimento del tessuto tumorale».

 

Quali esperimenti state conducendo?

«Nel nostro lavoro sperimentale dobbiamo materialmente sviluppare un metodo efficace per la marcatura dei linfociti T con le nanoparticelle. Per farlo stiamo sfruttando la naturale capacità di queste cellule nell’incorporare molecole dall’ambiente esterno per raccogliere sostanze nutritive, un meccanismo chiamato endocitosi. Stiamo valutando diverse condizioni che possono aumentare e migliorare questo fenomeno. Inoltre, stiamo studiando gli eventuali effetti nocivi che potrebbero essere causati dalle nanoparticelle una volta incorporate e come questi effetti possono essere ridotti o completamente annullati».

 

C'è già qualche risultato preliminare?

«I risultati che abbiamo ottenuto sono incoraggianti. Siamo riusciti a marcare i linfociti T con nanoparticelle e abbiamo già valutato il loro stato di salute attraverso diversi saggi in vitro. I dati preliminari ci dicono che le cellule marcate mantengono intatta la loro funzionalità. Abbiamo però ancora tanto lavoro da fare. È importante sottolineare che questi risultati sono ancora preliminari e che questi esperimenti verranno ripetuti per poter essere validati e resi solidi».

 

Quali sono le eventuali possibili applicazioni alla salute umana?

«Il nostro obbiettivo è quello di fornire ai ricercatori biomedici uno strumento semplice e innovativo che li aiuti nello studio sperimentale e nello sviluppo di nuove strategie immunoterapiche, ma anche nella valutazione della loro efficacia. Le applicazioni possibili sono diverse. Sia in ambito di ricerca preclinica, per esempio negli studi di efficacia e tossicità di una nuova cura. Sia in ambito clinico-diagnostico: come nel monitoraggio dell’immunoterapia».

 

Marco, sei mai stato all’estero a fare un’esperienza di ricerca?

«Ho passato circa sei anni all’estero dopo il mio dottorato di ricerca: tre anni all’università di Basilea poi altri tre tra l’University College e il Francis Crick Institute di Londra».

 

Cosa ti ha spinto a partire?

«Il desiderio di poter lavorare in un nuovo ambito. In particolare ho scelto di studiare un organo fondamentale del nostro sistema immunitario, il timo, che è responsabile della produzione dei linfociti T. Gli individui che non hanno un timo funzionale, molto spesso bambini, hanno una aspettativa di vita molto bassa perché sono molto vulnerabili alle infezioni. Insieme al mio gruppo di lavoro, ho potuto sviluppare una strategia per creare in laboratorio un timo bio-ingegnerizzato. Questo nostro studio, che sarà pubblicato a breve, apre la strada alla possibilità di effettuare trapianti di timo in pazienti che hanno difetti in quest’organo o in bambini che ne sono nati privi».

 

E dal punto di vista personale?

«Mi ha permesso di arricchirmi di conoscenze e competenze. Il mio desiderio è sempre stato quello di poter rientrare in Italia e poter mettere a disposizione le mie capacità e la mia professionalità maturata all’estero».

 

Perché hai scelto di intraprendere la strada della ricerca?

«Ho sempre desiderato poter studiare le malattie e cercare la loro cura. Forse il momento in cui ho capito di voler fare questo lavoro è stato ai tempi del liceo. Durante una lezione di biologia, il nostro professore ci chiese di guardare al microscopio ottico una piastra di coltura contenente dei batteri. Sono rimasto stupito nel vedere quei milioni di piccole cellule in movimento. Ho avuto l’impressione di guardare un universo invisibile a occhio nudo. Un mondo nascosto, un paese delle meraviglie».

 

Dove ti vedi fra dieci anni?

«Vorrei essere al fianco dei medici che curano i loro pazienti grazie alle cure che stiamo studiando oggi».

 

C’è una figura che ti ha ispirato nella tua vita personale e professionale?

«Sono tante le figure che mi hanno ispirato, ma una di queste è sicuramente Piero Angela. Mi ha sempre trasmesso l’amore per la scienza e l’importanza del ruolo dello scienziato nella società. Una delle responsabilità più importanti dello scienziato è proprio quella di divulgare il sapere e le scoperte. La scienza appartiene a tutti e nessuno scienziato può pensare di tenere una scoperta solo per sé. Inoltre lo scienziato deve saper parlare a tutti e trasmettere le proprie conoscenze per il bene della società. Poi, tra le figure che mi hanno ispirato e che sono state un riferimento per la mia crescita, ci sono sicuramente i miei capi. Da loro ho acquisito le competenze e soprattutto il modo di pensare e agire del ricercatore. Mi hanno saputo trasmettere la passione per questo lavoro e sono state il mio sostegno nei momenti difficili».

 

Cosa avresti fatto se non avessi fatto il ricercatore?

«Molto probabilmente il documentarista naturalista. Sono sempre stato un grande appassionato di natura e animali e soprattutto di documentari, che da bambino amavo guardare per ore».

 

Cosa ti spinge a fare ricerca e dà un significato profondo alle tue giornate lavorative?

«Per me fare ricerca significa contribuire al progresso dell’uomo e della società. Penso che il progresso dell’uomo sia sempre stato direttamente proporzionale alla propria curiosità. La scienza biomedica non fa nient’altro che questo, si pone delle domande. Per lo scienziato queste domande riguardano generalmente il nostro corpo. come siamo fatti, come funzioniamo e come a volte purtroppo smettiamo di funzionare e ci ammaliamo».

 

In che modo potrebbe essere aiutato il lavoro di chi fa scienza?

«Il nostro lavoro potrebbe migliorare se il ricercatore venisse davvero considerato come un lavoratore a tutti gli effetti. In Italia manca un iter di carriera per chi vuole fare della ricerca il lavoro della vita. Così molti colleghi sono costretti a lasciare perché questo lavoro non hanno sicurezze economiche. È un fenomeno molto comune e causa della perdita di cervelli, che decidono di cambiare professione o trasferirsi all’estero».

 

Marco, cosa fai nel tempo libero?

«Amo andare al teatro e ad ascoltare concerti. Adoro l’arte sia antica sia contemporanea e visito spesso luoghi e città d’arte, così come musei o gallerie di artisti emergenti. Mi piace molto viaggiare con lo zaino sulle spalle. Sul lavoro sono piuttosto razionale e organizzato, ma quando viaggio preferisco non avere piani e decidere la meta giorno per giorno. Una delle mie più grandi passioni è il mare e di recente ho deciso di realizzare il sogno di imparare a guidare una barca a vela».

 

Prima di salutarci, cosa vorresti dire alle persone che scelgono di donare a sostegno della ricerca scientifica?

«Sostenendo la ricerca scientifica partecipi al progresso della scienza e aiuti in maniera concreta i ricercatori che studiano la cura per le malattie. Il tuo gesto può sembrare semplice ma in realtà è un grande segno di civiltà e responsabilità. Grazie».



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