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Tumore al seno: l’evoluzione si monitora con la biopsia liquida

pubblicato il 07-10-2019

I tumori al seno possono sviluppare una resistenza alle terapie. Mettere a punto una biopsia liquida per monitorare l’evoluzione della malattia è l’obiettivo del ricercatore Paolo Romania

Tumore al seno: l’evoluzione si monitora con la biopsia liquida

Negli ultimi anni lo sviluppo delle cure contro il cancro ha subito una forte accelerazione grazie alla progettazione di farmaci ad-hoc, diretti contro bersagli specifici presenti solo sulle cellule tumorali. Le cellule cancerogene, tuttavia, possono mutare nel tempo e acquisire caratteristiche che le rendono resistenti ai farmaci.

Il tumore al seno HER-2 positivo è un caso emblematico. Per questa neoplasia la terapia di elezione è rappresentata da anticorpi monoclonali mirati in grado di legarsi al recettore HER-2, bloccandone l’attivazione e inibendo la proliferazione tumorale. Lo sviluppo di farmaci «di precisione» ha migliorato notevolmente la prognosi per questa patologia, ma rimangono problemi legati all’insorgenza di resistenze e recidive.

Perché alcune pazienti rispondono bene alle cure mentre altre sono refrattarie alla terapia? Come si evolve il tumore durante il trattamento? Per rispondere a queste domande, Paolo Romania, biologo dell’IFO (Istituti Fisioterapici Ospitalieri) di Roma finanziato da Fondazione Umberto Veronesi nell’ambito del progetto Pink is Good a sostegno dei tumori al seno, punta a sviluppare una biopsia liquida in grado di monitorare l’evoluzione della malattia durante la chemioterapia.


Paolo, vuoi raccontarci com’è nata l’idea della tua ricerca?

«Il funzionamento dei farmaci chemioterapici di nuova generazione può essere spiegato con il modello chiave-serratura. Il farmaco è una chiave disegnata apposta per interagire con il suo target specifico, ovvero la serratura. Se la cellula tumorale modifica il bersaglio-serratura, il farmaco-chiave non riesce più a riconoscere e legare il suo target e la cura diventa inefficace. Riuscire a monitorare lo stato e i cambiamenti delle cellule tumorali durante la terapia è pertanto fondamentale per individuare i meccanismi alla base dello sviluppo di resistenze».

 

È possibile farlo?

«Le pazienti con carcinoma mammario HER2+ in trattamento con l’anticorpo trastuzumab verranno seguite e monitorate sia attraverso la classica biopsia tissutale sia attraverso la biopsia liquida per identificare marker molecolari e mutazioni specifiche associate allo sviluppo della resistenza al trattamento».

 

Perché affiancare alla biopsia tradizione anche la biopsia liquida?

«Le biopsie tissutali non sono rappresentative dell’eterogeneità e della complessità del tumore al seno e il prelievo della di campioni estesi rappresenterebbe una pratica troppo invasiva. L’utilizzo della biopsia liquida consente di analizzare le caratteristiche molecolari del tumore e seguire l’evoluzione della malattia nel tempo».

 

Quali sono i possibili vantaggi per la salute delle pazienti?

«Conoscere le mutazioni del tumore al seno HER-2 correlate all’insorgenza della resistenza permetterà di anticipare la risposta delle pazienti al trattamento e pianificare strategie terapeutiche più efficaci. Inoltre chiarire i processi alla base di questo fenomeno aprirà la strada allo sviluppo di nuovi farmaci e cure più efficaci». 
 

Paolo, parliamo ora un po’ di te. Sei mai stato all’estero per una esperienza lavorativa?

«No. Quando si è presentato il momento giusto ho fatto una scelta diversa, diventando padre. Ora che le mie figlie sono cresciute, mi piacerebbe avere l’opportunità trascorrere un periodo di ricerca all’estero».

 

Come ti vedi tra dieci anni?
«Sempre più coinvolto nella ricerca traslazionale».


E nel presente, qual è l’aspetto del tuo lavoro che ti piace di più?

«La totale assenza di monotonia. È un mondo in continua evoluzione».

 

Cosa invece eviteresti volentieri?
«La burocrazia».

 

Malgrado le difficoltà continui a fare ricerca. Cosa ti motiva e ti spinge ad andare avanti?
«Sentire che il mio lavoro aggiunge un piccolo tassello di conoscenza al puzzle che un’enorme comunità scientifica sta costruendo per il bene di tutti».

 

C’è qualcuno che ti ha ispirato e aiutato nel tuo percorso professionale?
«Ogni persona ha avuto un ruolo e ha contribuito a fare di me quello che sono oggi. Credo di essere il risultato di tutti gli incontri fatti nel corso della mia vita».

 

Cosa fai quando non sei in laboratorio?

«Al momento ho davvero poco tempo libero ma nel passato ho fatto di tutto: dal suonare la batteria ai giochi di ruolo, dal volley al volontariato».

 

Hai due ragazze di 12 e 9 anni. Se una di loro decidesse di seguire la strada della ricerca, cosa le diresti?

«Che se vuole riuscire in questo lavoro dovrà metterci determinazione e passione, ma anche che, al prezzo di tanti sacrifici e difficoltà, avrà la possibilità di fare un lavoro bellissimo e mai uguale a sé stesso».

 

La cosa che ti fa più arrabbiare?
«La facilità di giudizio e la pretesa che alcune persone hanno di conoscere ogni cosa e possedere la verità assoluta».

 

Qual è stato il momento più buffo che ti è capitato al lavoro?

«L’anno scorso un piccolo pipistrello è rimasto chiuso in laboratorio. Continuava a volare e ha creato un grosso scompiglio, fino a quando non siamo riusciti a catturarlo e liberarlo all’esterno».

 

E un ricordo a te caro di quando eri bambino?

«Mia nonna che mi racconta di quando mio nonno le faceva la corte in una Roma ormai lontana dove si girava in biciletta su strade sterrate».



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