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I nostri ricercatori

Tumore del colon: nuove strategie per evitare le metastasi al fegato

pubblicato il 14-05-2019

Valentina Buttiglione punta a sviluppare nuove terapie a base di interferone per prevenire le metastasi al fegato nel tumore del colon-retto

Tumore del colon: nuove strategie per evitare le metastasi al fegato

Il cancro del colon è una neoplasia che colpisce la porzione finale del tubo digerente e rappresenta uno dei tumori maligni più diffusi al mondo, con oltre mezzo milione di morti l’anno. Tra i fattori di rischio, ci sono le abitudini alimentari (come l’eccesso di carni lavorate e rosse), lo stile di vita (tra cui principalmente il fumo) e alcuni fattori genetici. La maggior parte dei tumori del colon-retto deriva dalla trasformazione maligna dei polipi, piccole protuberanze della parete interna dell’intestino che si formano in seguito alla proliferazione anomala delle cellule della mucosa intestinale. Queste cellule possono crescere in maniera incontrollata e trasformarsi in tumore maligno che può generare metastasi nel fegato, l’organo più vicino all’intestino. La possibile metastasi al fegato è la principale causa di morte da cancro al colon-retto, e le strategie terapeutiche mirate a bloccare o ridurre questo processo sono di grande interesse. Su questi temi di ricerca è impegnata Valentina Buttiglione che, grazie a una borsa di ricerca di Fondazione Umberto Veronesi, studia nuove terapie a base di interferone per la prevenzione delle metastasi al fegato nel tumore colon-rettale. 
 

Valentina, perché hai scelto di utilizzare proprio l’interferone nella tua ricerca?

«Gli interferoni sono molecole normalmente prodotte dalle cellule del nostro sistema immunitario per difenderci dall’invasione di organismi esterni, come virus e batteri. Si tratta quindi di molecole in grado di scatenare una forte risposta immunitaria e numerosi studi hanno dimostrato che sono efficaci anche nel mediare la risposta immunitaria contro i tumori».


Quindi si potrebbero prevenire le metastasi epatiche con la somministrazione di interferone?

«Purtroppo questo non è possibile, a causa dell’elevata tossicità dell’interferone quando assunto per via sistemica».


Ed è possibile aggirare questo problema?

«Con il mio gruppo di ricerca siamo riusciti a somministrare l’interferone di tipo I (IFN-1, ndr) soltanto a livello del fegato grazie a particolari cellule ingegnerizzate, riuscendo a prevenire cosi la formazione di metastasi in un modello animale di cancro al colon-retto. Il passo successivo sarà quello di utilizzare delle piccole pompe, in grado di rilasciare l’INF-1 a livello del fegato in maniera continua e graduale, e valutare l’efficacia di questo metodo per prevenire le metastasi nello stesso modello animale».

 

Avete altri obiettivi?

«Sì, siamo anche interessanti a studiare i meccanismi molecolari e cellulari attraverso i quali IFN-1 modifica il microambiente tumorale del fegato, per limitare l’espansione delle metastasi e le cellule coinvolte in questo processo. Inoltre vorremmo valutare l’effetto di diversi tipi di IFN per identificare quello con il miglior profilo di efficacia e sicurezza».

 

Quali potrebbero essere le future applicazioni in ambito clinico della tua ricerca?

«Oggi l’unica possibilità di trattamento per il tumore del colon-retto con metastasi epatiche è la chirurgia, ma soltanto il 10-20 per cento dei pazienti può sottoporsi ad intervento a causa della localizzazione, del numero e delle dimensioni delle metastasi. Questo progetto ha come obiettivo quello di sviluppare una cura efficace per quei pazienti che oggi non hanno una valida alternativa di trattamento. Inoltre, la terapia preventiva con interferone potrebbe essere somministrata a quei pazienti che arrivano alla diagnosi ancora senza metastasi epatiche, ma con alto rischio di svilupparle».

 

Ricordi il momento in cui hai deciso che la tua strada sarebbe stata quella della ricerca?

«Ho capito che avrei fatto la scienziata fin dalle prime lezioni di Bbiologia al liceo. Ero affascinata da tutti i meccanismi che permettevano al corpo umano di funzionare e allo stesso tempo sentivo già l’esigenza di comprenderli e capire come danno origine alle malattie. Tra queste, il cancro è stata sin da subito la mia scelta».

 

Se non avessi fatto la ricercatrice, cosa ti sarebbe piaciuto fare?

«La cantante, la critica d’arte o la filosofa».

  

Qual è stato il momento più bello della tua vita professionale?

«Sicuramente quando sono stata il primo nome su un articolo scientifico e mi hanno inviato a casa il numero della rivista dove era stato pubblicato».


E quello che invece preferiresti dimenticare?

«Quando ho contaminato tutto il laboratorio con il fenolo, una sostanza corrosiva e velenosa».

 

Ci sono degli aspetti della scienza e della comunità scientifica in generale, che secondo te andrebbero migliorati?

«Penso che gli scienziati dovrebbero collaborare di più. Lavoriamo tutti per uno stesso obiettivo e collaborando si possono raggiungere più velocemente i risultati tanto attesi. Bisognerebbe pensare un po’ più al paziente che al prestigio di un gruppo. In ogni gruppo di lavoro sarebbe interessante avere una figura non legata alla scienza, come un filosofo, per aiutare i ricercatori a uscire dal loro mondo, allargando la mente con un pensiero più aperto e meno categorico».

 

Parliamo un po’ di te. Cosa ti piace fare nel tempo libero?

«Cerco di andare in palestra due volte a settimana. La mia grande passione dopo la scienza è il canto, e quando ho del tempo libero continuo a studiarlo».

 

Descriviti con tre pregi e tre difetti.

«Onesta, affidabile e generosa. Testarda, orgogliosa e ipersensibile».

 

Una cosa che vorresti assolutamente fare una volta nella vita.

«Visitare il Giappone».

 

Se potessi scegliere, con quale personaggio famoso ti piacerebbe andare a cena e cosa gli chiederesti?

«Lorenzo Jovanotti e gli chiederei di sposarmi».

 


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