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Una piccola molecola contro i tumori del seno più aggressivi

pubblicato il 06-11-2017

I tumori del seno tripli negativi spesso sviluppano una resistenza ai farmaci: Alessandra Cataldo studia un microRNA che potrebbe aiutare a combatterli

Una piccola molecola contro i tumori del seno più aggressivi

I tumori del seno non sono tutti uguali: attualmente i diversi casi di questa neoplasia, ancor oggi la più diffusa fra le donne, sono classificati in tre categorie.

Per i primi due tipi di tumore, ovvero quelli sensibili agli ormoni femminili (estrogeni e progesterone) e quelli che hanno un aumento nei livelli della proteina HER-2, abbiamo a disposizione trattamenti mirati che sfruttano le peculiari caratteristiche di ciascuna tipologia per colpirli in maniera selettiva ed efficace.

Per i tumori del seno cosiddetti “tripli negativi” (quelli che non rispondono allo stimolo ormonale e che non presentano un aumento di HER-2) siamo meno equipaggiati: questa tipologia è quella a peggiore prognosi, e la chemioterapia è l’unico strumento di cura ad oggi disponibile. Le pazienti mostrano una buona risposta iniziale, ma possono poi sviluppare resistenza farmacologica alla terapia.

Proprio i tumori tripli negativi sono oggetto di studio della dottoressa Alessandra Cataldo, biotecnologa salernitana trapiantata a Milano, dove lavora presso l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, grazie al progetto Pink is Good di Fondazione Umberto Veronesi. Qui Alessandra si sta concentrando su un particolare tipo di microRNA, una famiglia di piccole molecole in grado di bersagliare specifici geni e impedire quindi la produzione delle proteine da loro codificate. L’ipotesi è che i microRNA possano essere utilizzati per bloccare i fattori coinvolti nei meccanismi di resistenza alle terapie.

Alessandra, di cosa ti occupi esattamente nel tuo progetto di ricerca?

«Il mio obiettivo è quello di verificare se un microRNA, miR-302b, possa essere utilizzato per migliorare la risposta alla chemioterapia nei tumori del seno tripli negativi. A questo proposito valuterò in che modo il miR-302b influenzi l’attività di specifici geni sia a livello delle cellule tumorali che di quelle che le circondano, per sapere come sfruttarlo al fine di aumentare la sensibilità del tumore ad un ampio spettro di chemioterapici, e ridurre l’insorgere della resistenza. Inoltre andrò a legare questo microRNA ad un anticorpo che attacca specificamente le cellule malate, in modo da colpire in maniera mirata il tumore. Lo studio dell’azione del miR-302b potrà quindi portare non solo ad una maggiore comprensione dei meccanismi alla base della resistenza, ma anche ad un utilizzo terapeutico per aumentare la risposta alla chemioterapia nei tumori tripli negativi».

Quali sono quindi le eventuali prospettive per i pazienti?

«L’utilizzo dei microRNA nella terapia oncologica potrebbe avere un forte impatto sulla salute umana. Ad esempio, l’introduzione di miR-302b nelle cellule tumorali, in associazione alla terapia standard per i tumori del seno tripli negativi, potrebbe aiutare a ridurre le dosi di chemioterapia per i pazienti: il microRNA infatti migliora la risposta già dalle prime somministrazioni».

Alessandra, tu hai lavorato per un periodo negli Stati Uniti: cosa ti ha spinto a partire?

«È così: dopo il dottorato ho lavorato per un anno e tre mesi presso l’Ohio State University a Columbus. Era arrivato per me il momento di fare un’esperienza in un altro laboratorio: volevo mettermi in gioco, capire se davvero avevo fatto la scelta lavorativa giusta. Inoltre, com’è noto, spesso non ci sono i fondi per gli stipendi dei ricercatori, e l’opportunità di andare all’estero mi si è presentata proprio in un momento in cui per motivi economici non potevo rimanere dov’ero. In parte quindi sono stata “costretta” ad andare via, ma sono molto contenta di averlo fatto».

Cosa ti ha lasciato il periodo in USA? Ti è mancata l’Italia?

«Nonostante avessi già lasciato la mia città natale per trasferirmi a Milano da diversi anni, vivere dall’altra parte del globo non è stato molto semplice. L’aspetto più positivo è che in un anno ho portato a termine un piccolo progetto nato da una mia idea, e ho quindi capito che la strada che ho scelto è probabilmente quella giusta. Inoltre ho potuto confrontarmi con un modo di lavorare e vivere completamente diverso da quello a cui ero abituata, e ho stretto tante amicizie. Tuttavia la difficoltà legata al fuso orario nel comunicare con i miei parenti, il fatto di tornare a casa la sera e non poter raccontare ai miei cari come avevo trascorso la giornata, mi ha dato un senso di solitudine che, tra le altre cose, mi ha poi spinta a tornare qui».


Perché hai scelto di intraprendere la strada della ricerca?

«Non ricordo il momento esatto della mia scelta, ma mia madre mi ha raccontato che quando avevo 7 anni, alla classica domanda “cosa vuoi fare da grande?”, io ho ingenuamete risposto: “Voglio fare il dottore, ma quello che scopre le medicine”. Penso quindi che il mio destino nella ricerca fosse già segnato».


Se ti dico scienza e ricerca, cosa ti viene in mente?

«La volontà di superare limiti imposti da “barriere naturali” a cui a volte è difficile dare un’immediata spiegazione. Mi immagino una montagna tortuosa da scalare al contrario, cioè dalla punta, visibile a tutti, giù fino alle pendici, spesso nascoste ai nostri occhi». 


Cosa avresti fatto se non avessi fatto la ricercatrice? 

«Probabilmente avrei ereditato l’arte di mio padre e sarei diventata parrucchiera».


Cos’è che dà un significato profondo alle tue giornate lavorative?

«Quando racconto alle persone cosa faccio e cosa cerco di sconfiggere le parole che mi vengono rivolte sono quasi sempre “grazie”, “siete il nostro orgoglio”, “fate un lavoro bellissimo”. Questo è ciò che mi spinge a continuare a fare questo lavoro, e a farlo al meglio».


Alessandra ha corso con altre 12.000 persone per la ricerca sui tumori femminili


Cosa fai nel tempo libero?

«La mia più grande passione da vent’anni è la danza. A 9 anni ho iniziato a ballare danza classica e moderna, e a 19 ho conseguito il diploma: le ho poi abbandonate quando mi sono trasferita a Milano. Sono stata ferma per qualche anno, ma poi ho cominciato a ballare danze caraibiche (salsa, bachata e così via), ancora adesso il mio hobby». 

Una cosa che vorresti assolutamente fare almeno una volta nella vita.

«Mi piacerebbe fare bungee jumping».


Quando è stata l’ultima volta che ti sei commossa?

«Alla cerimonia di laurea di mio fratello. Lui è più piccolo di me di sette anni: assistere al raggiungimento del primo traguardo della sua vita professionale è stato per me un grande motivo di orgoglio e soddisfazione».


C’è un ricordo a te caro di quando eri piccola?

«Mi ricordo di quando finiva la scuola e insieme ai miei nonni andavo a trovare i miei bisnonni. Ricordo con gioia il mio bisnonno, che mi regalava gli amaretti e i soldi per comprare i giocattoli per la promozione: la figura di quell’uomo distinto e tenero è una delle cose più belle della mia infanzia».


Se potessi scegliere, con quale personaggio famoso ti piacerebbe andare a cena una sera?

«Cenerei con Roberto Bolle. Gli chiederei di descrivermi l’emozione che si prova a ballare sui palcoscenici più prestigiosi al mondo, e in che modo la rigida disciplina della danza classica ha influito sulla sua vita e sulle sue scelte».


 

Agnese Collino
Agnese Collino

Biologa molecolare. Nata a Udine nel 1984. Laureata in Biologia Molecolare e Cellulare all'Università di Bologna, PhD in Oncologia Molecolare alla Scuola Europea di Medicina Molecolare (SEMM) di Milano, Master in Giornalismo e Comunicazione Istituzionale della Scienza all'Università di Ferrara. Ha lavorato nove anni nella ricerca sul cancro e dal 2013 si occupa di divulgazione scientifica


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