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Redazione

Melanoma: cosa sapere se ci si ammala in gravidanza?

pubblicato il 01-02-2021

Il melanoma riguarda circa un terzo dei casi di cancro scoperti in età fertile. La diagnosi precoce esclude le complicanze per la gravidanza

Melanoma: cosa sapere se ci si ammala in gravidanza?

Ho 35 anni, sono al secondo mese di gravidanza e ho riscontrato un neo particolarmente sporgente sulla pancia. Cosa dovrei fare, nel caso in cui 
si trattasse di un melanoma

Federica F. (Viterbo)

Risponde Iris Zalaudek, direttrice dell'unità operativa complessa della clinica dermatologica dell'Azienda Sanitaria Universitaria Integrata di
Trieste

Il melanoma è uno dei tumori più frequenti nei giovani adulti e di conseguenza può essere diagnosticato anche in donne in gravidanza. In generale è molto raro riscontrare una malattia oncologica proprio durante il periodo gestazionale. Ma vale comunque la pena ricordare che il melanoma rappresenta circa un terzo delle forme di cancro che possono essere diagnosticate nel corso dell'età fertile.

 

Durante la gravidanza è fisiologico un aumento dell’attività dei melanociti (le cellule che conferiscono colore alla cute). Ma la comparsa di nuove lesioni pigmentate o importanti cambiamenti di quelle preesistenti non deve essere sottovalutata. In caso di dubbi, è opportuno rivolgersi al dermatologo. Se lo specialista riscontra una lesione sospetta, nella maggior parte dei casi l’iter diagnostico-terapeutico per una donna incinta non differisce da quello degli altri pazienti e può essere affrontato senza timore. La lesione viene asportata dalla cute con un intervento chirurgico che si svolge in anestesia locale e la procedura è totalmente sicura per la futura madre e il nascituro. Questo passaggio è fondamentale, essendo al tempo stesso diagnostico e terapeutico, perché il tessuto asportato sarà poi analizzato istologicamente, per avere conferma del sospetto clinico.

SALUTE DELLA PELLE: I CONTROLLI DA FARE

Qualora si confermasse la diagnosi di melanoma, si renderebbe necessario rimuovere in un secondo tempo un certo margine di cute sana attorno alla sede della lesione asportata. Questa operazione - nota come «radicalizzazione» o «allargamento» - è effettuabile in anestesia locale. Inoltre potrebbero essere necessarie ulteriori indagini per procedere a quello che si definisce «staging» tumorale, ovvero la ricerca di segni di diffusione a distanza della malattia. Con le dovute accortezze, anche tali indagini possono essere svolte in totale sicurezza per la donna in gravidanza.

 

Nella maggior parte dei casi, l'asportazione e la successiva radicalizzazione risolvono il problema e il percorso terapeutico è così concluso. Più raramente si riscontra una malattia metastatica, vale a dire con localizzazioni a distanza a livello dei linfonodi oppure in altri organi. In quest’ultimo caso, il trattamento è una vera e propria sfida, perché le terapie sistemiche che si usano solitamente (come la terapia target con inibitori di BRAF e MEK oppure l’immunoterapia con inibitori di PD-1) non sono approvate per le donne in gravidanza, in quanto non esenti da rischi per il feto. In alcuni lavori scientifici, però, sono riportate casistiche in cui tali farmaci sono stati utilizzati con successo, senza effetti avversi per la gestazione.

 

Infine, è necessario chiarire una questione fondamentale che suscita molta apprensione nelle future mamme: in assenza di malattia metastatica, i rischi di eventi avversi per il feto sono trascurabili. Infatti, la semplice diagnosi di melanoma nella madre non è associata a complicanze significative per il nascituro (parto pretermine, ricorso a taglio cesareo o mortalità fetale).

 

In conclusione, nella maggior parte dei casi il melanoma è curabile attraverso la diagnosi precoce, con un semplice intervento chirurgico. In caso di lesioni sospette, è consigliabile rivolgersi subito allo specialista dermatologo.


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