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Neuroscienze

Alzheimer: flop dei farmaci, obiettivo diagnosi precoce

pubblicato il 20-09-2019

Il 21 settembre la giornata mondiale dedicata all'Alzheimer. Ancora non c'è una cura, ma si punta all'intervento precoce. Intanto, nessuna traccia del piano demenze

Alzheimer: flop dei farmaci, obiettivo diagnosi precoce

Bapinuzumab. Solanezumab. Crenezumab. Aducanumab. Questi nomi, ai più, non dicono nulla. E per certi versi è normale che sia così, dal momento che si tratta di qualcosa che avrebbe potuto essere e che non è stato. E che chissà se sarà mai.


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ALZHEIMER E DEMENZE: A CHE PUNTO È LA RICERCA?

I quattro farmaci indicati sono l'emblema di quello che finora è stato il flop della ricerca di una terapia efficace contro la malattia di Alzheimer, di cui il 21 settembre si celebra la giornata mondiale. Gli anticorpi monoclonali citati sono il capitolo finale della storia dei circa 400 principi attivi testati in oltre vent'anni, senza che nessuno abbia dato i risultati sperati. Il fallimento registrato contro le demenze - di cui l'Alzheimer rappresenta la forma più diffusa - non ha con ogni probabilità eguali. Ma la comunità scientifica non ha intenzione di sottrarsi alla contesa. 

 

LE MALATTIE NEURODEGENERATIVE
POSSONO ESSERE PREVENUTE? 

 

ORA SI PUNTA ALLE FASI PRECOCI

Poiché nella ricerca ogni obiettivo sfuggito può rappresentare un nuovo punto di partenza, gli scienzati sono convinti che dai mancati traguardi raggiunti potrebbe comunque giungere qualche risposta utile per far fronte all'Alzheimer (600mila malati in Italia). E, più in generale, alle demenze (1,2 milioni). Per questo si sta continuando a lavorare sugli anticorpi monoclonali, al fine di verificare la capacità di degradare le due proteine che si accumulano nel cervello delle persone con l'Alzheimer: la beta-amiloide (si accumula sotto forma di grovigli) e la Tau (aggregati filiformi). Il risultato sperato, finora, non è stato raggiunto. Ma è anche vero che si è puntato sui pazienti con una malattia in fase avanzata. Adesso gli specialisti vogliono testare le stesse molecole, ma sulle persone alle prese con un deterioramento cognitivo lieve. L'Alzheimer è infatti una malattia neurodegenerativa che progredisce gradualmente, iniziando con una lunga fase silenziosa prima che compaiano i sintomi. Dunque la svolta, se ci sarà, dipenderà da questo cambio di paradigma che punta a somministrare dei farmaci in fase precoce. 


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UNO SCREENING PER LE PERSONE A RISCHIO?

Per portare a compimento questa svolta, però, è necessario anticipare la diagnosi. È questo l'obiettivo a cui tende il progetto «Interceptor», un programma di screening per la popolazione a rischio finalizzato a individuare le persone da trattare prima delle altre. Secondo gli esperti, una simile opportunità, se fosse già disponibile, potrebbe interessare almeno 700.000 persone. Di queste, quasi la metà è candidata a sviluppare una forma di demenza. «Un trattamento che ritardi la progressione della malattia del 50 per cento comporterebbe una diminuzione dei malati negli stadi avanzati, oltre al miglioramento della loro qualità di vita», sostiene Monica Di Luca, ordinario di farmacologia all’Università di Milano e presidente della Federazione delle Società Europee di Neuroscienze. Qualora si raggiungesse questo risultato, verrebbero meno anche i dubbi di chi si interroga sull'utilità di una diagnosi precoce, derivanti dall'impossibilità di dare impulso a un'azione terapeutica. «Adesso custodiamo un ampio set di dati dei pazienti che ci permetterà di predire il decorso della malattia - aggiunge Alberto Redolfi, a capo dell'unità di neuroinformatica dell'Irccs Fatebenefratelli di Brescia -. Incrociando le informazioni tratte dagli esami clinici, dai test neuropsicologici, dalla genetica, dall'elettroencefalografia e dall'imaging cerebrale, potremmo personalizzare i trattamenti sulla base della velocità di progressione e delle caratteristiche dell'Alzheimer nel singolo paziente».  

 

ALZHEIMER: POSSIAMO PARLARE DI PREVENZIONE

Essendo di fronte a una malattia inguaribile - i farmaci attualmente disponibili possono soltanto migliorare alcuni sintomi, mentre con le attività si cerca di ridurre i disturbi del comportamento - al momento la prevenzione è l'arma più efficace per contenere l'avanzata delle demenze. Più che la dieta, che sembra avere comunque un ruolo protettivo, è il mantenersi attivi (sul piano fisico e mentale) a proteggere in maniera più significativa. I consigli sono gli stessi che riguardano la prevenzione cardiovascolare. «Essendo lontani almeno di un paio di decenni dalla scoperta di terapie in grado di evitare o rallentare il decadimento cognitivo, è meglio fare il possibile per evitare o quanto meno rimandare l'appuntamento con la malattia», sono le parole con cui Robert Howard, psicopatologo dell'invecchiamento all'University College di Londra, ha commentato le ultime raccomandazioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, per la prima volta mirate a porre l'accento sulla riduzione del rischio.


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E IL PIANO DEMENZE?

Più che sul piano scientifico, il vuoto al momento riguarda l'aspetto sociale delle demenze. La Svezia e il Canada sono stati gli ultimi Paesi a stanziare diversi milioni di euro per i rispettivi piani, mirati ad aiutare i malati e le loro famiglie. In Italia, invece, le indicazioni sono soltanto sulla carta. «È un delitto che il piano nazionale demenze non sia ancora stato finanziato, a cinque anni dalla sua approvazione - chiosa Gabriella Salvini Porro, presidente della Federazione Alzheimer, che ha lanciato una petizione per chiedere che dalle parole si passi ai fatti -. I malati e le loro famiglie non possono più aspettare». Un appello trascurato dall'ex ministro della Salute Giulia Grillo e adesso nelle mani del successore Roberto Speranza. Stiamo fingendo di non vedere l'Alzheimer, mentre si diffonde in mezzo a noi.


Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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