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Oncologia

Diventare padre dopo il tumore

pubblicato il 15-01-2014
aggiornato il 20-07-2017

Molti pazienti oggi, prima di sottoporsi a terapie e interventi oncologici, scelgono la crioconservazione di gameti per tutelare la fertilità. L’iter da seguire e le sue regole

Diventare padre dopo il tumore

Pensare a un futuro dopo la malattia significa anche proteggere la propria fertilità, soprattutto quando le terapie indicate sono potenzialmente sterilizzanti. E non è solo problema femminile: più informati e consapevoli, oggi sempre più pazienti (maschi) optano per la crioconservazione dei gameti, anche in giovane età quando la paternità è un’idea non ancora balenata o non hanno una partner. Come Warren Brewer, giovane inglese che, colpito da una grave forma di tumore cerebrale, ha addirittura disposto che la neomoglie potesse utilizzare il suo sperma crioconservato per una gravidanza anche dopo la sua morte. E mentre in Inghilterra - più liberale in tema di fecondazione assistita - si discute del limite temporale entro cui la donna avrebbe diritto di fare la sua scelta, qui facciamo chiarezza su modalità, scadenze e regole da seguire in Italia per garantirsi una paternità dopo la malattia.


Anche la dieta può aiutare la fertilità

A TUTTE LE ETA’

Sono alcuni trattamenti genotossici, come chemioterapia e radioterapia, a delineare il rischio di sterilità per entrambi i sessi. Neoplasie, alcune malattie autoimmuni e patologie urologiche che richiedono interventi chirurgici potenzialmente lesivi della capacità di eiaculare: questi i casi in cui lo specialista dovrebbe indirizzare il paziente verso la crioconservazione. Senza limiti di età. «Nell’uomo non esiste una fascia di età fertile e si può diventare padre in qualsiasi momento: per questo è consigliata a partire dai 13 anni», spiega Loredana Gandini, responsabile della Banca del Seme del Policlinico Umberto I di Roma, una delle strutture pubbliche per lo stoccaggio di gameti presenti sul suolo italiano.  Parlare di fertilità ai pazienti più giovani significa anche riferirsi al futuro. «Oggi l’adesione è massima e ci sono molti ragazzi giovani che comprendono bene l’importanza di avere figli. Funge da supporto psicologico perchè il paziente si trova a fare progetti sulla vita dopo la malattia». Alla conservazione dello sperma ci si affida anche a scopo preventivo: è il caso, ad esempio, di lavoratori a rischio per l’esposizione cronica a contaminanti ambientali.

COSA DICE LA LEGGE

In Italia la crioconservazione dei gameti, maschili e femminili è regolata dalla controversa legge 40 sulla fecondazione assistita. Se è l’uomo ad ammalarsi, lo sperma è prelevato prima dell’avvio delle terapie potenzialmente sterilizzanti e conservato in banche - pubbliche o private - con una limitazione temporale. «La crioconservazione dura un anno, al termine del quale il paziente deve ripresentarsi per un controllo – prosegue la specialista - Ognuno reagisce in modo differente alle terapie, in alcuni casi la fertilità non è più recuperata e il paziente ricorre alla procreazione assistita. Se a due anni dal trattamento chimico radiante ha recuperato la qualità e quantità della spermatogenesi pre-terapia il campione non viene più conservato ed è eliminato». Un’eventualità prevista anche qualora, purtroppo, il paziente perdesse la sua battaglia con la malattia. Quali però i diritti della moglie e dei famigliari? In realtà, un desiderio simile a quello della giovane vedova inglese potrebbe trovare terreno fertile anche nel nostro Paese, ci spiega l’esperta. «La legge prevede che entrambi i partner siano viventi per una fecondazione assistita. Esistono casi di ricorso al tribunale, per ottenere il diritto a ritirare il campione: può accadere poi che la partner si rivolga all’estero per la fecondazione assistita».


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