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Oncologia

Un figlio dopo il cancro? Si può, ma serve più informazione

pubblicato il 20-08-2018
aggiornato il 06-09-2018

Diverse le opportunità per preservare la fertilità di una giovane donna colpita da un tumore. Ma occorre dedicare più tempo al «counseling» per informare adeguatamente le pazienti

Un figlio dopo il cancro? Si può, ma serve più informazione

Diventare mamme dopo aver combattuto contro un tumore? La scienza oggi concede un'opportunità nemmeno immaginabile fino a un ventennio addietro. Ma nonostante di queste soluzioni si parli sempre più spesso, nell'ottica di allargare la prospettiva di vita di una donna colpita dal cancro in età fertile, il ricorso alle tecniche necessarie per preservare la fertilità nelle pazienti oncologiche è ancora poco richiesto dalle dirette interessate. O, per meglio dire, non sempre prospettato dagli oncologi, per cui spesso l'unico obiettivo rimane il superamento della malattia.  

TUMORE AL SENO: GRAVIDANZA
E ALLATTAMENTO SONO
POSSIBILI DOPO LA MALATTIA? 

DIVENTARE MAMME DOPO LE TERAPIE

A fare il punto della situazione è stato un gruppo di ricercatori italiani, in un lavoro pubblicato sulle colonne della rivista The Breast. Gli scienziati, coordinati da Lucia Del Mastro, direttore dell’Unità Sviluppo Terapie Innovative all'ospedale San Martino-Istituto Tumori di Genova e membro del comitato scientifico della Fondazione Umberto Veronesi, hanno coinvolto nello studio 131 donne ammalatesi di tumore al seno tra i 18 e i 45 anni, con l'obiettivo di rilevare le loro necessità e le scelte assunte per provare ad avere un figlio una volta completato il percorso terapeutico. Questo perché, a sei anni dalla pubblicazione delle linee guida per la preservazione della fertilità nei malati di cancro, pochi erano i dati finora raccolti circa le richieste delle pazienti e il loro eventuale rifiuto a sottoporsi a una delle procedure in uso per la preservazione della fertilità. Dall'indagine è emerso che la prospettiva di sviluppare un'insufficienza ovarica precoce, fino anche a determinare l'infertilità, è stata discussa con tutte le donne e per molte di loro rappresentava un timore concreto. Ma soltanto una minoranza (29,3 per cento) di coloro con meno di 40 anni ha richiesto una consulenza per procedere alla crioconservazione degli ovociti, la prima opzione da proporre a una giovane donna che s'ammala di cancro fertilità. Ancora meno (12 per cento) sono state le pazienti che hanno poi deciso di eseguire una delle procedure disponibili, seguendo le indicazioni degli specialisti.  


Così si può salvare la possibilità di avere un figlio dopo il cancro


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SI PUO' FARE DI PIU'

Come può essere interpretata questa discordanza, tra la percezione del problema e l'azione per ridurne l'impatto? Tra le ragioni addotte da coloro che hanno rifiutato di preservare la propria fertilità, oltre all'assenza di volontà di avere un figlio e al completamento della famiglia ancor prima di ammalarsi, le pazienti hanno sottolineato il mancato supporto da parte di un partner e sopratutto il timore legato al posticipo dell'inizio delle terapie. I dati, secondo Matteo Lambertini, ricercatore nel dipartimento di oncologia medica all'Università Libre di Bruxelles e prima firma della pubblicazione, «oggi sarebbero probabilmente più alti», dal momento che l'indagine è stata condotta tra il 2012 e il 2016, «mentre a oggi l'accettazione delle tecniche di criopreservazione è cresciuta, anche in ragione di una maggiore conoscenza, tra i pazienti e tra gli specialisti, della loro sicurezza ed efficacia». Ciò non toglie che l'istantanea scattata documenta comunque un basso ricorso a questa opportunità, a maggiore se si considera che lo studio, esteso soltanto nel 2015 a diversi centri italiani, per tre anni è stato portato avanti soltanto al San Martino di Genova: una delle strutture in cui la collaborazione tra oncologi e ginecologi è sviluppata da tempo.  

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RETI REGIONALI PER PRESERVARE LA FERTILITA'

«Occorre migliorare l'approccio rivolto alla preservazione della fertilità nelle giovani pazienti oncologiche», hanno messo nero su bianco i ricercatori nelle conclusioni del loro lavoro, richiamando anche il divieto alla crioconservazione degli embrioni in vigore in Italia. L'ideale, secondo i ricercatori, sarebbe creare strutture di oncofertilità su base regionale («Hub»), in cui far confluire tutte le pazienti oncologiche interessate ad affrontare una gravidanza dopo la malattia provenienti dai diversi reparti di oncologia presenti sul territorio («Spoke»). Un modello che è in vigore in diverse regioni italiane, ma sono di più in realtà quelle scoperte: Sicilia, Calabria, Puglia, Basilicata, Molise (afferiscono quasi tutte ai centri campani), Abruzzo, Marche, Umbria (c'è il Lazio, ma con un solo centro pubblico attivo), Veneto, Friuli Venezia Giulia e Valle d'Aosta (si dividono tra Emilia Romagna, Lombardia, Liguria e Piemonte). Quattro le opportunità a disposizione delle donne che desiderano avere un figlio dopo una malattia oncologica: il congelamento degli ovociti (previa stimolazione ovarica, che richiede il posticipo dell'inizio della chemioterapia di un paio di settimane) o del tessuto ovarico (procedura ancora sperimentale che non richiede una stimolazione farmacologica), tecniche chirurgiche conservative e il ricorso a farmaci che proteggono le gonadi (ovaie) dai danni della chemioterapia.

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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