Alcuni specifici sintomi depressivi nella mezza età potrebbero essere associati a un aumento del rischio di sviluppare demenza molti anni dopo. È quanto emerge da uno studio pubblicato su Lancet Psychiatry che ha seguito per oltre vent’anni una coorte britannica di adulti inizialmente tra i 35 e i 55 anni.
La ricerca, coordinata dall’University College London e basata sui dati dello storico studio Whitehall II, ha analizzato l’andamento dei sintomi psicologici nella mezza età per verificare se determinati profili potessero essere collegati a un rischio cognitivo futuro. Un tema rilevante, considerando che oggi nel mondo si stimano circa 55 milioni di persone con demenza -di cui circa il 70% con malattia di Alzheimer- e che entro il 2050 si prevede possano diventare 153 milioni.
L’obiettivo, in assenza di terapie risolutive, è comprendere se sia possibile individuare con largo anticipo segnali utili a riconoscere una maggiore vulnerabilità cognitiva.
IL 10 PER CENTO HA SVILUPPATO DEMENZA NEL FOLLOW-UP
Il gruppo analizzato comprendeva 5.811 dipendenti pubblici britannici (72% uomini, 92% bianchi), con età media di 56 anni al momento della valutazione dei sintomi depressivi. All’inizio dello studio, il 22% dei partecipanti presentava un punteggio elevato al General Health Questionnaire (GHQ), uno strumento validato per la valutazione dello stato psicologico.
Nel corso dei 23 anni di follow-up, 586 persone -pari al 10% della coorte- hanno ricevuto una diagnosi di demenza.
Nel complesso, un punteggio elevato al GHQ nella mezza età è risultato associato a un incremento relativo del 27% del rischio di sviluppare demenza rispetto a chi non presentava sintomi significativi.
L’analisi più approfondita ha evidenziato che non tutti i sintomi depressivi avevano lo stesso peso. Tra i 30 item del questionario, sei in particolare -quando presenti con intensità elevata sotto i 60 anni- sono risultati associati a un rischio maggiore nel lungo periodo.
I SEI SINTOMI ASSOCIATI A RISCHIO PIÙ ELEVATO
«Sto perdendo fiducia in me stesso» (+51% rischio relativo);
«Non riesco a far fronte ai problemi» (+49%);
«Non provo calore o affetto verso gli altri» (+44%);
«Sono sempre nervoso e arrabbiato» (+34%);
«Non sono soddisfatto di come le cose vengono fatte» (+33%);
«Ho difficoltà a concentrarmi» (+29%).
Gli autori sottolineano che si tratta di associazioni statistiche osservate in una popolazione specifica e che i risultati non implicano automaticamente un rapporto causale. Tuttavia, suggeriscono che alcune dimensioni della depressione nella mezza età -in particolare quelle legate al funzionamento cognitivo ed esecutivo- possano rappresentare un possibile indicatore di vulnerabilità futura.
I ricercatori scrivono: «I nostri risultati possono aiutare i medici a distinguere, tra i pazienti di mezza età, quelli la cui depressione è associata a un rischio aumentato di demenza e quelli i cui disturbi sono dovuti ad altre cause, così da modulare la valutazione clinica e il monitoraggio nel tempo».
L’INTERVISTA: CAMBIA LA VISITA MEDICA?
Sui risultati di questo studio abbiamo chiesto al professore Andrea Fagiolini, ordinario di Psichiatria all’Università di Siena, di esprimere le sue considerazioni.
Questo studio sembra suggerire che non tutta la depressione aumenta il rischio di demenza. È davvero così?
Sì, ed è proprio questo l’aspetto più innovativo del lavoro. Per anni abbiamo ragionato in termini binari: depressione presente o assente. Questo studio mostra invece che la depressione è un contenitore molto eterogeneo e che solo alcuni sintomi specifici, presenti nella mezza età, sono associati a un aumento del rischio di demenza molti anni dopo. Non è quindi la diagnosi in sé a essere predittiva, ma il profilo sintomatologico. E sono sintomi che parlano meno di tristezza e più di funzionamento cognitivo ed esecutivo. Ed è proprio questa la chiave interpretativa.
Perché sintomi come la perdita di fiducia in sé o la difficoltà di concentrazione sono più rilevanti del tono dell’umore depresso?
Perché assomigliano molto ai primi segnali soggettivi di decadimento cognitivo lieve. Non riguardano tanto l’emotività quanto la percezione di un calo di efficienza mentale, di capacità organizzativa, di gestione della complessità. Sono lamentele che spesso sentiamo anche nei pazienti nelle fasi iniziali di declino cognitivo.
Possiamo dire che in alcuni casi questi sintomi siano già un’espressione precoce di un processo neurodegenerativo?
È un’ipotesi molto plausibile. Sappiamo che i processi neuropatologici dell’Alzheimer iniziano anche 15–20 anni prima della diagnosi clinica. È possibile che alcuni di questi sintomi rappresentino una manifestazione molto precoce di quei cambiamenti cerebrali, quando ancora non sono rilevabili con i test cognitivi tradizionali.
Questo studio cambia il modo in cui uno psichiatra dovrebbe valutare un paziente depresso di 45–55 anni?
Sì, perché suggerisce che dovremmo prestare molta più attenzione al tipo di sintomi riportati. In presenza di questo specifico profilo, può essere utile pensare anche a un monitoraggio cognitivo nel tempo e a interventi mirati a potenziare la “riserva cognitiva”, oltre al trattamento dell’umore.
Che ruolo hanno i fattori di rischio classici della demenza rispetto a questi sintomi?
La cosa sorprendente è che l’associazione resta significativa anche correggendo per genetica, diabete, ipertensione, colesterolo, stile di vita. Questo suggerisce che non si tratti solo di un effetto indiretto mediato dalla salute fisica, ma di un possibile legame più diretto con i meccanismi neurobiologici della demenza.
C’è il rischio che questi sintomi vengano interpretati solo come aspetti psicologici e non come possibili segnali neurologici?
È esattamente ciò che probabilmente accade oggi. Tendiamo a leggerli come manifestazioni esclusivamente emotive, mentre potrebbero essere segnali precoci di vulnerabilità cognitiva. Questo studio ci invita a integrare di più la lettura psichiatrica e quella neurologica.
In pratica clinica, cosa dovrebbe fare uno specialista quando incontra un paziente con questo specifico profilo sintomatologico?
Oltre a trattare adeguatamente la depressione, può essere utile valutare nel tempo l’andamento delle funzioni cognitive, incoraggiare attività che aumentino la riserva cognitiva, promuovere uno stile di vita protettivo e mantenere un follow-up più attento rispetto al rischio cognitivo.
Questi risultati suggeriscono che trattare bene alcuni sintomi depressivi possa avere un effetto preventivo anche sulla salute cognitiva futura?
Non possiamo dirlo con certezza, ma è una prospettiva molto interessante. Se questi sintomi sono collegati ai meccanismi che portano alla demenza, intervenire precocemente potrebbe non solo migliorare il benessere psichico, ma anche influenzare la traiettoria cognitiva a lungo termine.


