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Neuroscienze

Tumori e Alzheimer: cosa sappiamo dell’associazione inversa

Alcuni studi indicano che le due patologie coesistano meno del previsto. Un lavoro pubblicato su Cell propone un possibile meccanismo biologico, ma le evidenze restano epidemiologiche o precliniche

Negli ultimi anni diversi studi epidemiologici hanno osservato un’associazione inattesa: le persone con diagnosi di malattia di Alzheimer sembrano sviluppare meno tumori rispetto alla popolazione generale e, viceversa, chi ha avuto un cancro presenta un rischio più basso di demenza. Non si tratta di una regola assoluta, ma di una tendenza statistica che ha attirato l’attenzione dei ricercatori.

L’ipotesi più citata è che cancro e Alzheimer rappresentino, almeno in parte, due modalità biologiche diverse – e talvolta divergenti – di invecchiamento cellulare: da un lato la proliferazione incontrollata, dall’altro la progressiva perdita di neuroni. Una relazione complessa, tutt’altro che chiarita, che negli anni ha generato numerosi interrogativi.

E per qualche ragione, in molti casi, si escludono a vicenda. Uno studio epidemiologico condotto su pazienti del Nord Italia e pubblicato nel 2013 ha addirittura calcolato che il rischio di cancro nei pazienti con Alzheimer è dimezzato, mentre il rischio di Alzheimer nei pazienti oncologici è ridotto del 35%. Da tempo gli scienziati si interrogano sul perché questo avvenga e negli anni sono state proposte varie ipotesi plausibili, anche se nessuna definitiva.

I risultati di una ricerca pubblicata sulla rivista Cell a gennaio di quest’anno aggiungono un tassello al puzzle, con l’identificazione di un nuovo meccanismo biologico che potrebbe contribuire a questa relazione inversa.

LO STUDIO

Gli esperimenti, condotti sui topi, mostrano che una proteina prodotta dalle cellule di diversi tumori è in grado di raggiungere il cervello, dove favorisce la degradazione degli ammassi di beta-amiloide associati all'Alzheimer. Per scoprirlo, i ricercatori dell’Università di Wuhan, in Cina, hanno trapiantato in modelli animali di Alzheimer tre diversi tipi di tumore umano: polmone, prostata e colon. Hanno quindi osservato, a conferma degli studi epidemiologici, che i topi con cancro non sviluppano le placche tipiche della demenza.

Per capire perché, hanno analizzato le proteine prodotte dalle cellule tumorali in grado di superare la barriera emato-encefalica e quindi di entrare nel cervello. Tra queste hanno individuato la cistatina C, capace di attivare il recettore TREM2 situato sulle cellule immunitarie del cervello, le microglia, spingendole a degradare e rimuovere le placche amiloidi. Sembra che l’azione della cistatina C, attraverso questo processo di “pulizia immunitaria”, porti a un netto miglioramento delle funzioni cognitive degli animali.

Se confermati sugli esseri umani, questi risultati potrebbero aprire la via allo sviluppo di nuovi farmaci per la demenza. Intervistato da Nature, Donald Weaver, neurologo dell’Università di Toronto, nota però con prudenza che, finora, gli studi clinici su molecole che attivano TREM2 hanno dato risultati contrastanti. Tuttavia, aggiunge, questo non vuol dire che sia un vicolo cieco: molecole di questo tipo potrebbero far parte di un cocktail di farmaci contro l’Alzheimer.

EFFETTO DELL’ALZHEIMER SUL SISTEMA IMMUNITARIO

Negli ultimi anni sono stati osservati anche altri meccanismi molecolari. L’anno scorso uno studio pubblicato sulla rivista Cancer Research ha indagato il processo inverso: perché la presenza di Alzheimer “inibisce” lo sviluppo di tumori.

La premessa necessaria per capire appieno la loro scoperta è che nelle persone che invecchiano normalmente, il sistema immunitario perde efficacia contro i tumori, anche a causa del fatto che, nelle cellule T, gli organelli che producono energia (i mitocondri) subiscono un processo di degradazione.

I ricercatori hanno osservato, studiando modelli animali e campioni umani, che la proteina precursore dell’amiloide (APP) e il suo frammento beta-amiloide 40 si accumulano nei mitocondri dei linfociti T. In questo contesto periferico, le proteine che nel cervello sono considerate tossiche agiscono come uno scudo biologico che impedisce la distruzione dei mitocondri indotta dall'invecchiamento. Le difese immunitarie restano quindi funzionali e mantengono alta la sorveglianza contro lo sviluppo dei tumori.

Gli studi condotti finora sono sostanzialmente epidemiologici o preclinici. Comunque l’esistenza di questo bivio biologico suggerisce che la traiettoria dell’invecchiamento possa essere guidata verso uno di due percorsi divergenti. E forse si potranno identificare meccanismi capaci di mantenere l'equilibrio tra periferia e cervello, per trasformare questo paradosso in strategie capaci di prevenire il deragliamento verso la demenza o il cancro.

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