Anoressia, bulimia, binge eating: i disturbi dell’alimentazione sono molto complessi, visto che coinvolgono più organi e durano molto a lungo. Per capire e misurarne i possibili effetti nel tempo è stata condotta una ricerca dall’Università di Manchester (Regno Unito) apparsa sulla rivista Bmj Medicine.
I RISCHI DEI DISTURBI ALIMENTARI
Nel primo anno dalla diagnosi sono più alte le probabilità che insorgano disturbi come diabete, insufficienza renale ed epatica, fratture, morte prematura, ma il rischio resta i sopra la norma per anni, indicando così la necessità di servizi sanitari multidisciplinari integrati e tempestivi e un monitoraggio continuo per migliorare i risultati. Questo sottolineano i ricercatori.
Le percentuali di disturbi alimentari quanto meno in Gran Bretagna si sono alzate in modo sensibile dopo il Covid-19, ma se i danni fisici e mentali della malattia sono noti, non sarebbero molto chiari gli effetti sul lungo periodo.
UNO STUDIO SUL LUNGO PERIODO
Gli studiosi di Manchester si sono avvalsi dei dati medici del Clinical Practice Research Datalink, ente governativo che raccoglie informazioni e cifre per indagini sulla salute pubblica. Così hanno controllato vent’anni di disturbi alimentari (1998-2018), in 24.709 persone, di età compresa tra 10 e 44 anni, messe a confronto con 493.001 soggetti sani, e seguite nel loro percorso di salute fisica e mentale per 10 anni.
La maggioranza (89 per cento) era costituita da donne. La distribuzione delle diagnosi era questa: 14,5 per cento (3.777) soffrivano di anoressia, 20,5 (5.085) di bulimia, 5 (1.215) del disturbo di binge eating. Del 60 per cento (14.832) erano affetti da disturbi dell’alimentazione non altrimenti specificati.
UN IMPATTO IMPORTANTE SULLA SALUTE
L’analisi dei dati ha mostrato che i problemi alimentari andavano di pari passo con un aumento di rischi per la salute sia fisica sia mentale. Nel primo anno dalla diagnosi, le persone con disturbi dell’alimentazione avevano un rischio 6-7 volte aumentato di insufficienza renale,di insufficienza epatica e di osteoporosi, un rischio doppio o triplo di insufficienza cardiaca e di diabete.
Analogamente ecco i rischi aumentati in ambito di salute mentale dopo un anno dalla diagnosi: la probabilità di depressione risultava 7 volte accresciuta e il comportamento di autolesionismo 9 volte più forte. Molti di questi rischi apparivano ancora più alti della media, persistenti, pur con minore intensità, dopo 5 anni.
In generale, risultava più alto della media sia il rischio di morte per varie cause, sia il rischio di suicidio.
LE PERSONE VANNO SEGUITE NEL TEMPO
«Le nostre cifre descrivono gli effetti sostanziali sul lungo periodo e sottolineano che la medicina di base potrebbe svolgere un ruolo maggiore offrendo supporto e un controllo nel tempo per le persone che si stanno riprendendo da un disturbo alimentare».
E suggeriscono: «Occorrerebbe un più stretto collegamento tra il medico di base e lo specialista, col supporto dei medici della salute mentale e di altri settori come nefrologi, cardiologi, endocrinologi. Può anche accadere che il paziente abbia problemi troppo complessi per interventi brevi e a bassa intensità, ma non abbastanza complessi per le équipe di specialisti».
DIFFONDERE LA CONSAPEVOLEZZ DI TEMPI LUNGHI
E concludono: «Bisogna diffondere la consapevolezza tra tutti gli addetti alla salute della persistenza a lungo termine dei disturbi legati all’alimentazione e della necessità di un sostegno continuato, anche nella fase di recupero».
La dottoressa M. Cristina Cavallini, coordinatrice del reparto di riabilitazione dei disturbi d’ansia e dell’alimentazione all’Ospedale San Raffaele Turro di Milano, osserva che la ricerca è ragguardevole anche per le decine di migliaia di persone coinvolte, tra malati e gruppi di controllo. E sottolinea una particolarità: i dati inglesi sono stati presi dai registri dei medici di famiglia, quasi una sottolineatura «di quanto sia importante il loro ruolo e necessario coinvolgerli in una rete di cura».
LA VISITA IN RITARDO PER SENSO DI VERGOGNA
Lei, specifica, lavora in una struttura terziaria, ad alta specializzazione sui disturbi della condotta alimentare: «A noi arrivano pazienti inviati da nutrizionisti, psicologi, qualche genitore, a volte il medico di famiglia». Tante famiglie, racconta, per un senso di vergogna non cercano subito una visita, aspettano a vedere come va, specie se la persona malata è molto giovane: non sarà la crescita?, si chiedono, non avrà l’allergia al glutine?
«A volte arrivano che sono già molto sottopeso – continua la dottoressa Cavallini -. Importante sarebbe creare una rete, specifica, con le dovute procedure: a partire dal medico di famiglia e via via tutti gli specialisti coinvolti. No, non è solo un’idea mia o una speranza vana. C’è in generale un movimento che va in questa direzione, chi si occupa di disturbi alimentari tiene dei seminari, incontra i medici di famiglia. Io sono ottimista: ci si arriverà. Perché è basilare la diagnosi e, dunque, l’intervento precoce. Prima comincia la cura e più si hanno risultati».
PRIMA DI TUTTO L’URGENZA DI NUTRIRE
Cristina Cavallini conferma la persistenza del disturbo nel tempo. « Quando arriva una paziente, per prima cosa dobbiamo occuparci con urgenza dello stato fisico. Ma se e quando la giovane riprende un po’ di peso non significa che stia bene. Spesso sono presenti altri disturbi, come depressione, ansia, disturbo ossessivo compulsivo, anche post-traumatico da stress o un disturbo della personalitàSpesso il problema alimentare è solo la punta dell’iceberg e sotto ci sono le altre patologie mentali».
UN’UNICA IDEA IN TESTA: DIMAGRIRE
Le cure per il disturbo della nutrizione e dell’alimentazione sono molto lunghe perché in genere le pazienti hanno solo in mentedi voler dimagrire, non sono consapevoli che il loro è un disturbo. Alla fine, comunque, la goccia scava la roccia, insistendo si riesce a convincerle alla terapia, e alla fine se ne viene fuori. C’è una quota del 50-60 per cento che raggiunge un equilibrio, una stabilità, riesce a vivere la propria vita. Ma deve essere consapevole, però, di una persistente vulnerabilità».
In cosa sta questa vulnerabilità? «Ho delle pazienti che ho curato da ragazze – è la risposta, - sono cresciute, alcune sono diventate anche madri, manei momenti di forte stress il disturbo alimentare tende a ripresentarsi».
LIBERARSI SI PUÒ
Mai libere, dunque? «No, non è così, perché la terapia le ha rese coscienti e più forti, si accorgono se ultimamente hanno saltato dei pasti o si ritraggono da certi cibi, colgono i segnali, e allora magari telefonano per un consiglio. Ma sostanzialmente sono capaci di gestire la situazione di stress e, come dicevo, di fare la loro vita».
I TEMPI LUNGHI DELLA CURA
Ma per parlare del tempo delle terapie, quanto è lunga la cura per il disturbo di condotta alimentare? «Mediamente il trattamento per i disturbi alimentari prima di una remissione può essere di 10 anni, qualcuno sta meglio prima, qualcuno si porta il problema per un tempo più prolungato...».
ANCHE GLI UOMINI SI AMMALANO, MA 1 SU 10 DONNE
Abbiamo parlato fin qui al femminile, ma gli uomini sono indenni dal disturbo di condotta alimentare? Risponde Cavallini: «No, anche gli uomini si ammalano di questi disturbi, ma per anoressia e bulimia il rapporto femmine maschi è di circa 10 a uno mentre per il binge eating abbiamo un rapporto di 6 a 4».
Anche solo per lanciare un messaggio, come dovrebbe essere composta la rete che lei auspica? La dottoressa Cristina Cavallini elenca gli specialisti: «Psichiatra, medico internista, nutrizionista, psicoterapeuta, ginecologo, endocrinologo, esperto di medicina dell’osso (la malnutrizione porta all’osteoporosi), sempre più spesso i dentisti (i denti si deteriorano anche per gli acidi contenuti nel vomito)».
Un disturbo più che complesso.


