Il 28 giugno si celebra la Giornata mondiale della fenilchetonuria (PKU), una malattia genetica rara che accompagna chi ne è affetto fin dalla nascita. La cura, per molti anni, ha avuto un pilastro quasi esclusivo: una dieta estremamente controllata, povera di proteine e quindi povera di fenilalanina, l’amminoacido che le persone con PKU non riescono a metabolizzare correttamente.
Una strategia efficace. Ma anche molto impegnativa. A confermarlo sono i dati di un’indagine condotta da Elma Research nell’ambito del progetto “Libertà PHEnomenale”, promosso da BioMarin con il patrocinio di otto associazioni di pazienti. Secondo la ricerca, solo l’11% delle persone con PKU riesce a seguire sempre la dietoterapia necessaria per mantenersi in salute. Il 56% dichiara che la malattia ha un impatto importante sul rapporto con il cibo. E le difficoltà non si fermano alla tavola: il 51% segnala un impatto elevato sulla vita sociale, il 44% sulle amicizie e sulle relazioni sentimentali, il 41% riferisce difficoltà nelle relazioni.
CHE COS’È LA FENILCHETONURIA
La fenilchetonuria, o PKU, è una malattia genetica rara dovuta a un difetto nel metabolismo della fenilalanina, un amminoacido essenziale presente in molti alimenti proteici. In condizioni normali, la fenilalanina viene trasformata dall’organismo grazie a un enzima chiamato fenilalanina idrossilasi. Nelle persone con PKU questo meccanismo non funziona correttamente.
Il risultato è l’accumulo di fenilalanina nel sangue e nei tessuti. Se non controllata, questa sostanza può avere effetti tossici, soprattutto sul sistema nervoso centrale. Per questo la diagnosi precoce è fondamentale.
Oggi la fenilchetonuria viene individuata alla nascita attraverso lo screening neonatale, il test effettuato su una goccia di sangue prelevata nei primi giorni di vita. Questo consente di iniziare subito il trattamento e prevenire le complicanze più gravi. In Europa la PKU interessa circa un individuo ogni 10 mila nati, anche se l’incidenza può variare molto da Paese a Paese e, in Italia, raggiungere valori più elevati in alcune aree.
PERCHÉ LA FENILALANINA VA TENUTA SOTTO CONTROLLO
Il problema principale della PKU è l’accumulo cronico di fenilalanina. Gli alimenti che ne contengono di più sono quelli ricchi di proteine: carne, pesce, uova, latte, formaggi, legumi, frutta secca e molti prodotti a base di cereali.
Se i livelli di fenilalanina restano troppo elevati, possono comparire conseguenze neurologiche e cognitive importanti. Nei casi non trattati, soprattutto quando l’esposizione avviene nelle prime fasi della vita, il rischio è quello di danni gravi allo sviluppo neurocognitivo. Possono comparire anche difficoltà di apprendimento, problemi di memoria, disturbi motori, ansia, depressione, iperattività, irritabilità e alterazioni dell’umore.
Per questo la fenilalanina deve essere monitorata con regolarità. L’obiettivo della cura è mantenerla entro valori considerati sicuri, in modo da proteggere lo sviluppo neurologico e la qualità di vita.
LA DIETA COME TERAPIA
La terapia tradizionale della PKU si basa su una dieta a basso contenuto di fenilalanina. Significa limitare o escludere molti alimenti comuni e ricorrere a prodotti specifici a basso contenuto proteico. A questo si aggiungono miscele di amminoacidi prive di fenilalanina, necessarie per garantire un adeguato apporto proteico senza aumentare i livelli dell’amminoacido nel sangue.
«La gestione della PKU si basa tradizionalmente su una terapia dietetica che accompagna il paziente per tutta la vita», spiega Graziella Silvia Cefalo, pediatra esperta nello studio e nella cura delle malattie metaboliche ereditarie e responsabile della Struttura Semplice di Malattie Rare presso la S.C. di Pediatria dell’ASST Santi Paolo e Carlo di Milano. Si tratta di «un regime alimentare a basso contenuto di proteine indispensabile per mantenere sotto controllo i livelli di fenilalanina e tutelare lo sviluppo neurologico».
Il punto è che una cura alimentare da seguire ogni giorno, per tutta la vita, richiede attenzione continua. Non riguarda solo che cosa mangiare. Riguarda la spesa, la preparazione dei pasti, la scuola, il lavoro, le uscite con gli amici, i viaggi, le feste, i ristoranti. Secondo l’indagine Elma Research, tra le difficoltà principali segnalate dalle persone con PKU ci sono il mangiare fuori casa per il 50% degli intervistati e il mangiare insieme ad altre persone per il 43%.
L’IMPATTO SULLA VITA QUOTIDIANA
La PKU non è solo una malattia del metabolismo. È anche una condizione che può incidere sulla socialità e sulla percezione di sé. La dieta, soprattutto in età adolescenziale, può diventare un elemento di differenza rispetto ai coetanei.
A raccontarlo sono le stesse persone con PKU. Cristina, 16 anni, spiega: «I miei compagni vedevano che avevo merende o pasti diversi e mi chiedevano di assaggiarle. Spesso mi chiedevano come facessi a mangiarle o commentavano il cattivo sapore dicendo che al mio posto non ce l’avrebbero mai fatta. Mi hanno fatta sentire diversa, sbagliata».
L’indagine segnala anche un impatto psicologico rilevante: oltre l’80% delle persone con PKU intervistate riferisce ansia, stanchezza, sbalzi d’umore e difficoltà cognitive. Più del 50% presenta manifestazioni neurologiche importanti.
«Avere la PKU può influenzare in maniera significativa il funzionamento sociale, relazionale nonché l’acquisizione di un adeguato livello di autostima e di autoefficacia, soprattutto quando il paziente raggiunge l’età adolescenziale», sottolinea Chiara Cazzorla, psicologa e psicoterapeuta dell’UOC Malattie Metaboliche Ereditarie, Centro di riferimento per lo screening neonatale esteso dell’Azienda Ospedale Università degli studi di Padova. Per questo, aggiunge, è fondamentale accompagnare i pazienti in un percorso multidisciplinare e personalizzato, capace di favorire inclusione, consapevolezza e qualità della vita.
SCUOLA, LAVORO E FUTURO
Le difficoltà non si fermano alla gestione dei pasti. Dall’indagine emerge che una persona su tre si sente spesso poco produttiva a causa della malattia. Una su cinque riferisce di aver subito discriminazioni in ambito lavorativo o di studio. Quasi il 60% degli intervistati non lavora o lavora part-time, nonostante oltre l’80% sia diplomato o laureato. Inoltre, il 40% dichiara che la malattia influisce in modo medio-alto o altissimo sulla possibilità di pianificare il futuro.
Per una persona con PKU, quindi, la parola libertà assume un significato concreto. «È potersi sedere a tavola con gli altri, andare a scuola o al lavoro, viaggiare, progettare il proprio futuro senza che ogni scelta debba essere condizionata dalla patologia», afferma Niko Costantino, responsabile Affari Istituzionali di Cometa ASMME e portavoce delle otto associazioni di pazienti che patrocinano il progetto.
LE TERAPIE OGGI DISPONIBILI
La dieta resta ancora oggi un cardine della gestione della fenilchetonuria. Tuttavia, negli ultimi anni le possibilità terapeutiche si sono ampliate. L’obiettivo è rendere il controllo della fenilalanina più personalizzato e, quando possibile, meno dipendente dalle restrizioni alimentari.
Una prima opzione è rappresentata dalla sapropterina, una forma sintetica del cofattore BH4, utile solo in alcuni pazienti responsivi. In questi casi può aiutare l’enzima residuo a funzionare meglio e permettere un maggiore introito di fenilalanina con la dieta. Non tutti i pazienti però rispondono al trattamento.
Un cambiamento più recente riguarda la terapia enzimatica sostitutiva con pegvaliase, disponibile in Italia dal 2020 per persone con PKU dai 16 anni in su che non riescono a controllare adeguatamente i livelli di fenilalanina con la sola dieta. Il principio è fornire all’organismo un enzima alternativo capace di degradare la fenilalanina, riducendone i livelli nel sangue.
La terapia viene somministrata per via sottocutanea e richiede un percorso graduale di incremento della dose, monitoraggio dei valori di fenilalanina e attenzione alle possibili reazioni allergiche, soprattutto nelle prime fasi. Non è quindi una soluzione automatica né adatta a tutti. Ma nei pazienti candidabili può modificare in modo importante la gestione quotidiana della malattia, riducendo il peso delle restrizioni alimentari.
VERSO UNA CURA PIÙ PERSONALIZZATA
La direzione della ricerca e della pratica clinica va verso percorsi sempre più personalizzati. Non esiste infatti un’unica PKU uguale per tutti. Cambiano la gravità del difetto metabolico, la tolleranza alla fenilalanina, la risposta ai trattamenti, l’età, lo stile di vita e la capacità di mantenere l’aderenza alla dieta.
«Negli ultimi anni, la ricerca scientifica ha fatto molti passi avanti per consentire maggiore libertà alle persone con PKU», osserva Cefalo. Oggi, aggiunge, si profilano approcci innovativi «da valutare con lo specialista di riferimento, all’interno di percorsi altamente personalizzati e costruiti su misura sul paziente».
Questo aspetto è centrale. Le nuove possibilità terapeutiche non cancellano la necessità del follow-up specialistico. Al contrario, rendono ancora più importante il dialogo con il centro di riferimento, il monitoraggio metabolico e il supporto nutrizionale e psicologico.
LE PROSPETTIVE DELLA TERAPIA GENICA
Guardando al futuro, una delle strade più studiate è la terapia genica. L’obiettivo è intervenire alla radice della malattia, introducendo nelle cellule del fegato una copia funzionante del gene necessario per produrre l’enzima mancante o deficitario. In teoria, questo potrebbe consentire all’organismo di metabolizzare la fenilalanina in modo stabile.
Si tratta però di un ambito ancora sperimentale. Sono in corso studi clinici su diverse strategie di terapia genica per la PKU, ma serviranno dati solidi su efficacia, durata della risposta e sicurezza a lungo termine prima di poter parlare di una prospettiva realmente disponibile per i pazienti.
Nel frattempo, il cambiamento più concreto è già in atto: la PKU non è più soltanto una malattia da controllare con rinunce alimentari rigide e uguali per tutti. Resta una condizione complessa, che richiede diagnosi precoce, monitoraggio e presa in carico multidisciplinare. Ma le possibilità di cura stanno aumentando. E con esse la possibilità di costruire una vita meno condizionata dalla malattia.


