Sul manifesto, in alto in un bel nero che risalta, c’è scritto: La salute mentale è una cosa e, a seguire, una sotto l’altra, appannate, le proposte: da ricchi da malati da polli da folli da stolti da donne da depressi da sfigati ecc e, finalmente, di nuovo in nero brillante, la risposta esatta: da tutti.
Il manifesto, comparso da poco sui muri di Milano, è firmato da un’organizzazione che offre servizi e consulenze digitali anche in ambito psicologico. E, volontariamente o no, il loro messaggio combacia con il tema del convegno che si è svolto pochi giorni fa all’Istituto Superiore di Sanità: Salute mentale, stigma e comunicazione: la forza delle parole. Perché uno dei “mali” peggiori delle patologie della mente è lo stigma. Parola difficile di cui però è facile la diffusione concreta: significa pregiudizio, condanna senza appello di chi ha uno di quei problemi, non vedere più la persona distinta dal suo disturbo.
LO STIGMA PIÙ FORTE È DEFINITIVO
Lo stigma forse più forte è questo: “da quelle malattie non si guarisce più”. Dunque, perdura il sospetto su chi in realtà è guarito.
Degli argomenti emersi nel convegno parleremo avendo chiarito che si inserisce nel tema promosso dalla Giornata mondiale della salute mentale che ricorre il 10 ottobre: Lived Experiences Heard: Real Voices, Real Change (Ascoltare le esperienze vissute: voci reali, reale cambiamento). «Significa promuovere una salute mentale nella quale le persone – sottolinea Gemma Calamandrei, Direttrice del Centro per le scienze comportamentali del’Iss – non siano solo destinatarie degli interventi, ma partecipino alla costruzione delle politiche, dei servizi e delle narrazioni che le riguardano».
UN VADEMECUM PER INFORMARE
Nel corso del convegno è stato presentato un vademecum su «Informare sulla salute mentale» con la collaborazione della Rai, dell’Ordine dei giornalisti e del Dipartimento della Asl di Roma 2.
Il primo punto indica di mettere sempre la persona prima della malattia: una donna con depressione o un uomo malato di schizofrenia anziché una depressa o uno schizofrenico.
Va evitato il sensazionalismo, specie quando la persona con problemi mentali è coinvolta in fatti di cronaca, ed evitare assolutamente espressioni come “pazzo”, “matto” o “folle”. Il linguaggio sia rispettoso e, nel caso si esprima una diagnosi, preciso.
LA VIOLENZA NON È SCONTATA
Sempre nell’eventualità di episodi di cronaca, facilmente scatta il pregiudizio che la persona con qualche disturbo mentale sia violenta. Non è affatto un accostamento generalizzabile.
Occorre verificare sempre i dati e le fonti e tutelare la dignità della persona. Nelle interviste, si fa presente, non infantilizzare la persona malata, non ironizzare, e assicurare al soggetto il diritto di replica.
Va da sé che non bisogna utilizzare le malattie mentali come insulto ed evitare espressioni dove la sintomatologia psichiatrica sia portata fuori dal suo ambito con modi di dire come una “politica schizofrenica”.
GIOVANI: LE PAROLE PER PARLARNE
Il tema si fa più delicato nell’ambito dei giovani dove l’insulto stigmatizzante è forse più facile da partire e dove è più facile la paura di venire identificato con un disturbo mentale. Ne parliamo con il dottor Giovanni Migliarese, primario di Psichiatria all’Ospedale di Vigevano (Pavia) con una lunga consuetudine di lavoro con gli adolescenti. Come si può parlare di salute mentale con i ragazzi? «Il primo punto è la terminologia: evitare i termini più stigmatizzanti e virare sui sintomi, di quelli che riguardano tutti – è la risposta. – Termini neutri possono diventare la via di accesso, portare all’autoriconoscimento senza parole che spaventano. Parlare di insonnia si può, riguarda tutti, di nervosismo, di malessere. Al posto di depressione, che comunque può passare, si può usare tristezza».
ASCOLTARE CHI CI È PASSATO MA CON CERTE REGOLE
E sulle droghe? «Si può chiedere: sei dipendente da qualcosa? Dipendenza passa, ma non si nomini una patologia mentale. Tuttavia, per parlare con i giovani sarebbe opportuno creare uno spazio apposito. Per esempio, a scuola, oppure anche sui social stabilendo però delle modalità precise».
Il dottor Migliarese coglie anche il suggerimento posto dalla Giornata mondiale: ascoltare le esperienze vissute, chi da quelle patologie “ci è passato” e si è curato. «Certo, è importante che giovani che hanno avuto problemi di salute mentale ne parlino con dei coetanei, però, attenzione: in questa situazione, vanno prima aiutati e inquadrati dagli specialisti perché è facile che un ragazzo faccia della sua esperienza un punto di vista assoluto. L'accompagnamento di uno specialista aiuta a mantenere una riflessione più ampia e uno sguardo non limitato al caso specifico».
IL DECALOGO PER INFORMARE SULLA SALUTE MENTALE
Ecco le dieci regole proposte dal Vademecum “Informare sulla salute mentale” (Rai Per la Sostenibilità – ESG, Ordine dei Giornalisti e Dipartimento di Salute Mentale della Asl Roma 2):
1. Mettere la persona prima della diagnosi
Una condizione di salute non deve diventare un’etichetta in grado di definire l’intera persona. È quindi preferibile utilizzare espressioni come “persona con schizofrenia” o “persona che vive con la depressione”, anziché “uno schizofrenico” oppure “un depresso”, evitando di trasformare la diagnosi in un sostantivo identitario.
2. Usare parole accurate, rispettose e scientificamente appropriate
Il linguaggio deve informare ed educare, non giudicare. Termini come “pazzo”, “matto” o “folle”, quando utilizzati impropriamente, possono rafforzare stereotipi e stigma. È inoltre importante utilizzare termini scientificamente e giuridicamente appropriati e aderenti ai fatti.
3. Evitare il sensazionalismo
Titoli allarmistici ed espressioni ad effetto possono distorcere la realtà e alimentare la paura. L’informazione dovrebbe privilegiare fatti verificati, equilibrio e contestualizzazione.
4. Non associare automaticamente disturbo mentale e violenza
Quando una persona con un disturbo mentale è coinvolta in un fatto di cronaca, la sua condizione di salute non deve essere presentata automaticamente come causa del comportamento. È necessario evitare associazioni improprie tra disturbo mentale e violenza e analizzare i fatti senza forzarli o semplificarli.
5. Verificare sempre diagnosi, dati e fonti
Non è corretto attribuire una diagnosi sulla base di comportamenti, dichiarazioni o impressioni. Le informazioni relative a cause, sintomi e trattamenti devono essere verificate attraverso fonti affidabili e competenti, coinvolgendo, quando necessario, professionisti della salute mentale e altri esperti.
6. Tutelare privacy, dignità e diritto di replica
La persona con esperienza di sofferenza mentale deve essere considerata un interlocutore a pieno titolo. Occorre tutelarne la riservatezza, evitare esposizioni potenzialmente dannose e garantire, quando pertinente, il diritto di replica.
7. Ascoltare senza infantilizzare o deumanizzare
Nelle interviste è importante rivolgersi direttamente alla persona, creare un clima rispettoso ed empatico e non assumere atteggiamenti infantilizzanti. L’intervistato non deve essere ridotto alla sua condizione di salute, né la sofferenza deve essere trattata con ironia, distacco o minimizzazione.
8. Dare spazio alle esperienze vissute e al recupero
Le testimonianze delle persone possono contribuire a rendere l’informazione più autentica e a contrastare l’idea che un disturbo mentale coincida necessariamente con isolamento, incapacità o assenza di prospettive. È importante raccontare, accanto alle difficoltà, anche i percorsi di supporto, miglioramento e recupero.
9. Non utilizzare la salute mentale come metafora o insulto
Espressioni come “politica schizofrenica” o altri usi impropri di termini psichiatrici possono trasformare una condizione di salute in sinonimo di incoerenza, imprevedibilità o pericolosità. Il Vademecum invita a evitare questo tipo di linguaggio anche quando la notizia non riguarda direttamente la salute mentale.
10. Informare anche sulle possibilità di aiuto
Una buona informazione non si limita a descrivere il problema, ma può indicare servizi, strumenti, trattamenti e risorse disponibili. Rendere accessibili queste informazioni può contribuire a ridurre le barriere alla richiesta di aiuto e a promuovere una maggiore consapevolezza.

