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Il malato di Crohn ingiustamente discriminato sul lavoro

pubblicato il 26-05-2012
aggiornato il 08-09-2017

Le malattie infiammatorie croniche dell'intestino condizionano enormemente lo stile di vita dei pazienti. Secondo recenti indagini il 24% dei pazienti si sente penalizzato sul luogo di lavoro. L'importanza dell'aspetto psicologico del vissuto di questi malati

Il malato di Crohn ingiustamente discriminato sul lavoro

Una recente indagine realizzata dall'European Federation of Crohn's and Ulcerative Colitis Associations (EFFCA), ha dimostrato che un’altissima percentuale di pazienti affetti da Malattia di Crohn o Rettocolite Ulcerosa, patologie croniche intestinali, ritiene di non avere ricevuto avanzamenti di carriera e di essere stata discriminata sul lavoro. I numeri lasciano poco spazio ad interpretazioni: dei 6 mila pazienti intervistati in tutta Europa, il 24% dichiara di essere stato palesemente discriminato.


ACCETTAZIONE DELLA MALATTIA 

Come dichiara Marco Greco, presidente dell'associazione EFFCA e malato di Crohn, «La cronicità della patologia è un aspetto cruciale: una delle difficoltà maggiori è venire a patti con questa condizione, perché molto spesso la strategia terapeutica che al momento funziona, sul medio e lungo termine potrebbe rivelarsi non più efficace. Di conseguenza, nelle sue diverse fasi il paziente deve confrontarsi con aspetti diversi della malattia: è chiaro che il mio livello di accettazione e le mie priorità di quando avevo 19 anni non erano gli stessi di quando ne avevo 25 o 30».

 

QUALI PAURE?

Oltre ad essere delle patologie invalidanti a livello corporeo, le MICI (Malattie Infiammatorie Croniche dell'Intestino) hanno rilevanti ripercussioni a livello psicologico. «Tra le principali problematiche vi è la gestione dell’ansia e del controllo, particolarmente invalidanti per il paziente in quanto comportano una riduzione della sua libertà» dichiara Elena Vegni, professore associato in Psicologia Clinica presso l'Università degli Studi di Milano. «Un altro fattore è legato al timore del giudizio sociale: le MICI sono generalmente poco conosciute dall’opinione pubblica e, per certi aspetti, sicuramente travisate; inoltre, un secondo fattore molto importante è che colpiscono aspetti intimi della persona. Quindi le MICI chiamano in causa, in modo spesso conflittuale, aspetti di comunicazione sociale e forti esigenze di riservatezza» dichiara la Vegni. Ultimo ma non meno importante è l'impatto che la malattia genera sulla visione di sé: le problematiche connesse all’immagine corporea e la natura particolarmente delicata delle manifestazioni dei sintomi possono essere molto invalidanti, creando disagi rilevanti nelle dimensioni intime dell’affettività.

 

APPROCCIO MULTIDISCIPLINARE

 Quindi la cura di queste malattie non può non considerare anche l'aspetto psicologico. Sarebbe però sbagliato pensare di affrontare la terapia scindendo l'approccio medico a quello legato alla psiche. Per questa ragione è importante l'integrazione dei due aspetti. «I vantaggi possono concretizzarsi in un miglioramento della gestione degli aspetti dell’ansia, con un conseguente miglioramento della qualità della vita.  Per coloro in particolare difficoltà che accedono a un percorso di tipo psicoterapeutico, la possibilità è quella di conseguire una migliore integrazione dell’immagine di sé» conclude la Vegni.

Daniele Banfi
Daniele Banfi

Giornalista professionista è redattore del sito della Fondazione Umberto Veronesi dal 2011. Laureato in Biologia presso l'Università Bicocca di Milano - con specializzazione in Genetica conseguita presso l'Università Diderot di Parigi - ha un master in Comunicazione della Scienza. Collabora con diverse testate nazionali.


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