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Il suicidio come uno straziante commiato

pubblicato il 17-03-2014
aggiornato il 01-02-2017

Nel 90 per cento di chi si toglie la vita dietro c’è un disturbo psichiatrico. Ma che centrano i medici? Un cardiologo perde un paziente perché non riesce a prevenirne un improvviso arresto cardiaco: è colpevole? Parla uno psichiatra di grande esperienza terapeutica

Il suicidio come uno straziante commiato

Circa il 40 per cento  delle persone che commettono suicidio hanno visto il loro psichiatra o il loro medico curante nella settimana prima di farlo; dal 60 al 70  per cento lo hanno visto entro il mese. Partiamo da questi dati di letteratura internazionale, e non molto noti al grande pubblico o alla stampa, per  una riflessione sulla prevedibilità delle crisi in psichiatria.   Nel caso del suicidio, che in medicina viene considerato per il 90 per cento dei casi collegabile a  una patologia psichiatrica sottostante, siamo di fronte a una sorta di straziante, muto, implicito saluto che a volte, molte volte, i pazienti fanno ai loro medici .

 

COMMIATO DEL PAZIENTE

Vanno da loro, li guardano, stringono la loro mano ma quasi mai dicono che pensano a un prossimo suicidio. Se interrogati esplicitamente, spesso lo negano con fermezza e convincimento.vSi badi: questa forma di commiato clandestino e anticipato  viene compiuta soprattutto da chi ha una patologia nota, e assai meno frequentemente  da chi non ha precedenti depressivi o suicidari. Tra gli psichiatri e i loro pazienti esiste molta familiarità, molta confidenza, dovrebbe esistere molta comprensione reciproca (ed esiste spessissimo), ma come in ogni altro  campo della medicina la relazione terapeutica e la terapia farmacologica e psicologica non sempre possono evitare l’esito infausto della malattia. Il cardiologo perde i suoi pazienti per l’arresto cardiaco che non riesce a prevenire o trattare, l’oncologo per le metastasi, lo psichiatra per il suicidio.

Ancora, sempre la letteratura scientifica ci dice che il maggior rischio di nuovi atti suicidari (re-suicidio) accade entro il primo mese dalla dimissione da un reparto psichiatrico. Anche questo è sorprendente, ma è in linea con molte altre recidive in medicina.

 

DENTRO LA MENTE DEL PAZIENTE

E’ difficile essere dentro il pensiero e le emozioni di un paziente psichiatrico: a volte dopo il miglioramento che porta alla dimissione l’impatto con la realtà è cosi forte che riapre  e lacera  le ferite appena suturate. La riconquistata capacità di stare in famiglia riporta drammaticamente alle proprie incapacità, vere o presunte, alle proprie delusioni, alle proprie rabbie e discontrolli.

Il suicidio è un omicidio compiuto da sé contro sé.  A volte vengono coinvolte anche altre persone, di solito le persone più care: l’ambivalenza  riguarda sempre le persone più vicine.

Dunque cosa dovremmo fare, oltre che curarli secondo scienza e coscienza, per evitare che i nostri pazienti, in cura o dimessi, non commettano quegli atti fatali? Dovremmo tenerli sempre ricoverati? Una volta, è vero , si faceva così . C’era il manicomio e le persone ci passavano venti, trenta anni. E si impiccavano in manicomio.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che nel mondo ogni anno vengano effettuati un milione di suicidi. Un milione di suicidi portati a termine. I tentativi di suicidio che arrivano all’osservazione clinica (centinaia di milioni nel mondo ), sono ancor  più difficilmente censibili.

Ma  soprattutto, esiste un capitolo della psichiatria che si occupa proprio della prevenzione della  suicidalità: quanti  sono i  suicidi  che abbiamo  evitato con le cure psichiatriche? Quanti  milioni di suicidi evitati?  E quanti omicidi? Quanti omicidi–suicidi?

È noto alla stampa e alla magistratura che la percentuale di omicidalità e di atti violenti nella popolazione psichiatrica non è superiore a quella presente nella popolazione «normale», tuttavia il delitto o il suicidio  compiuto da un paziente psichiatrico fa più notizia. E a volte, purtroppo, notizia di reato.

Vorremmo che ogni tanto facesse notizia anche la silenziosa e quotidiana opera di tutti gli psichiatri che hanno scelto questo lavoro proprio per rendere la vita delle persone a loro affidate meno piena di sofferenza e di sospetto.

Leo  Nahon   Direttore Psichiatria 3  Ospedale  Niguarda  Milano

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