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Cardiologia

Farmaci antiacidi, quali rischi per il cuore?

pubblicato il 09-07-2015
aggiornato il 11-07-2017

Chi assume gli inibitori di pompa protonica ha una probabilità di incorrere in un infarto più alta del 20%. Ecco quando non se ne può davvero fare a meno

Farmaci antiacidi, quali rischi per il cuore?

Sono tra i farmaci più venduti nel mondo - oltre 113 milioni le prescrizioni all’anno - e rappresentano una delle principali voci di entrata per le grandi aziende farmaceutiche. Gli inibitori di pompa protonica sono utilizzati nella terapia del reflusso gastroesofageo, delle ulcere duodenali e delle infezioni da helycobacter pylori (in alcuni casi associati agli antibiotici), oltre che indicati a supporto dell’assunzione di cortisonici, antiaggreganti e antinfiammatori. Hanno però dei possibili effetti avversi, descritti ora da un lavoro pubblicato su Plos One, che si è concentrato in particolare sui danni a carico dell’apparato cardiovascolare, mentre in passato altre ricerche avevano messo in luce un rischio più elevato di incorrere in una frattura dell’anca.


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RISCHIO AUMENTATO PER IL
CUORE

Lo studio, pubblicato da un gruppo di ricercatori di Stanford, è stato condotto analizzando 11 milioni di cartelle cliniche corrispondenti a 1,8 milioni di pazienti, visitati tra il 1994 e il 2011 nelle strutture mediche universitarie. Il campione è stato poi ampliato arruolando poco di un milione di pazienti visitati tra il 2007 e il 2012 in studi medici privati. Dalle due popolazioni sono stati isolati quasi trecentomila pazienti: tutti sofferenti di bruciore di stomaco. Dal confronto delle frequenze di attacchi di cuore rilevate tra chi faceva uso degli inibitori di pompa protonica e chi non era in terapia, è emerso che chi assumeva il farmaco gastroprotettore aveva un rischio più alto tra il 16 e il 21 per cento di incorrere in un infarto del miocardio. Dato confermato da un’ulteriore analisi condotta su pazienti che avevano avuto un attacco di cuore, per verificare quanti di essi fossero in terapia con gli inibitori di pompa protonica. Questi farmaci hanno in realtà un’alternativa, anche se meno potente. Si tratta degli H2 antagonisti (il più noto è la ranitidina), capostipiti del trattamento dell’ulcera gastrica e del reflusso gastroesofageo, poi “sopraffatti” dagli inibitori di pompa protonica: oggi impiegati talvlta anche a scopo profilattico. I primi hanno sì un’efficacia meno duratura nel tempo, ma anche un minor effetto dannoso per il cuore: dato confermato anche dall’ultima ricerca.


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PRUDENZA NELL’IMPIEGO

Non è la prima volta che il consumo degli inibitori di pompa protonica risulta associato a un aumentato rischio cardiovascolare. Uno studio pubblicato l’anno scorso sull’International Journal of Cardiology aveva portato a galla questa evidenza nei pazienti trattati con clopidogrel (un antiaggregante piastrinico utilizzato nelle persone già vittime di un infarto o di un ictus), sebbene gli stessi autori abbiano precisato che «i benefici della terapia possono superare i rischi cardiovascolari». Come spiega Alessandro Nobili, direttore del laboratorio di valutazione della qualità dei servizi e delle cure per gli anziani dell’istituto Mario Negri di Milano, «l’associazione potrebbe essere dovuta a una ridotta sintesi di ossido nitrico riscontrata nei pazienti che assumono gli inibitori di pompa protonica. Si tratta di un composto che agisce da messaggero intra e intercellulare, riducendo la resistenza del flusso sanguigno nelle arterie, lo stato infiammatorio e la formazione di trombi». Premesso che, poste le basi di questo studio, sarà necessario condurre uno studio prospettico per confermare questa ipotesi, l’indicazione rivolta ai pazienti è chiara. «Gli inibitori di pompa protonica devono essere assunti solo se strettamente necessario - ragiona Emilio Clementi, docente di farmacologia clinica all’Università Statale di Milano -. Oggi, invece, chi li utilizza spesso lo fa senza una precisa indicazione d’uso. S’è diffusa l’idea che siano oltremodo sicuri, ma questo non è vero quando la terapia è a lungo termine. Gli inibitori di pompa protonica non devono essere mai assunti per più di due mesi di seguito. Se è il caso, tutt’al più, si può riprendere la terapia dopo una pausa».


Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


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