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Fumo

Pazienti psichiatrici: come aiutarli a smettere di fumare

pubblicato il 06-09-2019

La gestione del tabagismo in chi soffre di un disturbo psichiatrico è ancora trascurata. Urge una svolta nei reparti per allungare la vita di questi pazienti

Pazienti psichiatrici: come aiutarli a smettere di fumare

Il fumo è la principale causa di morte tra le persone alle prese con disturbi psichiatrici. Ma se nella popolazione generale c’è stata negli anni una significativa riduzione della percentuale dei fumatori, lo stesso trend non ha riguardato i pazienti in questione. È anche per questo che i progressi registrati in ambito psichiatrico sono stati in parte vanificati. Il fumo, favorendo l'insorgenza di malattie respiratorie e cardiovascolari, continua ad accorciare la vita di queste persone più di quanto non facciano i disturbi di cui soffrono. Il sostegno per aiutarli a venire fuori dalla dipendenza continua a essere poco praticato, eppure potrebbe rivelarsi efficace, come si evince da uno studio pubblicato sulla rivista The Lancet Psychiatry.


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IL SUPPORTO PER SMETTERE DI FUMARE

Non è semplice, ma fare in modo che una persona con un disturbo psichiatrico smetta di fumare è possibile. Possono essere riassunte così, le conclusioni del lavoro dei ricercatori inglesi, che hanno condotto lo studio coinvolgendo oltre 500 adulti affetti dal disturbo bipolare o dalla schizofrenia. Tutti fumavano almeno cinque sigarette al giorno. I pazienti sono stati assegnati a due gruppi. A coloro che erano inseriti in uno di questi, oltre al trattamento farmacologico per la malattia diagnosticata, è stato fornito un supporto (psicologico e farmacologico) teso ad agevolare l'abbandono del fumo. Obbietivo della ricerca era quello di rilevare i casi di disassuefazione determinati dall'accesso al percorso di «smoking cessation», oltre alle eventuali variazioni del numero di sigarette fumate, dell'entità della dipendenza, del desiderio di smettere, dello stato di salute mentale e dell'indice di massa corporea. Tutti questi indicatori di salute - fisica e psicologica - risultano condizionati dall'abitudine al fumo di sigaretta. 

COME FARE A SMETTERE DI FUMARE? 

RISULTATI LIMITATI NEL TEMPO

L'intervento ha dato i risultati sperati, nelle rilevazioni effettuate a sei mesi dall'avvio del percorso. Il tasso di ex fumatori è risultato più alto tra coloro che erano stati inseriti nel gruppo di studio (14 contro 6 per cento). Nel breve periodo, chi aveva usufruito del supporto degli specialisti del centro antifumo ha evidenziato anche una riduzione della dipendenza, una maggiore motivazione a smettere e una condizione fisica complessivamente migliore. Tutti benefici che sono però in parte sfumati nelle rilevazioni compiute dopo un anno. «Far smettere questi pazienti è possibile, ma lo sforzo deve essere costante nel tempo: altrimenti si rischia di vanificare il lavoro e di non essere loro di alcun aiuto», afferma Simon Gilbody, docente di psichiatria all'Università di York e prima firma della pubblicazione. Il tabagismo è molto diffuso tra le persone affette da malattie mentali. Le stime ufficiali parlano di una prevalenza del 70 per cento e queste persone, rispetto alle altre, tendono ad avvicinarsi prima alle sigarette e a fumare di più. Ecco perché, alla luce dei danni determinati dal fumo, aiutare questi pazienti a smettere dovrebbe essere un imperativo. Invece non lo è ancora, nemmeno in Italia


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TANTI BENEFICI PER CHI SMETTE 

«Negli anni si è cercato di regolare il rapporto di questi pazienti con il fumo, ma la realtà è che in molti reparti si continua a fumare - dichiara Giovanni Pietro Corsini, dirigente medico dell'unità di psichiatria dell'ospedale San Martino di Genova -. Questo atteggiamento è figlio di una vecchia credenza secondo cui l'astinenza dal fumo potrebbe esacerbare un disturbo psichiatrico. Oltre che della scarsa sensibilità che si ha nei confronti di questa problematica, ritenuta finora insormontabile». Eppure, se adeguatamente informati, i pazienti fumatori si mostrano interessati a smettere. Una strategia di supporto comune, però, non esiste. Bisogna muoversi con prudenza, soprattutto se di fronte si ha una persona in condizioni di forte stress. Ma è indubbio che dare un taglio al fumo apporti più benefici che rischi. «Il tabagismo è associato a un aumentato rischio suicidario e all'incremento della prevalenza di tutti i disturbi psichiatrici - aggiunge lo specialista -. I pazienti che smettono di fumare mostrano un miglioramento della qualità della vita e dei sintomi legati ad ansia depressione».

AGEVOLARE L'ACCESSO AI CENTRI ANTIFUMO

Corsini, assieme a sei colleghi, è andatoa fondo della gestione del tabagismo nei reparti di psichiatria italiani. Leggendo i risultati dell'indagine, pubblicati sulla Rivista di Psichiatria, la totalità dei primari e dei coordinatori degli infermieri intervistati (98,4 per cento) ha ammesso di non prevedere alcun supporto per gestire l'astinenza da nicotina. Non potendo vietare il fumo in corsia («Un'utopia», per la quasi totalità degli intervistati), sebbene la maggior parte delle strutture manchi di spazi all'aperto, in molte realtà si sta cercando di contenerne la portata: lasciando agli infermieri il compito di concedere ai degenti un numero definito di sigarette giornaliere (il limite è posto in molti casi a una sigaretta all'ora, per non più di 14 ore). Una procedura comunque non esente da rischi, come dimostra l'incendio scoppiato nel reparto di psichiatria dell'ospedale Giovanni XXIII di Bergamo che è costato la vita a una ventenne. «Servirebbe una svolta culturale nei nostri reparti - ammette Corsini -. La cifra che lo Stato sostiene per curare le malattie correlate al fumo potrebbe essere investita nella copertura dei costi per favorire l'accesso di questi pazienti ai centri antifumo».

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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