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A caccia di esosomi nel linfoma anaplastico a grandi cellule pediatrico

pubblicato il 13-02-2017

Il 30% dei bambini e ragazzi affetti da questo tipo di linfoma non guarisce: Elena Pomari analizzerà piccole vescicole rilasciate dalle cellule, alla ricerca di marcatori che migliorino diagnosi e trattamento

A caccia di esosomi nel linfoma anaplastico a grandi cellule pediatrico

Il linfoma anaplastico a grandi cellule (ALCL) rappresenta il 10-15% dei linfomi non-Hodgkin del bambino e dell’adolescente. Sebbene le strategie di trattamento attuali consentano di raggiungere un’alta percentuale di sopravvivenza, circa un terzo dei pazienti non risponde alla terapia o va incontro ad una recidiva. Inoltre, in questi sfortunati casi l’intensificazione della terapia non sembra aumentare le chances di sopravvivenza: ecco perchè è urgente andare ad approfondire le conoscenze dei meccanismi biologici all’origine di questo tumore e ottimizzare dunque le strategie terapeutiche.

La medicina personalizzata nei pazienti oncologici ha lo scopo di identificare le opzioni terapeutiche migliori per il singolo individuo alla diagnosi e durante il trattamento. Per consentire questo tipo di approccio è però necessario disporre di metodi d’indagine accessibili e poco invasivi. Una di queste strategie verrà messa alla prova dalla biologa veronese Elena Pomari, che lavora all’Istituto di ricerca pediatrica “Città della Speranza” di Padova grazie al sostegno del progetto Gold for Kids della Fondazione Umberto Veronesi.

 

Elena, di cosa si occupa il tuo progetto di ricerca? Come potrà aiutare i giovani pazienti affetti da un linfoma anaplastico a grandi cellule?

«Ogni cellula del nostro corpo trasporta continuamente materiale all’esterno attraverso le cosiddette “vescicole”, porzioni di membrana cellulare che vanno a racchiudere il carico da espellere e vengono rilasciate sotto forma di piccole “bolle”. Questo meccanismo viene utilizzato per eliminare sostanze di scarto o per mandare segnali alle cellule circostanti. Fra le molecole rilasciate vi sono anche brevi sequenze di RNA che possono regolare le funzioni geniche: questi RNA possono variare tra tipi diversi di cellule, o tra cellule sane e malate. Il mio studio si propone di indagare il contenuto delle vescicole plasmatiche di pazienti con un  linfoma anaplastico a grandi cellule, in particolare la sottopopolazione degli esosomi, microvescicole del diametro variabile di 30-150 nm. Se negli esosomi (estratti dal plasma dei pazienti) riusciremo a identificare piccoli RNA che possano fungere da marcatori per l’ALCL, potremo ottenere più informazioni sui meccanismi alla base di questo sottotipo aggressivo di linfoma, aprendo nuove possibilità di miglioramento per la diagnosi, il trattamento e la prognosi di questi pazienti».

 

Come inizia la tua giornata tipo in laboratorio?

«Arrivo verso le 8 in istituto, e la mia prima preoccupazione appena metto piede in laboratorio è verificare che le cellule in coltura stiano bene. In secondo luogo controllo che nessuno nel mondo abbia pubblicato i miei stessi risultati prima di me. Appurato ciò, tiro un sospiro di sollievo, prendo in mano l’agenda con la lista di esperimenti che ho pianificato il giorno prima e procedo».

 

Sei mai stata all’estero per fare ricerca?

«Sì, ho trascorso parte del mio dottorato al Centre for Skin Sciences della University of Bradford, vicino a Manchester nello Yorkshire (UK). Sentivo la necessità di migliorare il mio inglese parlato, oltre che di implementare i dati del mio studio in uno dei centri di ricerca migliori d’Europa nell’ambito di cui mi occupavo. Successivamente ho avuto anche altre esperienze più brevi per collaborazioni post-dottorato all’estero».

 

Cosa ti ha lasciato questa esperienza?

«È stato un periodo bellissimo: ho conosciuto nuovi amici e, soprattutto, ho avuto la possibilità di aumentare le mie capacità, non solo professionali. Purtroppo, mi sono resa conto di come in Italia tutto fosse più macchinoso, e di come quindi la ricerca sia rallentata».

 

Ricordi il momento in cui hai capito che la tua strada era quella della scienza?

«L’ho capito verso metà del liceo classico, mentre studiavo biologia e chimica. Biologia deriva dal greco, e significa studio della vita: mi sono resa conto che mi avrebbe aiutata a ottenere le risposte alle domande che mi stavo ponendo sul corpo umano e sulla vita in generale».

 

Raccontaci un momento da incorniciare e uno da dimenticare nella tua vita professionale.

«Direi che un momento memorabile è stato proprio la vincita della borsa della Fondazione Umberto Veronesi: quando ho aperto l’email in cui mi veniva comunicata l’assegnazione, ho chiamato una mia collega perché leggesse assieme a me e mi confermasse che era tutto vero. Da dimenticare invece i minuti di totale smarrimento quando, tornata in Inghilterra dopo due settimane di ferie, ho scoperto un guasto del frigo del laboratorio: alcuni preziosi reagenti necessari per concludere le ultime analisi della mia tesi di dottorato erano da buttare. Avevo ormai terminato il budget a mia disposizione, e le pratiche amministrative per ottenere la (grossa) somma di denaro per ricomprare il necessario in breve tempo non sarebbero state agevoli. Mi sono sentita crollare il mondo addosso… ma mi sono fatta coraggio (grazie anche al sostegno dei miei genitori) e sono riuscita a dottorarmi con la tesi che avevo programmato».

 

Una figura che ti ha ispirato nella tua vita personale o professionale?

«Craig Venter, biologo statunitense noto per il Progetto Genoma Umano e per aver prodotto in laboratorio la prima cellula artificiale».

 

Cosa ne pensi dei complottisti e di chi è contrario alla scienza per motivi “ideologici”?

«Ognuno è libero di pensare ed esprimere le proprie idee come crede, purchè nel rispetto altrui. Sono del parere che in generale l’estremismo ideologico induca a voler essere protagonisti indiscussi delle proprie concezioni, con il rischio di proiettarsi in una realtà che non è. La scienza per definizione è ricerca, divulgazione e dialogo. E in questo dialogo mi sembra che noi scienziati ci siamo rispettosamente adattati a provvedimenti restrittivi, come ad esempio quello sulla sperimentazione animale. La missione della scienza, in particolare quella biomedica, è il benessere della società: questo messaggio deve arrivare chiaro ai cittadini. Non dimentichiamoci di tutti gli importantissimi progressi che scienza e ricerca ci hanno permesso di raggiungere».

 

Hai qualche hobby al di fuori dell’ambito scientifico?

«Sono sempre stata molto sportiva: ho praticato ginnastica ritmica, nuoto, atletica leggera e arti marziali, e attualmente mi diverto facendo ciclismo su strada e sci di fondo. Mi piace la montagna: adoro inoltrarmi in realtà naturali e paesaggi stupefacenti».

 

Una cosa che vorresti assolutamente fare almeno una volta nella vita.

«Sono anni che voglio prenotare il volo per il Giappone. Sono particolarmente attratta da usi e costumi giapponesi, molto diversi dai nostri. Vorrei dormire nei Ryokan, visitare monumenti e templi per poi spostarmi nei quartieri più moderni e futuristici, poter mangiare ottimo cibo giapponese ogni giorno… Sarebbe un viaggio indimenticabile».

 

Con quale personaggio famoso ti piacerebbe andare a cena una sera?

«Se fosse possibile viaggiare nel tempo, mi piacerebbe cenare con Leonardo Da Vinci e avere il piacere di chiacchierare con lui del più e del meno: chissà, forse così risolverei i vari misteri sulla “Gioconda”!».

 

@AgneseCollino


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