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Farmaci e immunoterapia: una combinazione vincente nel glioma

pubblicato il 06-07-2020

Combinare farmaci e immunoterapia, favorendo nuove prospettive per la cura del glioma diffuso intrinseco del ponte: la ricerca di Marsha Pellegrino

Farmaci e immunoterapia: una combinazione vincente nel glioma

Il glioma diffuso intrinseco del ponte è un tumore pediatrico molto aggressivo per il quale, a oggi, non è disponibile alcuna cura. La malattia coinvolge una parte del tronco encefalico, ovvero l'area in cui il cervello si collega al midollo spinale, controllando funzioni vitali come il respiro.


Diversi studi preclinici hanno rivelato un grande potenziale dell’immunoterapia che sfrutta particolari cellule CAR-T, ovvero cellule immunitarie (linfociti T) modificate in laboratorio per riconoscere ed eliminare in maniera specifica il glioma diffuso intrinseco del ponte (dette CAR-GD2). Tuttavia, questa terapia non è in grado di rimuovere completamente le cellule malate. Pertanto, è necessario migliorarne l'efficacia, al fine di ottenere un trattamento più sicuro ed efficiente dei giovani pazienti.


Marsha Pellegrino
, ricercatrice dell’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù di Roma, grazie al supporto di una borsa di ricerca di Fondazione Umberto Veronesi, si occuperà di confermare e studiare nuove strategie terapeutiche per il glioma diffuso intrinseco del ponte che associno dei farmaci all’immunoterapia, con lo scopo di aumentarne l'azione antitumorale.


Marsha, nel tuo progetto ti occupi di immunoterapia e glioma pontino diffuso. Cosa manca, a oggi, per utilizzare al meglio questa tecnica così promettente?

«Negli ultimi anni si è fatto molto per conoscere il glioma diffuso intrinseco del ponte a livello molecolare e genetico, anche se i miglioramenti clinici a livello di sopravvivenza sono rimasti limitati. L’immunoterapia e le cellule CAR-T che hanno come bersaglio la molecola GD2 (espressa su diversi tumori cerebrali, ndr) hanno dimostrato dei buoni risultati a livello pre clinico, ma permangono ancora degli ostacoli».

Di che tipo?

«Gli stessi studi che evidenziano il grande potenziale delle CAR-GD2, mostrano che esiste una piccola frazione di cellule resistente al trattamento, oltre che un certo grado di tossicità per le cellule nervose. Per questo motivo, occorre migliorare l’efficienza di questo trattamento e sviluppare delle strategie alternative o complementari. Si tratta di qualcosa che diversi gruppi di ricerca stanno già facendo, come utilizzare dei chemioterapici insieme all’immunoterapia, così da aumentarne l’efficacia e diminuire i potenziali effetti collaterali».


Avete in programma di seguire anche voi questa strategia?

«Il nostro gruppo di ricerca ha sviluppato un saggio cellullare cellulare che ha permesso di esaminare in tempi brevi 1.528 farmaci già in commercio e approvati per l’utilizzo. Tra questi, ne abbiamo identificati 167 che sembrano essere in grado di aumentare l’eliminazione delle cellule tumorali da parte delle CAR-GD2. Nel corso del progetto stiamo analizzando quale di queste coppie farmaco-immunoterapia abbia il migliore potenziale da punto di vista clinico, così da proporre questa combinazione di approcci per il glioma diffuso intrinseco del ponte. Quando avremo identificato le migliori combinazioni, studieremo anche i bersagli e i meccanismi molecolari coinvolti in questo effetto sinergico, così da validare la nostra proposta».


Parlaci un di te: come si svolge la tua giornata in laboratorio?

«Arrivo in laboratorio intorno alle 9 e mi dedico all’allestimento degli esperimenti e delle culture cellulari. Visto che non abbiamo molto spazio a disposizione, dobbiamo condividere con i colleghi il banco da lavoro e le cappe. L’organizzazione degli spazi richiede un momento di condivisione con gli altri membri del laboratorio per soddisfare al meglio le necessità di tutti. La mia giornata è scandita dalle tempistiche ben definite degli esperimenti di cui mi occupo. Tuttavia, questa routine è spesso interrotta da riunioni o discussioni sui dati con il supervisore, i colleghi e i collaboratori. Amo questo lavoro e una delle cose che mi appassionano di più è l'analisi dei dati, spesso complicata e di difficile interpretazione, tanto da richiedere molto tempo. Tuttavia, per il bene mio e delle mie figlie, cerco sempre di tornare a casa a un orario ragionevole».


Hai mai fatto un’esperienza di ricerca all’estero?

«Ho lavorato in laboratori e gruppi diversi ma, purtroppo, non ho mai avuto l’occasione di vivere un’esperienza all’estero. Sono orgogliosa di essere cresciuta e di lavorare in un gruppo di ricerca italiano ma, d’altra parte, so già che l'Italia non mi permetterà di fare questo lavoro per tutta la vita. Per continuare a fare ricerca qui, infatti, dovrò sempre sperare di vincere qualche borsa di studio. Sinceramente, devo ammettere che, se mi capitasse una grande opportunità all'estero che mi permettesse di continuare a fare questo lavoro e per la quale valga la pena di trasferire la mia famiglia, l'accetterei».


Quando hai deciso di diventare una ricercatrice?

«Non ricordo il momento preciso in cui ho capito che la mia strada sarebbe stata quella della ricerca. Tutto è nato da una continua e sempre crescente curiosità per gli affascinanti meccanismi che sono alla base della biologia. In particolare, già ai tempi del liceo, ho iniziato ad appassionarmi alla biologia molecolare e cellulare».


Cosa ti piace di più della ricerca?

«Probabilmente, quel senso di sfida che mi porta a non arrendermi mai, anche nei momenti più frustranti e difficili. È dal superamento di queste prove che derivano le soddisfazioni più grandi».


Marsha, cosa rappresenta per te la scienza?

«La traduzione della ricerca di base in terapia, compreso l’importante lavoro che vi è dietro al raggiungimento di questo grande obiettivo».


In che modo e da chi, invece, potrebbe essere sostenuto il lavoro di chi fa scienza?

«Credo che, mai come ora, questa terribile pandemia che stiamo affrontando stia dimostrando a ogni Paese, governo e singola persona, la straordinaria importanza della scienza e della ricerca, non solo per curare le malattie e alleviare le sofferenze delle persone, ma anche per tutelare la salute dell’umanità a livello mondiale. Si dovrebbe, pertanto, fare in modo che alla scienza vengano dedicati maggiore rispetto, apprezzamento e risorse, nonostante la depressione economica post-pandemia». 


Come ti vedi tra dieci anni?

«Mi vedo a fare il lavoro che amo, magari, avendo raggiunto alcuni obiettivi prefissati come, per esempio, la fase clinica dei miei studi». 


Una cosa che vorresti fare almeno una volta nella vita.

«Trovare la cura per una malattia che, oggi, non ce l’ha».


Cosa avresti fatto se non avessi fatto il ricercatore?

«Mi sarebbe piaciuto essere un’artista, magari un’illustratrice di libri per bambini».


Marsha, sei felice della tua vita?

«Sono molto felice e grata per la mia vita».


Cosa ti piace fare nel tempo libero?

«Mi piace fare ogni tipo di attività, soprattutto viaggiare con la mia famiglia e gli amici».


Cosa vorresti dire alle persone che scelgono di donare a sostegno della ricerca scientifica?

«Li vorrei ringraziare, perché le loro donazioni permettono alla ricerca di trovare nuove armi per combattere le malattie e proteggere i nostri cari. In particolare, nel mio caso, il sostegno dei donatori a favore del mio progetto permetterà di identificare nuove strategie per il trattamento di un tumore cerebrale pediatrico che, ad oggi, non ha una cura disponibile».

 


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