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I nostri ricercatori

Il danno renale acuto può aumentare il rischio di tumore del rene

pubblicato il 22-06-2020

Le cellule staminali proliferano per compensare un grave danno renale acuto. La scoperta di una ricercatrice di Fondazione Veronesi

Il danno renale acuto può aumentare il rischio di tumore del rene

Una ricerca così importante da scoprire un nuovo fattore di rischio per il tumore del rene, oltre che meritarsi la copertina di marzo dell’autorevole rivista Science Translational Medicine. A condurre lo studio è stato il gruppo di Paola Romagnani, direttore dell'unità operativa complessa di nefrologia e dialisi dell’Ospedale pediatrico Meyer e ordinario di nefrologia all'Università di Firenze. Ma la prima firma in calce al lavoro è quella di Anna Julie Peired (nella foto), ricercatrice sostenuta da Fondazione Umberto Veronesi dal 2018. È stata lei a portare avanti il progetto e le attività di ricerca, come emerge da questa intervista concessa al Magazine.

 

Anna, complimenti innanzitutto per questo lavoro. Puoi raccontarci qualcosa di più sui tumori del rene di cui vi siete occupati?

«Partirei con qualche numero: il tumore del rene colpisce milioni di persone in tutto il mondo, con circa 400mila nuovi casi rilevati e oltre 175mila decessi ogni anno. Ecco, come per altre neoplasie, anche i carcinomi renali sono delle strutture eterogenee composte da diversi sottotipi di cellule tumorali. Identificare queste popolazioni di cellule diverse all’interno della massa tumorale è fondamentale, per capire chi è responsabile nell’iniziare o nel mantenere lo sviluppo del tumore».

Come nasce l'idea del vostro lavoro? 

«Per i carcinomi renali conosciamo bene alcuni fattori di rischio come l’età, il genere, la presenza di danno renale cronico e o di malattie come il diabete. La maggior parte di questi tumori, tuttavia, si presenta in apparente assenza di chiari fattori di rischio. In particolare, non conoscevamo la ragione per cui i pazienti affetti da un carcinoma renale presentano un rischio elevato di recidiva. Nel loro caso, il tumore si ripresenta spesso nello stesso sito sia dopo la chirurgia sia a seguito di un trattamento farmacologico».

Quale è stata la vostra ipotesi?

«Il laboratorio della professoressa Romagnani studia da anni i meccanismi di rigenerazione tissutale che seguono un danno renale acuto. Abbiamo osservato che alcuni meccanismi attivati durante questa fase di recupero dell’organo sono correlati alla proliferazione cellulare. Da qui l'ipotesi che l’alterazione di questi meccanismi fosse alla base dello sviluppo del carcinoma renale nell’uomo».


Un’intuizione che avete poi confermato.

«Siamo riusciti a dimostrare che un danno renale acuto stimola le staminali renali a provvedere alla rigenerazione tissutale. Durante questo processo, però, può succedere che queste cellule si attivino in maniera eccessiva e generino prima tumori benigni (adenomi, ndr) e successivamente, in una piccola parte dei casi, tumori maligni. Con questo lavoro abbiamo confermato per la prima volta che un danno renale acuto è un fattore di rischio per lo sviluppo del tumore renale e in particolare per uno specifico tipo, il tumore papillare». 

 

In sintesi, il problema nasce con delle cellule staminali non perfettamente funzionanti?

«Possiamo dire di sì. Il progetto ci ha consentito di dimostrare che i tumori papillari del rene derivano da cellule staminali renali che "impazziscono” a seguito dell’eccessivo lavoro indotto da un grave danno renale acuto. Anche una singola staminale del rene può generare un intero tumore».

 

Quanto è durata questa attività di ricerca, dallo sviluppo iniziale fino alla pubblicazione?

«Abbiamo cominciato a lavorare su questo progetto più di cinque anni fa. Come succede spesso nella ricerca, eravamo partiti con un’idea diversa. Ma quando abbiamo analizzati i primi risultati, ci siamo accorti del potenziale del nostro modello murino (gli animali modello utilizzati per studiare lo sviluppo del tumore, ndr). Così ci siamo lanciati alla scoperta dei meccanismi molecolari coinvolti nello sviluppo del carcinoma renale papillare. I nostri dati erano talmente inattesi che diverse riviste scientifiche, inizialmente, hanno rispinto il manoscritto. Tuttavia, abbiamo saputo utilizzare i commenti di chi ha revisionato i primi articoli per migliorare il nostro lavoro, ed è anche grazie a loro che abbiamo raggiunto una qualità notevole durante questa ricerca».


Quali prospettive future per la salute umana si potrebbero aprire grazie alle vostre scoperte?

«Direi vantaggi in termini di conoscenza della biologia del cancro e di gestione clinica. Innanzitutto, i modelli animali usati rappresentano uno strumento prezioso, in grado di ottenere ulteriori informazioni sulle alterazioni genetiche e guidare lo sviluppo e la sperimentazione di nuovi farmaci. L'identificazione delle staminali renali come cellule di origine del carcinoma renale papillare suggerisce che i farmaci mirati a questo tipo di cellule potrebbero essere efficaci nel trattamento».

Alcuni risultati potrebbero avere anche risvolti più immediati: è così?

«Avendo stabilito che il danno renale acuto è un fattore di rischio per il carcinoma renale papillare, si possono fare importanti implicazioni cliniche. Anzitutto, molti casi di tumore non correlati a fattori di rischio noti potrebbero effettivamente riguardare episodi di danno renale acuto avuti in precedenza. Questo legame sottolinea l'importanza dei programmi di prevenzione. Occorreranno ulteriori conferme, ma i pazienti sopravvissuti a un episodio di danno renale acuto potranno essere considerati pazienti più a rischio. E, quindi, beneficiare di un adeguato monitoraggio nel tempo».

Avete altri progetti dedicati al carcinoma papillare renale e alle staminali del rene?

«Il mio progetto attuale, anche questo finanziato da Fondazione Umberto Veronesi e sostenuto da Fondazione Biagioni Borgogni, rappresenta un naturale proseguimento del lavoro appena pubblicato. Questo studio ci stiamo focalizzando sullo sviluppo di una nuova terapia mirata contro le cellule dalle quali origina il carcinoma renale papillare. In effetti, queste cellule renali, le cosiddette staminali, sono particolarmente resistenti alle terapie tradizionali, come radioterapia e chemioterapia, e necessitano trattamenti ad hoc».

 

Ci puoi già anticipare qualche risultato?

«Abbiamo identificato una famiglia di farmaci che riescono a differenziare queste cellule renali in vitro, facendole maturare e perdere le caratteristiche di staminalità. In questo modo, vorremo renderle nuovamente suscettibili ai trattamenti classici. Ora stiamo valutando l’efficacia del trattamento in vivo, proprio su quei modelli animali murini sviluppati in precedenza. Posso anticipare che i risultati preliminari sono promettenti».

 


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