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Il ruolo del gene MET nella progressione delle metastasi cerebrali

pubblicato il 02-03-2020

Le metastasi cerebrali sono difficili da trattare e hanno una prognosi spesso infausta. Perché progrediscono così velocemente? È la domanda a cui proverà a rispondere Ermes Candiello

Il ruolo del gene MET nella progressione delle metastasi cerebrali

Uno dei principali obiettivi terapeutici nella lotta ai tumori, oggi, rimane quello di contrastare l’insorgenza di recidive tumorali resistenti ai farmaci e limitare la diffusione delle metastasi. Quando infatti il tumore primario (la sede dove origina la neoplasia) si diffonde verso altri organi, diventa difficile applicare l’opzione chirurgica e la prognosi peggiora sensibilmente. In particolare, le metastasi cerebrali rappresentano una sfida particolarmente difficile a livello clinico e i meccanismi che consentono al tumore di raggiungere il cervello e diffondersi rimangono poco studiati.


Il gene MET sembra essere uno dei principali responsabili della crescita del tumore metastatico. Su questi aspetti si concentrerà il progetto di Ermes Candiello, neurobiologo dell’Istituto di Candiolo - Fondazione del Piemonte per l'Oncologia di Torino, sostenuto da una borsa di ricerca di Fondazione Umberto Veronesi.

Ermes, il tuo progetto si occupa di metastasi tumorali: raccontaci di più.

«Le cellule metastatiche sono in grado di resistere alla chemioterapia, nascondendosi anche per lunghi periodi, per poi dare avvio a processi di invasione che, nella maggior parte dei casi, hanno esito infausto. Il progetto è focalizzato sullo studio dell’oncogene MET, noto per il suo ruolo nell’invasività e nelle metastasi tumorali cerebrali. Vogliamo studiare la progressione metastatica e, in parallelo, le mutazioni dell'oncogene che ne promuovono lo sviluppo».

 

In che modo?

«Durante lo scorso anno, grazie alla borsa sostenuta da Fondazione Umberto Veronesi, siamo riusciti a costruire delle sfere tumorali (aggregati di cellule, ndr) provenienti da pazienti con metastasi dal sito primario ignoto. Queste malattie sono particolarmente aggressive e mostrano una sopravvivenza media inferiore a un anno. Grazie a tecniche innovative, abbiamo isolato le cellule tumorali circolanti dal sangue, una popolazione di cellule che rappresenta lo step intermedio tra il tumore primario e la disseminazione metastatica. In queste cellule MET è molto attivo, il che sembra confermare un ruolo favorente lo sviluppo della malattia».

 

Avrete modo di osservare le metastasi in vivo, su modelli animali?

«Sì, le cellule tumorali circolanti dal sangue sono state impiantate in modelli animali. Grazie a delle tecniche di fluorescenza in grado di visualizzare anche micrometastasi invisibili con metodiche meno innovative, abbiamo monitorato in quali organi queste hanno attecchito. La cosa interessante è che, nei modelli animali, le cellule tumorali circolanti mostrano uno schema di invasione simile a quello dei pazienti di origine».

 

Un modello affidabile, quindi.

«Esatto. Questo ci permetterà di usare i modelli per studiare nuove strategie farmaceutiche in grado di limitare le metastasi. Possiamo considerarli un vero e proprio “avatar” su cui sperimentare in anticipo le terapie, e solo dopo somministrarle al paziente. Queste informazioni sono preziose e potranno avere un valore predittivo molto importante in ottica terapeutica».

 

Ermes, sei stato in Germania e Francia per fare ricerca. Un periodo lungo, cosa ti ha spinto a partire?

«La voglia di mettermi in gioco. La voglia di fare ricerca era talmente forte che niente poteva spaventarmi, anzi l’ignoto mi eccitava. In altri Paesi, poi, la ricerca ha una marcia in più. In Germania, per esempio, il ricercatore ha già una sua dignità individuale ed economica sin dall’inizio della sua carriera. Fortunatamente, tornando in Italia per motivi familiari, all’Irccs di Candiolo ho trovato una realtà molto buona».

 

Cosa ti ha lasciato questa esperienza?

«L’esperienza all’estero, inevitabilmente, ti forma dal punto di vista lavorativo ma soprattutto da quello emotivo. Si è totalmente liberi e al tempo stesso responsabili per ogni azione, per ogni progresso o errore. Nonostante le cose positive che ho ritrovato tornando, in Italia questa mentalità non è ancora del tutto presente».

 

Perché hai scelto di fare ricerca?

«Nel mio piccolo ho scelto questa strada per provare a sconfiggere la sofferenza. Vedere soffrire le persone per malattia mi logorava. Durante gli studi universitari, poi, la bellezza e la complessità delle materie scientifiche, e la fortuna di incontrare dei professori innamorati del loro lavoro, hanno fatto il resto. Mi hanno permesso di capire che la spiegazione scientifica è più affascinante ed entusiasmante del fenomeno stesso non compreso appieno».

 

Un momento della tua vita professionale che vorresti incorniciare e uno da dimenticare.

«Sicuramente la discussione del dottorato, forse dal punto di vista accademico il momento più importante di un ricercatore. La consapevolezza di aver  ottenuto qualcosa di importante con le proprie forze, e sapere di rendere orgogliosa la mia famiglia. Un momento da dimenticare è quando abbiamo saputo che un paziente, giovanissimo, è venuto a mancare. Non l’ho mai conosciuto, era per noi un totale estraneo, ma dal punto di vista emotivo è stato straziante».

 

Cosa ti piace di più della ricerca?

«Il senso di gratitudine che viene da un esperimento importante riuscito. La consapevolezza di poter fare qualcosa di grande. La libertà totale di pensiero e la fantasia sono requisiti importantissimi per questa professione».

 

E cosa invece eviteresti volentieri?

«Il precariato. È inaccettabile dover mettere sulla bilancia famiglia o ricerca, e non poter fare un progetto di vita».

 

Percepisci fiducia intorno alla figura del ricercatore?

«Percepisco grande fiducia da parte delle singole persone, ma non ne percepisco alcuna dalle istituzioni».

 

Una figura che ti ha ispirato nella tua vita personale e professionale.

«Mia madre».

 

Come mai?

«Mi ha insegnato a cercare il bello e ad aggrapparsi alle sensazioni positive. Accettare il male come una sorta di sfida e provare a sconfiggerlo con tutte le forze. Da questo tipo di battaglie si esce sempre vincitori. Mi piacerebbe vederla sempre felice».

 

Con quale personaggio famoso ti piacerebbe cenare, e cosa ti piacerebbe chiedergli?

«Freddie Mercury. Gli chiederei come fa a ottenere il meglio dal proprio dolore».

 

Cosa vorresti dire alle persone che scelgono di donare a sostegno della ricerca scientifica?

«Liberatevi di ogni scetticismo, i vostri soldi vengono davvero utilizzati per salvare delle vite. Nei laboratori c’è un forte senso di responsabilità non ho mai visto un solo centesimo sprecato. Tutti, dal direttore allo studente, sanno quanto è importante investire nella ricerca sperimentale».



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