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Una sonda metabolica per la diagnosi del tumore della prostata

pubblicato il 19-11-2018

Eleonora Cavallari sta sviluppando una sonda molecolare in grado di misurare le alterazioni al metabolismo di un tumore per una diagnosi personalizzata del cancro alla prostata

Una sonda metabolica per la diagnosi del tumore della prostata

Il tumore della prostata è uno dei uno dei tumori più diffusi nella popolazione maschile: negli uomini a partire dai 50 anni di età, una diagnosi di cancro su cinque è rappresentata da questa neoplasia. Oggi esistono diverse opzioni di trattamento: la chirurgia, la terapia ormonale, la radioterapia, la chemioterapia e, nel caso di tumori a basso rischio, la vigilanza attiva. Solo un’attenta analisi delle caratteristiche del paziente e della malattia permette al medico di identificare la strategia terapeutica migliore e di personalizzare le cure anche in base alle preferenze del paziente. Grazie al sostegno del progetto SAM - Salute Al Maschile di Fondazione Veronesi, Eleonora Cavallari dell’Università di Torino sta sviluppando una «sonda» molecolare in grado di misurare il metabolismo delle cellule cancerose, un possibile nuovo strumento per una diagnosi sempre più precisa e personalizzata del tumore.

 

Eleonora, ci puoi dare qualche dettaglio in più sulla sonda che stai sviluppando?

«La sonda è costituita dal piruvato, una molecola di fondamentale importanza in molti processi cellulari. Il metabolismo del piruvato può essere osservato mediante risonanza magnetica e permette di caratterizzare le cellule tumorali nei diversi stadi di sviluppo e di distinguerle da quelle sane».

 

Quali sono i punti di forza del tuo progetto?
«In primo luogo, l’utilizzo di una molecola presente naturalmente nel nostro corpo e che quindi non richiede la somministrazione di mezzi di contrasto come metalli e altre sostanze a bassa radioattività. In secondo luogo, il nostro laboratorio ha sviluppato una tecnica che permette di modificare il piruvato per aumentarne la sensibilità alla risonanza magnetica in modo semplice, veloce ed economico».

 

Avete già sperimentato la sonda in altri tipi di malattia?

«Abbiamo appena terminato uno studio in cui la sonda è stata utilizzata con successo per monitorare l’alterazione del metabolismo cardiaco in un modello animale di distrofia muscolare. L’utilizzo della nostra tecnica ha permesso di diagnosticare la malattia in anticipo rispetto alla manifestazione dei sintomi e all’identificazione dei cambiamenti strutturali tramite l’ecografia».

 

Quali sono quindi le potenzialità di questo strumento per la salute dei pazienti?

«L’utilizzo di questa nuova sonda potrebbe portare ad una caratterizzazione più precisa del tipo di tumore e del suo stadio di sviluppo e consentire quindi la scelta di cure più personalizzate e precise. La sonda permetterebbe anche di valutare gli effetti del trattamento scelto passo dopo passo e “aggiustare” la terapia se necessario. Infine il piruvato è presente in tutte le cellule dell’organismo per cui questa tecnica potrebbe essere applicata per la diagnosi di altre malattie, tumorali e non».

 

Una laurea in fisica dopo esserti diplomata al liceo artistico. Cosa ti ha spinto a fare questa scelta «folle»?

«Ricordo con precisione l’istante in cui ho pensato che la scienza, e più precisamente la fisica, fosse il mio campo di studi. Frequentavo il quarto anno di liceo artistico e stavo seguendo una lezione sulla relazione tra il campo elettrico e magnetico: in quel momento ho pensato che avrei voluto studiare e comprendere i fenomeni naturali che governano il mondo che mi circonda. Intraprendere la strada della ricerca è stata la naturale conseguenza della mia curiosità».

 

Un momento della tua vita professionale che vorresti incorniciare e uno invece da dimenticare?

«I momenti da incorniciare sono davvero molti: il giorno in cui ho saputo di essermi aggiudicata una posizione di dottorato, la prima volta in cui ho osservato in tempo reale il metabolismo di una cellula, la sera in cui ho ricevuto la mail che mi comunicava di aver vinto il finanziamento della Fondazione Umberto Veronesi, che mi avrebbe regalato almeno ancora un anno di ricerca in Italia. I momenti da dimenticare sono altrettanti: dall’uso degli animali per i miei esperimenti, scelta che condivido e sostengo ma alla quale spero si trovi presto un’alternativa, all’amara sensazione di precarietà della ricerca in Italia».

 

Se ti dico scienza e ricerca, cosa ti viene in mente?

«Un fulmine, un viaggio avventuroso».

 

Eleonora, fuori dal laboratorio quali sono le tue passioni?

«Amo molto fare attività all’aria aperta: principalmente trekking in montagna e ciclismo. Adoro viaggiare e cerco di farlo il più possibile, non appena ho qualche giorno libero».

 

Se ti chiedessi di descriviti con tre pregi e tre difetti?

«Determinata, passionale e perseverante. Ma anche emotiva, permalosa, esageratamente empatica».

 

Hai qualche ricordo della tua infanzia al quale sei particolarmente legata?

«Quando mia nonna mi permetteva di disegnare in totale libertà su tutti i pavimenti di casa sua con i gessetti colorati».

 

Se fosse possibile viaggiare nel tempo, con chi ti piacerebbe andare a cena e chiacchierare?

«Marie Curie, per chiederle quali fossero i suoi pensieri e le sue emozioni durante le varie fasi delle tante scoperte fatte nel corso della sua vita».

 


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