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Oncologia

Il Nobel per la Medicina 2018 all'immunoterapia contro il cancro

pubblicato il 01-10-2018

Ad aggiudicarsi il Nobel per la Medicina James P. Allison e Tasuku Honjo, premiati per le ricerche sul «freno» che riesce a bloccare l'avanzata dei tumori, alla base dell'immunoterapia

Il Nobel per la Medicina 2018 all'immunoterapia contro il cancro

Il Premio Nobel per la Medicina 2018 è stato assegnato a James Allison (70, capo del dipartimento di immunologia dell'Anderson Cancer Center di Houston) e a Tasuku Honjo (76, responsabile del dipartimento di immunologia e medicina genomica all'Università di Kyoto). Il panel del Karolinska Institutet ha scelto di conferire il prestigioso riconoscimento ai due scienziati, «per la loro scoperta della terapia del cancro mediante l'inibizione della regolazione immunitaria negativa». Le loro scoperte hanno spianato la strada all'avvento dell'immunoterapia, considerata l'ultima (e per certi versi la più affascinante) frontiera della lotta al cancro: malattia di cui quest'anno si ammaleranno 18 milioni di persone nel mondo. Finora, i risultati più significativi sono emersi nella terapia delle forme metastatiche del melanoma e dei tumori del polmone e del rene

LOTTA AI TUMORI: IL PRESENTE
E IL FUTURO DELL'IMMUNOTERAPIA

AZIONARE IL SISTEMA IMMUNITARIO CONTRO IL CANCRO

Allison e Honjo sono arrivati lì dove non erano riusciti molti loro predecessori, nei decenni precedenti. L'idea che il sistema immunitario potesse avere un ruolo cruciale nella lotta contro il cancro era venuta già a diversi scienziati, che non sono però mai stati in grado di raggiungere i risultati dei due Nobel. Allison e Honjo hanno dimostrato come si possano togliere i «blocchi» che impediscono al sistema immunitario di aggredire le cellule cancerose, dando così il via alla ricerca clinica per mettere a punto farmaci in grado di dare il la a questa risposta. I due scienziati hanno scoperto altrettante proteine - i cosiddetti inibitori del «checkpoint» immunitario: CTLA-4 (Allison) e PD-1 (Honjo) - che, fra le altre cose, inviano segnali intracellulari inibitori in grado di frenare l'attività del sistema immunitario, se i patogeni estranei sono stati eliminati. 


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UN SOTTILE EQUILIBRIO TRA «FRENO» E «ACCELERAZIONE»

Nel caso del cancrole cellule maligne possono evadere attraverso vari meccanismi il controllo immunitario, «arrestando» la risposta immune e continuando a replicarsi. Con l’immunoterapia è quindi possibile bloccare uno dei meccanismi di disattivazione e mantenere sempre accesa la risposta difensiva, per contrastare il tumore. Un ruolo chiave, in questo processo, è svolto dai linfociti T, un tipo di globuli bianchi che possiedono dei recettori in grado di riconoscere l'agente estraneo (in questo caso le cellule tumorali) e di attivare la risposta immunitaria. Ma affinché ciò avvenga, cruciale è il ruolo delle proteine recettoriali (come CTLA-4 e PD-1), che accelerano il coinvolgimento dei linfociti T. La partita si gioca dunque su questo delicato equilibrio tra «freno»«accelerazione» della risposta immunitaria. Immutato il bersaglio: soltanto le cellule tumorali, una differenza cruciale rispetto all'azione più diffusa della chemioterapia

 

DIECI ANNI FA L'ULTIMO NOBEL IN ONCOLOGIA

Ai promettenti studi iniziali, per anni non è seguito un investimento importante da parte dell'industria farmaceutica. Adesso, invece, è opinione pressoché condivisa che l'immuno-oncologia (immunoterapia applicata al trattamento dei tumori) abbia cambiato radicalmente l'approccio al cancro. Il Premio Nobel torna a essere assegnato a una scoperta in ambito oncologico a dieci anni dal riconoscimento a Harald Zur Hausen, per la sua scoperta che il papillomavirus causa il cancro della cervice uterina. Ma un legame c'è anche con il premio conferito nel 2011 a Bruce Beutler e Jules Hoffman per «le loro scoperte sui meccanismi di attivazione dell'immunità innata e per la scoperta delle cellule dendritiche e del loro ruolo nell'immunità adattativa».  

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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