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Oncologia

Tumore del colon-retto: Stati Uniti verso lo screening dai 45 anni

pubblicato il 20-05-2021

L'indicazione della task force per la prevenzione. Anticipare l'avvio dello screening per il tumore del colon-retto efficace per ridurre diagnosi e mortalità

Tumore del colon-retto: Stati Uniti verso lo screening dai 45 anni

Resta una malattia che colpisce soprattutto gli over 50. Ma da un po' di tempo a questa parte le diagnosi di tumore del colon sono in aumento anche tra i più giovani, soprattutto nella fascia di età compresa tra i 40 e i 49 anni. Ragion per cui, a fronte di una stima che vede ricadere in questo range poco più del dieci per cento dei nuovi casi di cancro, gli Stati Uniti sono pronti ad adottare una contromisura: l’anticipo dell'avvio dello screening. L’indagine diagnostica di massa - in Italia costituita dalla ricerca del sangue occulto nelle feci, in caso di positività seguita dalla colonscopia - sarà «allargata» nei prossimi mesi. Secondo le ultime raccomandazioni della task-force sui servizi per la prevenzione (USPSTF), l’estensione dello screening a partire dai 45 anni «apporterebbe un beneficio da moderato a sostanziale». Tradotto: una riduzione dell’incidenza e un aumento delle diagnosi precoci, primo passo per garantire maggiori tassi di cura a chi si ammala.

PERCHÈ LO SCREENING PER IL TUMORE
DEL COLON-RETTO PUÒ SALVARE LA VITA? 

TUMORE DEL COLON-RETTO: SCREENING EFFICACE A PARTIRE DAI 45 ANNI

È questa la novità più significativa del documento, aggiornato per la prima volta dopo cinque anni. Passando in rassegna gli studi pubblicati su questo argomento, gli esperti riuniti dall’Agenzia per la Ricerca e la Qualità dei Servizi Sanitari del Governo Statunitense hanno confermato l'efficacia dello screening per il tumore del colon-retto tra i 50 e i 75 anni: nel rilevare diagnosi clinicamente significative e nel determinare una riduzione della mortalità per quella che è la seconda forma di cancro più frequente nel nostro Paese (11 per cento del totale delle nuove diagnosi). Ma non solo. Il beneficio risulta infatti esteso anche a chi ha tra 45 e 49 anni e agli anziani (76-85 anni) già o mai seguiti in passato con lo screening. E riguarda diversi test in uso oltreoceano per la diagnosi del cancro del colon-retto: come la colonscopia tradizionale, quella virtuale e la sigmoidoscopia. Esclusa, per il momento, la ricerca di biomarcatori nel siero, nelle urine e il ricorso alla videocapsula. «Limitate» sono state considerate le evidenze di efficacia disponibili.


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TRA I GIOVANI LA MALATTIA È SPESSO PIÙ AGGRESSIVA

Sulla base di queste indicazioni, le assicurazioni sanitarie dovranno prevedere la rimborsabilità degli esami diagnostici indicati a partire dai 45 anni. L’obbiettivo è quello di offrire ai cittadini statunitensi l’opportunità di diagnosticare in tempo utile una malattia che, nei pazienti più giovani, risulta peraltro spesso più aggressiva. Un aspetto su cui potrebbe incidere anche il ritardo diagnostico che sovente riguarda uomini e donne più giovani. Ma diversi studi retrospettivi hanno suggerito che questa ipotesi non basterebbe a giustificare le caratteristiche di malignità che appartengono alla malattia riscontrabile nei pazienti con meno di 50 anni. «Il cancro del colon-retto nei più giovani è un sottoinsieme di malattie che potrebbero avere origine da alcune anomalie genetiche e con caratteristiche ancora da studiare», è la considerazione fatta da David Stewart (a capo della struttura di chirurgia del colon-retto del Banner Medical Center, Università dell’Arizona) in un editoriale pubblicato sulla rivista Jama Surgery. La raccomandazione della task force statunitense riguarda tutti gli over 45 asintomatici e senza un rischio aumentato di ammalarsi. Esclusi dunque - perché già monitorati da prima in maniera più stringente - coloro che hanno altri casi in famiglia di tumore del colon, chi ha una predisposizione a sviluppare questa forma di cancro (in quanto affetto da poliposi adenomatosa famigliare o dalla sindrome di Lynch), chi ha subìto l’asportazione di polipi intestinali e convive con una malattia infiammatoria cronica intestinale come il Crohn e la rettocolite ulcerosa.


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COSA PUÒ ACCADERE IN ITALIA?

La notizia che giunge dagli Stati Uniti è destinata ad aprire il dibattito sull'opportunità di anticipare lo screening di massa anche in Italia. Negli ultimi anni, d’altra parte, alcuni segnali di un aumento delle diagnosi di tumore del colon in uomini e donne più giovani sono giunti anche dal nostro Paese. «Lungo la Penisola le diagnosi di tumore del colon tra chi ha meno di 50 anni riguardano soltanto il cinque per cento del totale dei casi - afferma l'epidemiologo Marco Zappa, fino a pochi mesi fa alla guida dell'Osservatorio Nazionale Screening -. Fatta questa premessa, l'efficacia della strategia ipotizzata dai colleghi statunitensi non è in discussione: anticipando lo screening si intercettebbero dei polipi o delle lesioni prima che evolvano in un tumore del colon o del retto. La scelta di partire dai 50 anni è puramente organizzativa. Cominciando prima, aumenterebbe il numero delle colonscopie da effettuare. E, di conseguenza, si allungherebbero le liste di attesa».  

LE COPERTURE DELLO SCREENING NEL NOSTRO PAESE

In Italia lo screening per il tumore del colon rientra nei Livelli Essenziali di Assistenza (Lea), come quello per il tumore al seno e il tumore della cervice uterina. L'approccio in uso nel nostro Paese - per le persone sane e non considerate a rischio - prevede che, tra i 50 e i 69 anni, a cadenza biennale, uomini e donne effettuino su invito della propria Asl il test del sangue occulto nelle feci. Fa eccezione soltanto il Piemonte, che ha scelto una strada alternativa: rettosigmoidoscopia per tutti a 58 anni o ricerca del sangue occulto nelle feci (fino a 69 anni). L’adesione, però, rimane ancora piuttosto bassa. Sulla base dei dati raccolti dal sistema di sorveglianza Passi, si stima che in Italia nel 2016-2018 il 47 per cento delle persone intervistate nella fascia di età 50-69 anni ha eseguito un esame a scopo preventivo per la diagnosi precoce dei tumori del colon (ricerca del sangue occulto negli ultimi due anni o colonscopia negli ultimi cinque anni). E sfogliando i dati in possesso dell’Osservatorio Nazionale Screening, emerge anche che la copertura per la diagnosi precoce dei tumori del colon-retto mostra un marcato gradiente geografico: 67 per cento al Nord, 53 per cento al Centro e 26 per cento al Sud. Significative le differenze regionali, con un range che va dal 12 per cento della Puglia al 75 per cento della Lombardia.


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IL COINVOLGIMENTO DELLE FARMACIE NEI PROGRAMMI DI DIAGNOSI PRECOCE

Per potenziare l'adesione allo screening, negli ultimi anni, in Italia sono stati avviati diversi progetti a livello locale che prevedono il coinvolgimento delle farmacie: anello di congiunzione tra la cittadinanza e il servizio sanitario, attraverso la distribuzione e la successiva raccolta dei kit per la ricerca del sangue occulto nelle feci. Una scelta che inizia a dare i primi frutti, come documenta uno studio pubblicato sulla rivista Preventive Medicine. Indagando l'impatto della stessa strategia adottata nell'area metropolitana di Barcellona, gli autori hanno scoperto che l'adesione delle farmacie al programma è molto elevata (82.4 per cento). Come tale risulta pure la quota di persone che riconsegna i kit distribuiti (93.5 per cento). Un'iniziativa analoga risulta attualmente attiva in nove Regioni italiane. I campioni raccolti vengono inviati alle Asl per essere analizzati. E, in caso di un sospetto diagnostico, è la Asl a richiamare il paziente per ulteriori accertamenti. Secondo l'Osservatorio Nazionale Screening, «affidare alle farmacie una funzione non soltanto organizzativa, ma di counselling potrebbe avere un impatto positivo sul superamento delle barriere comunicative e culturali nell’adesione. Questo sarebbe favorito dalla capillare diffusione delle farmacie sul territorio, anche nelle zone a maggiore deprivazione di servizi, e dal ruolo che già svolgono dimediazione tra i cittadini e i servizi sanitari pubblici». 
 

 

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Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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