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Oncologia

Un figlio dopo il tumore al seno: «Così mi sono ripresa la vita»

pubblicato il 29-04-2020

La storia di Elisa, diventata mamma di Rebecca cinque anni dopo un tumore al seno. «Alle donne che sono nella stessa situazione, dico: credete fino in fondo nella scienza»

Un figlio dopo il tumore al seno: «Così mi sono ripresa la vita»

Il desiderio di maternità era forte, già prima della malattia. E tale è rimasto nel tempo, dopo un «interregno» in cui la sua esistenza ha finito per essere regolata da un tumore al senoElisa Cecchetto, oggi, si definisce una donna «completa». Mentre la vita anelava nuovi obbiettivi, il cancro ha determinato una brusca frenata. Ma non le ha tolto ciò a cui ambiva: diventare mamma. Cinque mesi, Rebecca è seduta al suo fianco quando squilla il telefono per l’intervista. «Tienila d’occhio tu, adesso vengo», dice al marito la donna, avvicinatasi nel 2018 a Fondazione Umberto Veronesi per diventare Pink Ambassador, prima di mettersi a riposo per una giusta causa. Quasi come un contrappasso, la vita aveva deciso che quello fosse il momento giusto per diventare mamma. La corsa, in quel momento, poteva dunque aspettare. Come Rebecca, nella mezz’ora che Elisa trascorre immaginando di avere di fronte tutte le donne chiamate a rimandare l’appuntamento con la maternità per una malattia.

LA VITA CHE CAMBIA

La storia ha inizio nel 2014, quando Elisa aveva quasi 32 anni. Alle spalle una laurea in psicologia sociale e del lavoro e un percorso definito: era (ed è) addetta alla gestione delle risorse umane in un’azienda di Como. Come accade a molte sue coetanee, il periodo in questione era quello dell’investimento sulla famiglia. «Assieme al mio attuale marito, avevamo finito di ristrutturare la casa che era stata di mia nonna ed eravamo andati a convivere da pochi mesi». Due giovani pieni di sogni e prospettive, tra cui il matrimonio e il desiderio di un figlio. «Mi sentivo pronta: nell’arco di un paio d’anni avrei voluto diventare mamma», racconta la donna, che incidentalmente, in autunno, scoprì di avere di fronte l'unico scenario a cui non aveva mai pensato: ammalarsi di cancro da giovane. Un pomeriggio, grazie all’autopalpazione, ci mise un attimo per capire che il suo corpo stesse cambiando. O, più correttamente: era già cambiato. L’ecografia, sette giorni più tardi, confermò infatti i sospetti. Un tumore al seno destro si accingeva a mandare all’aria tutti i programmi. E presto avrebbe dato inizio al lungo iter delle cure: chemioterapia, intervento chirurgicoradioterapia e cure ormonali. Tutto d’un fiato, dalle soglie del Natale e fino a luglio del 2018. 


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IL SOGNO DI DIVENTARE MAMMA

Nel mezzo, Elisa ha trovato il tempo per sposarsi. «Ne è valsa la pena, anche sul piano terapeutico. Programmare il matrimonio subito dopo la fine della radioterapia mi ha permesso di tornare alla vita. E di capire che ci sarebbero state altre fermate, dopo la malattia». In stand-by invece il desiderio di maternità. «Più che l’intervento, è stato faticoso il periodo delle terapie: gli effetti collaterali, il calo dell’umore, le preoccupazioni per il futuro. Quelle non vanno via, anche se ti dicono che il peggio è ormai alle spalle». Nel caso specifico, però, gli auspici corrispondevano alla realtà. In accordo con l’equipe di oncologi che l’ha seguita fin dall’inizio, nell’estate del 2018 la donna ha interrotto la terapia ormonale, a quasi quattro anni dall’inizio. Gli obbiettivi erano già stati riformulati: «Diventare mamma era tornata la mia priorità». Nulla ostava per i medici, che quattro anni prima avevano suggerito alla donna di congelare i propri ovociti. Un passaggio dovuto, ma non necessario, in questo caso. All’inizio del 2019, infatti, Elisa si è scoperta in dolce attesa. Di fronte a lei, un percorso più che perfetto: la fecondazione naturale, la gravidanza priva di effetti collaterali, il parto naturale avvenuto lo scorso 20 novembre. Intoppi? Nemmeno uno. «Forse la vita ha deciso di ripagarmi per le sofferenze già scontate». Tra le gioie più care, c’è «l’aver potuto allattare al seno Rebecca, anche se soltanto per tre mesi», precisa la Pink Runner. 

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UN FIGLIO DOPO IL CANCRO

In molti casi, le cure oncologiche compromettono la possibilità di avere figli. Il danno può arrivare con gli interventi chirurgici, con i chemioterapici o con la radioterapia. Ma è anche vero che oggi una donna in età fertile che si ammala di cancro e desidera allargare la famiglia ha quasi sempre l’opportunità di dare ossigeno al suo sogno prima dell'inizio delle terapie. Come? Mettendo al sicuro gli ovociti (come fatto da Elisa) oppure il tessuto ovarico. Nel primo caso si procede a una stimolazione ormonale per indurre un'ovulazione multipla, poi al prelievo e congelamento degli ovociti, che, qualora si volesse tentare di ottenere in futuro una gravidanza, potranno essere scongelati, fecondati e trasferiti in utero. Nel secondo caso, si opta per una procedura sperimentale (non richiede una stimolazione farmacologica) che, mentre Elisa si accingeva a rimanere incinta, ha regalato il primo nato all’Italia. In tutti i casi - è opportuno ribadirlo - spesso l’età fa la differenza. Prima una donna può mettere alle spalle la malattia per cercare una gravidanza, maggiori sono le chance che questa arrivi. Negli ultimi anni, al congelamento degli ovociti e del tessuto ovarico s'è aggiunta un'altra opportunità: la somministrazione degli analoghi dell'Lhrh, una chance in più per chi deve iniziare subito le cure anticancro e non ha modo di sottoporsi al prelievo degli ovociti. Si tratta di farmaci che proteggono le ovaie durante i trattamenti. A regalarla è stato il lavoro di Lucia Del Mastro, responsabile della struttura di sviluppo di terapie innovative al San Martino-Istituto Tumori di Genova e membro del comitato scientifico della Fondazione Umberto Veronesi. A disposizione degli oncologi, infine, ci sono anche tecniche chirurgiche conservative.


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UN MESSAGGIO PER LE DONNE

Alla fine dell’intervista, si ascolta per la prima volta la voce di Rebecca. È una bimba tranquilla, ma la mamma rimane insostituibile. Come la sua presenza, per Elisa. «Spero che questa intervista possa arrivare a molte donne con un’esperienza simile alla mia. Se il loro desiderio è la maternità, consiglio di perseguirlo con determinazione. Grazie alla ricerca, oggi si hanno molte più opportunità, anche in questo senso. L’importante, però, è evitare gli assilli. Se un figlio non arriva, il nostro corpo, già provato dalla malattia, ha bisogno di clemenza. All’inizio, immagino che la delusione possa essere insopportabile. Ma anche io, negli anni di attesa, mi sono sempre sforzata di immaginarmi comunque una donna e una moglie felice. Pure nel caso in cui Rebecca non fosse arrivata». Invece, c’è. La prima Festa della Mamma è alle porte, per Elisa. Rebecca non smetterà mai di dire grazie.


Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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