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Oncologia
Fabio Di Todaro
pubblicato il 04-09-2018

Mamme dopo il cancro: primo nato da trapianto di tessuto ovarico



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Il parto sei anni dopo un linfoma non Hodgkin. È la prima ex paziente italiana ad avere un figlio con una gravidanza ottenuta dal reimpianto del tessuto ovarico

Mamme dopo il cancro: primo nato da trapianto di tessuto ovarico

Sofia (nome di fantasia), 35 anni, è la prima donna italiana che, dopo aver avuto un cancro, è riuscita ad avere avuto un figlio grazie al reimpianto del tessuto ovarico congelato sei anni fa. La procedura è una delle opportunità che le pazienti oncologiche hanno per preservare la loro fertilità, al fine di affrontare una gravidanza dopo aver smaltito la tossicità delle cure oncologiche. Secondo gli ultimi dati diffusi attraverso un lavoro pubblicato sul New England Journal of Medicine, sono oltre 130 i bambini nati in tutto il mondo ricorrendo a questa procedura. Luca (anche questo nome è di fantasia) vanta il primato italiano. 


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CRIOCONSERVAZIONE DI TESSUTO OVARICO

Ci sono varie tecniche per preservare la fertilità femminile in vista di terapie che la possono danneggiare irreparabilmente. Alla crioconservazione del tessuto ovarico si ricorre nei casi in cui non sia possibile effettuare la stimolazione ovarica - perché occorre iniziare subito le terapie o perché il tumore è sensibile agli estrogeni: come può accadere per quelli al seno, all'ovaio e all'utero - necessaria per procedere al prelievo degli ovociti. Quello di tessuto ovarico, cui segue il congelamento, non richiede infatti una stimolazione e può essere effettuato in qualsiasi momento del ciclo mestruale (oltre che in assenza di un partner). Una paziente giovane, una volta ricevute la diagnosi di cancro e il relativo piano terapeutico, ha la possibilità di accedere ai trattamenti di preservazione della fertilità prima di iniziare le cure oncologiche, che in molti casi compromettono la possibilità futura di avere figli. Se si esclude l'ipotesi della stimolazione, l'alternativa è data dal prelievo del tessuto ovarico. La procedura, che avviene nel corso di un intervento in laparoscopia, dura poco più di un'ora. Un tempo necessario, mentre la paziente è in anestesia generale, per asportare anche un intero ovaio, poi da congelare: come accade in Belgio e in Olanda. In Italia, invece, «eseguiamo un'ampia biopsia su un unico ovaio, senza però asportarlo interamente - spiega Raffaella Fabbri, responsabile del laboratorio di crioconservazione di tessuto ovarico e colture cellulari del Policlinico di Sant’Orsola di Bologna -. Si lavora sulla porzione corticale che contiene i follicoli primordiali, quelli più resistenti al congelamento. Dopodiché si realizzano delle fettine, lunghe due centrimetri e larghe massimo tre millimetri, che vengono poi congelate singolarmente». Le provette vengono inserite in un congelatore programmabile contenente azoto liquido, all'interno del quale la temperatura arriva a 196 gradi sotto zero.

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IL REIMPIANTO

Le striscioline di tessuto ovarico contengono un numero di follicoli sufficiente a far riprendere l'ovulazione anche a distanza di anni. Prendiamo il caso di Sofia, che aveva conservato il proprio tessuto nel 2012, a 29 anni, dopo aver scoperto di avere un linfoma non Hodgkin e prima di sottoporsi, nell'ordine, alla chemio e alla radioterapia e al trapianto di midollo osseo. Le terapie, come prevedibile, le hanno provocato una menopausa precoce. Così, cinque anni dopo aver finito le cure e aver avuto l'ok della completa guarigione da parte degli oncologi, ha richiesto il reimpianto del proprio tessuto ovarico agli specialisti del policlinico bolognese. Nell'arco di sei mesi, l'ovaio «trapiantato» ha ripreso a funzionare: al punto da permettere una fecondazione naturale dell'ovocita con il lieto fine, registrato agli Spedali Civili di Brescia. Per arrivare a questo risultato, occorre che il tessuto venga reimpiantato nello stesso sito da cui era stato prelevato. «La ripresa dell'attività si ottiene nel 90-100 per cento dei casi - prosegue Fabbri -. A oggi la quota di bambini nati a seguito del reimpianto di tessuto ovarico si attesta tra il 35 e il 40 per cento dei reimpianti». Quello che rimane da definire, secondo l'Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom), è la durata della ripresa della funzionalità ovarica: per adesso stimata (in media) in cinque anni. Occorre poi considerare la necessità di effettuare dei test prima del reimpianto, per non correre il rischio di immettere nel corpo della donna anche cellule cancerose, che in origine possono aver colpito una o entrambe le gonadi. 


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I VANTAGGI DEL TESSUTO OVARICO 

La crioconservazione del tessuto ovarico porta con sè tre vantaggi, rispetto al congelamento degli ovociti. Il primo, come detto, è legato alla possibilità di rinunciare alla stimolazione ovarica che si effettua per aumentare la produzione di ovociti e ottimizzare così le successive probabilità di successo. Secondo: l'opportunità di preservare la fertilità anche nelle pazienti pediatriche. In uno studio pubblicato nel 2015 sulla rivista Human Reproduction, è stato descritto il caso di una donna affetta da anemia falciforme che, dopo aver fatto ricorso a questa tecnica da bambina, quando non aveva ancora avuto la prima mestruazione, si è curata ed è  poi rimasta incinta e ha avuto un figlio. Ancora più affascinante è un altro caso, descritto sulle colonne dell'European Journal of Cancer. La paziente, colpita da un sarcoma di Ewing a nove anni e costretta a sottoporsi a cure che hanno impedito l'arrivo della pubertà, ha visto le sue ovaie tornare a funzionare dopo il reimpianto del tessuto prelevatole prima dell'inizio della chemioterapia. Il terzo vantaggio è invece slegato dalla riproduzione. Il reimpianto del tessuto in una sede molto vascolarizzata - come il sottocute dell'addome - permette comunque il ripristino della funzione ormonale ovarica. «Questo equivale a una terapia ormonale in grado di invertire la condizione di menopausa, che in una persona giovane reca comunque disturbi: a prescindere dalla volontà di avere un figlio», aggiunge la specialista. Si tratta di un aspetto non meno importante per la vita di una donna, dal momento che, con la fine dell'età fertile, aumenta il rischio di malattie cardiovascolariosteoporosi e possono insorgere disturbi dell'umore, insonnia e vampate.

LE STRUTTURE A CUI RIVOLGERSI

La crioconservazione del tessuto ovarico può essere un'opportunità anche per le donne affette da malattie autoimmuni o ematologiche benigne che, per questa ragione, devono sottoporsi a un trapianto di midollo: la chemio o la radioterapia total body che devono precederlo compromettono allo stesso modo la funzionalità ovarica. Non tutti i centri che si occupano di preservazione della fertilità possono però garantire l'opportunità. Serve infatti una banca ad hoc, oltre a un personale che abbia esperienza con la metodica. In Italia, secondo le ultime statistiche in possesso del Registro Procreazione Medicalmente Assistita dell'Istituto Superiore di Sanità, i pazienti che si sono sottoposti al prelievo del tessuto ovarico prima di iniziare le terapie sono 1.322 e le casistiche più robuste appartengono a quattro strutture: oltre al Sant'Orsola (750 prelievi dal 2002), il Sant'Anna di Torino (208, qui nel 2012 è nata una bimba a seguito del reimpianto del tessuto ovarico, ma da mamma talassemica), la clinica privata Candela di Palermo (96) e l'azienda ospedaliero-universitaria di Sassari (55). Negli ultimi anni l'attività di prelievo e crioconservazione del tessuto ovarico è cresciuta però lungo l'intera Penisola. A seguire - per volume di attività, senza andare al di sotto delle dieci procedure - fanno infatti parte della lista il San Raffaele di Milano (47), il Policlinico di Bari (44), gli Istituti Clinici Zucchi di Monza (33), il Centro di chirurgia ambulatoriale e infertilità di Firenze (26), i policlinici universitari Careggi di Firenze e San Martino di Genova (15), quello di Modena (14) e l'ospedale San Giuseppe Moscati di Avellino (12).


Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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