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Oncologia

Mamme dopo il cancro: primo nato da trapianto di tessuto ovarico

Sofia (nome di fantasia), 35 anni, è la prima donna italiana che, dopo aver avuto un cancro, è riuscita ad avere avuto un figlio grazie al reimpianto del tessuto ovarico congelato sei anni fa. La procedura è una delle opportunità che le pazienti oncologiche hanno per preservare la loro fertilità, al fine di affrontare una gravidanza dopo aver smaltito la tossicità delle cure oncologiche. Secondo gli ultimi dati diffusi attraverso un lavoro pubblicato sul New England Journal of Medicine, sono oltre 130 i bambini nati in tutto il mondo ricorrendo a questa procedura. Luca (anche questo nome è di fantasia) vanta il primato italiano. 

CRIOCONSERVAZIONE DI TESSUTO OVARICO

Ci sono varie tecniche per preservare la fertilità femminile in vista di terapie che la possono danneggiare irreparabilmente. Alla crioconservazione del tessuto ovarico si ricorre nei casi in cui non sia possibile effettuare la stimolazione ovarica - perché occorre iniziare subito le terapie o perché il tumore è sensibile agli estrogeni: come può accadere per quelli al seno, all'ovaio e all'utero - necessaria per procedere al prelievo degli ovociti. Quello di tessuto ovarico, cui segue il congelamento, non richiede infatti una stimolazione e può essere effettuato in qualsiasi momento del ciclo mestruale (oltre che in assenza di un partner). Una paziente giovane, una volta ricevute la diagnosi di cancro e il relativo piano terapeutico, ha la possibilità di accedere ai trattamenti di preservazione della fertilità prima di iniziare le cure oncologiche, che in molti casi compromettono la possibilità futura di avere figli. Se si esclude l'ipotesi della stimolazione, l'alternativa è data dal prelievo del tessuto ovarico. La procedura, che avviene nel corso di un intervento in laparoscopia, dura poco più di un'ora. Un tempo necessario, mentre la paziente è in anestesia generale, per asportare anche un intero ovaio, poi da congelare: come accade in Belgio e in Olanda. In Italia, invece, «eseguiamo un'ampia biopsia su un unico ovaio, senza però asportarlo interamente - spiega Raffaella Fabbri, responsabile del laboratorio di crioconservazione di tessuto ovarico e colture cellulari del Policlinico di Sant’Orsola di Bologna -. Si lavora sulla porzione corticale che contiene i follicoli primordiali, quelli più resistenti al congelamento. Dopodiché si realizzano delle fettine, lunghe due centrimetri e larghe massimo tre millimetri, che vengono poi congelate singolarmente». Le provette vengono inserite in un congelatore programmabile contenente azoto liquido, all'interno del quale la temperatura arriva a 196 gradi sotto zero.

TUMORE AL SENO: GRAVIDANZA E ALLATTAMENTO SONO POSSIBILI
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