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Neuroscienze

Paracetamolo in gravidanza: nessun legame con autismo e ADHD

Una vasta meta-analisi smentisce definitivamente le preoccupazioni emerse negli ultimi anni. Il farmaco resta sicuro per gestire dolore e febbre

Il paracetamolo in gravidanza non aumenta il rischio che il bambino sviluppi autismo, ADHD o disabilità intellettiva. A confermarlo è una vasta revisione della letteratura scientifica pubblicata su The Lancet Obstetrics & Gynaecology, che ha analizzato 43 studi condotti su milioni di nascite. I risultati smentiscono definitivamente gli allarmi emersi negli ultimi tempi e ribadiscono che il paracetamolo resta il farmaco di prima scelta per gestire dolore e febbre durante la gravidanza.

La forza di questo studio, guidato dagli italiani Francesco D’Antonio e Maria Elena Flacco, sta nel metodo utilizzato: privilegiare i confronti tra fratelli, un approccio che permette di isolare l'effetto del farmaco dai fattori genetici e ambientali condivisi all'interno della stessa famiglia.

PARACETAMOLO IN GRAVIDANZA

Il paracetamolo è il farmaco più utilizzato al mondo per gestire dolore e febbre ed è l'unico raccomandato durante la gravidanza. A differenza di altri antidolorifici, come i farmaci antinfiammatori non steroidei, non è associato a rischi noti per lo sviluppo fetale quando usato alle dosi terapeutiche. Viene prescritto di routine alle donne in gravidanza per trattare mal di testa, dolori muscoloscheletrici o febbre. Negli ultimi anni, tuttavia, alcuni studi osservazionali poco approfonditi hanno suggerito una possibile associazione tra l'uso di paracetamolo in gravidanza e un aumento del rischio di disturbi del neurosviluppo nei bambini, in particolare autismo e ADHD.

IL RUOLO DELLA POLITICA

Questi risultati hanno generato preoccupazione spingendo alcune realtà a pubblicare dichiarazioni di cautela e innescando dibattiti che hanno raggiunto anche la sfera politica. Nel settembre 2025, dichiarazioni pubbliche di alcune figure politiche -come il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il segretario alla salute Robert F. Kennedy Jr.- hanno alimentato ulteriormente la confusione -come raccontato in questo nostro approfondimento- suggerendo di evitare il paracetamolo in gravidanza sulla base di prove considerate insufficienti dalla comunità scientifica.

L'ANALISI CHE FA CHIAREZZA

Per fare ulteriore chiarezza -tutte le principali società scientifiche e l'OMS non hanno messo mai in dubbio la sicurezza del paracetamolo in gravidanza- i ricercatori hanno condotto una revisione sistematica della letteratura scientifica, identificando 43 studi che avevano valutato l'associazione tra uso di paracetamolo in gravidanza e disturbi del neurosviluppo. La caratteristica distintiva è stata la priorità data agli studi di confronto tra fratelli, un metodo particolarmente robusto dal punto di vista metodologico.

In questo tipo di studi si confrontano bambini nati dalla stessa madre ma esposti a livelli diversi di paracetamolo durante le rispettive gravidanze. Poiché i fratelli condividono in gran parte il patrimonio genetico e crescono nello stesso ambiente familiare, questo approccio permette di isolare meglio l'effetto specifico del farmaco da altri fattori confondenti, come la predisposizione genetica ai disturbi del neurosviluppo o le condizioni socioeconomiche e ambientali della famiglia.

I RISULTATI: IL PARACETAMOLO È SICURO

I dati derivanti dai confronti tra fratelli mostrano chiaramente l'assenza di associazione tra uso di paracetamolo in gravidanza e disturbi del neurosviluppo. L'analisi statistica non ha rilevato alcun aumento del rischio di autismo, ADHD o disabilità intellettiva nei bambini le cui madri avevano assunto il farmaco durante la gravidanza rispetto a quelli non esposti.

L'assenza di associazione è rimasta costante anche quando i ricercatori hanno ristretto l'analisi agli studi metodologicamente più solidi e a quelli con un periodo di osservazione superiore ai cinque anni. Come dichiarato dagli autori dello studio, «le prove attuali non indicano un aumento clinicamente importante della probabilità di disturbo dello spettro autistico, ADHD o disabilità intellettiva nei figli di persone in gravidanza che usano il paracetamolo come prescritto».

DA DOVE NASCEVA L'EQUIVOCO?

La discrepanza tra questi risultati e quelli di alcuni studi precedenti si spiega con limiti metodologici. Molte ricerche non riuscivano a distinguere l'effetto del paracetamolo dalla condizione che ne motivava l'uso, come febbre o infezioni materne, che di per sé possono influenzare lo sviluppo neurologico fetale. Non era il farmaco a causare il problema, ma la malattia sottostante.

Un altro fattore è la predisposizione genetica familiare. Le famiglie con disturbi del neurosviluppo possono avere maggiore probabilità di utilizzare farmaci durante la gravidanza, creando un'associazione apparente tra paracetamolo e rischio di autismo o ADHD. I confronti tra fratelli permettono di controllare questo tipo di confondimento.

Inoltre, molti studi si basavano su dati riferiti dalle madri: le donne con figli con disturbi tendono a ricordare con maggiore accuratezza l'uso di farmaci durante la gravidanza, creando un'associazione artificiosa.

I DANNI DEL MANCATO TRATTAMENTO

Quanto ottenuto nella nuova analisi spazza via qualsiasi ulteriore dubbio contribuendo a rassicurare tutte le donne circa l'utilità del paracetamolo in gravidanza. I dubbi gettati più o meno volontariamente nascondono una grande pericolosità, ovvero quella dei danni del mancato utilizzo del paracetamolo quando è necessario. Evitare il paracetamolo sulla base di prove inconcludenti o distorte potrebbe infatti aumentare il rischio di febbre materna non trattata o dolore cronico, entrambi fattori che possono danneggiare gli esiti della gravidanza. La febbre alta in gravidanza, in particolare, è stata associata a complicanze come difetti del tubo neurale e altre anomalie congenite.

Come sottolineato in un editoriale di accompagnamento allo studio, «tutti gli individui che si occupano di salute pubblica hanno la responsabilità etica di evitare di sopravvalutare deboli segnali osservazionali che potrebbero guidare cambiamenti comportamentali dannosi". Comunicare in modo allarmistico risultati scientifici incerti può portare a comportamenti che, paradossalmente, aumentano i rischi per madre e bambino.

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