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Pediatria

Tumori pediatrici: diagnosi in calo e tardive durante la pandemia

pubblicato il 04-12-2020

La paura del contagio ha allontanato le famiglie dagli ospedali. Il ritardo diagnostico riduce la sopravvivenza nei tumori che colpiscono i più piccoli

Tumori pediatrici: diagnosi in calo e tardive durante la pandemia

Con ogni probabilità, al termine del 2020, le nuove diagnosi di tumori nei bambini saranno meno di quelle conteggiate negli scorsi anni. L’ipotesi, ancora da verificare su scala nazionale, trova per il momento riscontro nell’esperienza dei centri di cura più grandi. Molti di questi, nell’anno della pandemia, hanno registrato un calo negli accessi. È possibile che, contestualmente all’arrivo di Covid-19 in Italia, sia diminuito il numero di bambini ammalatisi di cancro? Le due vicende non hanno punti di contatto per immaginare che l’arrivo della nuova malattia abbia determinato una riduzione dei casi effettivi di tumore nella popolazione dei bambini e degli adolescenti. Per questo è più ragionevole pensare che Covid-19 abbia soltanto ritardato le diagnosi tra i più piccoli. Un dato che ricalcherebbe - seppur non con gli stessi numeri - quanto osservato negli adulti con il rinvio di esami diagnostici. E che non fa stare tranquilli gli esperti, considerando che il ritardo con cui si scoprono queste malattie può avere come conseguenze il peggioramento della malattia e un impatto sulle probabilità di guarigione.

TUMORI PEDIATRICI: MENO DIAGNOSI DURANTE IL LOCKDOWN

Le esperienze che emergono dagli «hub» per la cura delle malattie oncologiche pediatriche descrivono situazioni di fatto sovrapponibili. All’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, punto di riferimento per il trattamento dei tumori solidi dei più piccoli, tra marzo e maggio è entrata la metà dei nuovi pazienti (16) registrati nel 2019 (36), nel 2018 (35), e nel 2017 (34). Un dato che difficilmente è frutto del caso, a maggior ragione se si osserva quanto accaduto tra il 4 maggio e il 28 giugno: con 37 accessi, più del doppio di quelli registrati nei due mesi precedenti. Come ricordano gli stessi camici bianchi in una lettera pubblicata sulla rivista Pediatric Blood & Cancer, «non sappiamo se i pazienti si siano rivolti ad altri centri». Impossibile escluderlo, anche se è difficile immaginare che un calo così drastico delle attività in una struttura che richiama pazienti da tutta Italia sia dovuto alla scelta delle famiglie di cercare risposte altrove. Anche perché un riscontro analogo giunge dall’ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma. Tra marzo e aprile, come riportato in un articolo apparso sulle colonne di Neuro-Oncology, i sanitari hanno visto aumentare di quattro volte delle diagnosi tardive dei tumori cerebrali.


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IN AUMENTO ANCHE LE DIAGNOSI TARDIVE

Dai dati preliminari in possesso dell’Associazione Italiana di Ematologia e Oncologia Pediatrica (Aieop), le diagnosi dei tumori cerebrali sono quelle che sembrano essere calate in maniera più significativa durante la scorsa primavera. Ma in linea generale il problema sembra aver riguardato tutti i tumori solidi diagnosticati nei centri della rete Aieop (clicca qui per consultare l’elenco) diffusi sul territorio nazionale. La loro maggiore presenza nelle Regioni del Centro e del Nord del Paese potrebbe aver influito, considerando la diffusione dei contagi in Italia nel corso della prima ondata. Soltanto un’ipotesi, però verosimile, considerando che un ampio divario nel numero delle diagnosi (rispetto al 2019) ha riguardato anche le leucemie. In totale, dunque, ci sono state meno diagnosi. E, tra quelle effettuate, diverse sono avvenute con una malattia già in fase avanzata. «Il ritardo diagnostico c’è stato nella prima ondata e temo che possa registrarsi anche in conseguenza all’aumento dei casi di Covid-19 registrato durante l’autunno», afferma Franca Fagioli, direttore della struttura complessa di oncoematologia pediatrica dell’ospedale Regina Margherita di Torino e membro del comitato scientifico di Fondazione Umberto Veronesi.

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A CUI PRESTARE ATTENZIONE

IN OSPEDALE IN SICUREZZA

Più che le restrizioni sugli spostamenti, a pesare è stata con ogni probabilità la paura del contagio in ambiente ospedaliero. Un’emergenza tangibile nel corso della primavera, ma che si è andata attenuando con la conoscenza del problema Covid-19 e la maggiore disponibilità dei dispositivi di protezione. «In generale, ma a maggior ragione in questa situazione in cui c’è una quota di lavoro da recuperare, occorre ricordare gli ospedali sono sicuri e che una malattia oncologica per i bambini è più grave rispetto al rischio di entrare a contatto con il coronavirus - dichiara Marco Zecca, responsabile del reparto di oncoematologia pediatrica del policlinico San Matteo di Pavia e presidente dell’Aieop -. I nostri spazi sono stati riorganizzati per proteggere i bambini e continuare a curarli in maniera tempestiva». Così, poco alla volta, si è deciso ovunque di ridurre il numero di accompagnatori (un solo genitore), di interrompere le attività scolastiche (passando alla didattica a distanza), di annullare le visite e di convertire molte delle attività collaterali in iniziative online.


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COVID-19: L'IMPATTO SULLE CURE PALLIATIVE

Un prezzo alto è stato pagato anche da quei bambini affetti da una malattia oncologica non curabile. In questi casi, dove vi è l'opportunità, si fa ricorso anche alle cure palliative. In questo senso, l’istituzione di una rete è prevista per legge dal 2010: con assistenza in ospedale, a domicilio o in un hospice pediatrico. Ma a tutt’oggi l’applicazione della norma è in larga parte disattesa. A farne ricorso, nel 15 per cento dei casi, sono anche i bambini alle prese con un tumore. «Covid-19 ha reso più difficile la risposta ai bisogni di questi bambini e delle loro famiglie - spiega Lucia De Zen, pediatra palliativista all’ospedale Burlo Garofolo di Trieste e responsabile del centro di riferimento regionale terapie del dolore e cure palliative pediatriche del Friuli Venezia Giulia -. Le maggiori difficoltà sono state registrate da chi, con una malattia avanzata o terminale, aveva espresso la volontà di vivere quel periodo a casa. La fragilità della telemedicina, all'inizio, non ci ha aiutato. È vero però anche che l'emergenza ha accelerato una serie di iniziative che avrebbero richiesto tempi più lunghi. La presenza di reti strutturate per le cure palliative pediatriche ci ha permesso di assistere i bambini nella fase del fine vita anche in piena pandemia. Mi auguro che quanto fatto in alcune Regioni sia di sprono affinché in tutta Italia sia recepito il mandato della legge 38».

 

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Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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