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Oncologia
Fabio Di Todaro

I tumori pediatrici si curano anche con lo sport

pubblicato il 25-11-2020

Con allenamenti su misura, le performance degli ex pazienti possono rimanere intatte. Prossimo passo: misurare l'impatto sull'esito delle cure

I tumori pediatrici si curano anche con lo sport

Il primo passo riguarda la diagnosi: prima la si ottiene, maggiori sono le chance di superare la malattia. Ma oggi, quando si ha di fronte un paziente ammalato di cancro, molte risorse vengono destinate anche alla qualità della vita durante le terapie. Un’evoluzione consolidatasi negli anni, considerando la crescita progressiva dei tassi di sopravvivenza. E che riguarda anche il mondo dell’oncologia pediatrica: un modello a cui mirare visti i successi ottenuti grazie alla ricerca scientifica. Così, partendo dai risultati (poco confortanti) emersi da uno studio condotto su un gruppo di bambini al termine delle cure per una leucemia linfoblastica acuta, un gruppo di ricercatori della Fondazione Monza e Brianza per il Bambino e la sua Mamma (MBBM) del Centro Maria Letizia Verga ha misurato i benefici dell’attività fisica nei giovani alle prese con la diagnosi di una leucemia e di un linfoma.


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LE PERFORMANCE DEI RAGAZZI NON RISENTONO DELLA MALATTIA

Per giungere a questa conclusione, i ricercatori hanno valutato l’effetto di un programma di allenamento costruito sulla base delle esigenze (e dei limiti) dei ragazzi in cura all'ospedale San Gerardo di Monza. Oltre 200 (3-18 anni) quelli coinvolti nella sperimentazione, la più ampia di questo tipo finora realizzata in Europa. I ricercatori li hanno sottoposti a tre allenamenti alla settimana, per quasi tre mesi. Obbiettivo: valutare la tolleranza all'esercizio fisico. Ogni seduta aveva un triplice scopo: misurare la fitness cardiorespiratoria, aumentare la forza, migliorare l’equilibrio e il controllo della postura. Al termine dell’intervento, i risultati sono stati evidenti. Tra i ragazzi che avevano seguito in maniera più assidua il programma di allenamento (almeno due volte alla settimana), le performance sono migliorate in maniera significativa. «Con un training di questo tipo, continuando ad allenarsi anche una volta superata la fase acuta della malattia, questi ragazzi possono raggiungere prestazioni di alto livello nonostante l’esperienza vissuta», afferma Francesca Lanfranconi, medico dello sport e ricercatrice in fisiologia dell’uomo: suo il primo nome nello studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports.

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UN ALLENAMENTO CUCITO SU MISURA DEI RAGAZZI

Nel lavoro, i ricercatori hanno curato nel dettaglio la stesura del programma di allenamenti. Sono stati così redatti due protocolli: uno riservato ai pazienti più fragili (nelle fasi di cure intensive per una leucemia acuta o reduci da un trapianto di cellule staminali emopoietiche da meno di nove mesi) e l’altro per i ragazzi che stavano affrontando una fase di terapia di mantenimento (a seguito di una recidiva o di un trapianto avvenuto almeno un anno prima). Indipendentemente dalle condizioni di partenza, la «sport-therapy» ha dato i suoi benefici. Oltre alle performance fisiche, i progressi sono stati misurati anche sotto forma di miglioramento dell’autostima, maggiore socializzazione, ridotta rabbia e aumentata inclusione sociale. Senza trascurare i benefici che possono derivarne nella gestione degli effetti collaterali delle cure. Tutti aspetti che - gli esperti ne sono convinti - possono concorrere al buon esito delle terapie. E che fanno passare nel dimenticatoio le restrizioni poste in passato a questi pazienti, anche una volta superata la malattia.


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L'ESERCIZIO COME PARTE DEL PERCORSO DI CURA 

Al Centro Maria Letizia Verga, all’interno dell'ospedale San Gerardo di Monza, è attivo l'unico progetto italiano di questo tipo. Iniziative analoghe partiranno però a breve sia all'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano sia agli Spedali Civili di Brescia. «L’attività fisica, in questi casi, non può mai essere improvvisata - aggiunge Lanfranconi -. Nel nostro caso, gli allenamenti sono stati effettuati quasi sempre in ospedale: in palestra o nel giardino esterno. Essendo un centro che cura pazienti provenienti anche da altre Regioni, abbiamo però fatto un’eccezione per chi non poteva essere con noi al di là dei periodi di ricovero». Ogni programma di allenamento è concepito di concerto tra l’oncologo e il medico dello sport al momento della definizione del piano terapeutico. Ovvero: subito dopo la diagnosi e poco prima dell’inizio delle cure. Di conseguenza, la «sport-therapy» finisce per fare parte di queste ultime. Ecco perché, come scritto a più riprese con riferimento agli adulti, «va fatta con una prescrizione che consideri le condizioni del singolo paziente», aggiunge la specialista.

DA VALUTARE L'IMPATTO SULLA SOPRAVVIVENZA

Motivo per cui, pur potendo contare sulla visibilità che il progetto sta acquisendo su Instagram (attraverso la pagina Centro MLV - Sport Therapy), Lanfranconi si raccomanda con tutti i bambini e gli adolescenti alle prese con un tumore nel resto d'Italia: «Capisco il desiderio di tornare alla normalità, ma in questa fase l'attività fisica deve essere supervisionata da un'equipe di esperti». Un tasto in molti casi dolente. Il network di professionisti - composto da medici dello sport, istruttori (laureati in scienze motorie) e osteopati: oltre che da oncologi pediatriinfermierieducatoripsicologi e insegnanti - presente al San Gerardo non esiste in nessun altro reparto di oncoematologia pediatrica italiano. «Speriamo che questi risultati favoriscano la diffusione di un modello simile in altre strutture», prosegue Lanfranconi. La Fondazione MBBM fa parte di un network europeo di 12 centri (di cui fa parte anche l'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano) che punta a irrobustire la raccolta di dati per valutare l'efficacia della «sport therapy» in oncologia pediatrica. Due gli obbiettivi: verificare i risultati nei pazienti colpiti da un tumore solido e (soprattutto) l'efficacia dello sport sulla sopravvivenza (al di là delle cure farmacologiche). 

 

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Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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