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Oncologia

Le indicazioni per fare sport dopo aver avuto un tumore

pubblicato il 07-11-2019

A chi ha superato un cancro, gli esperti raccomandano di «muoversi» 90' alla settimana. I consigli devono essere personalizzati, ma camminare fa bene praticamente a tutti

Le indicazioni per fare sport dopo aver avuto un tumore

Da tempo si sa che l'attività fisica può ridurre il rischio di insorgenza di alcuni tipi di tumore. Ma negli ultimi anni, complice l'aumento delle persone che vivono avendo messo alle spalle una diagnosi di cancro, la comunità scientifica sta guardando con interesse anche agli altri effetti che lo sport può avere sul corpo (e sulla mente) dopo la malattia. E i risultati, seppur non ancora definitivi, possono essere definiti incoraggianti. Se la sua utilità in chiave preventiva non è più in discussione, la terapia sportiva sta assumendo un ruolo sempre più importante anche nella riabilitazione oncologica.

I benefici dello sport nei malati di cancro avanzato 


SPORT DOPO IL CANCRO: ALMENO 90' A SETTIMANA 

L'attività è infatti considerata utile per diversi scopi: dall'attenuazione degli effetti collaterali delle terapie alla gestione della paura che quasi sempre accompagna una persona che ha vissuto o che è ancora alle prese con un cancro. Ma quanto sport si deve (e si può) fare in questi casi? A questa domanda ha fornito una risposta un gruppo di ricercatori che, sulle colonne della rivista Medicine & Science in Sports & Exercise, ha aggiornato le linee guida riguardanti l'attività fisica nei pazienti oncologici. Nel documento si invitano queste persone a effettuare «un allenamento aerobico e di resistenza della durata di 30 minuti, tre volte a settimana». Tradotto: un'ora e mezza di training complessivo, tenendo presente naturalmente le condizioni di partenza della singola persona. In questo modo, stando alle evidenze disponibili, si riduce il rischio di ricaduta (le principali evidenze riguardano il tumore al seno, al colon-retto e alla prostata) e si contribuisce a gestire gli effetti collaterali alla malattia.  

TERZA ETA': FINO A QUANTI ANNI
SI PUO' FARE SPORT?

GLI EFFETTI NON SONO UGUALI PER TUTTI

Il messaggio è in linea con quello che da anni si dice alle nostre latitudini. Salvo controindicazioni, i pazienti oncologici andrebbero sempre invitati a dedicare tempo allo sport. Questione di prevenzione (terziaria) e di tutela della qualità della vita. La novità dell'ultimo documento - il precedente risaliva al 2010 - sta nella riduzione del tempo. Se fino a un decennio addietro si suggeriva di fare sport 150' alla settimana, riprendendo le indicazioni rivolte alla popolazione sana, questa volta gli esperti hanno preferito essere più cauti. Il consiglio, d'altra parte, è generale. E deve dunque tenere conto di persone in condizioni fisiche talvolta molto diverse (gli esiti di una malattia oncologica non sono uguali per tutti). Da qui l'invito alla prudenza, «dal momento che non siamo in grado di prevedere quali conseguenze possa avere l'attività fisica sul singolo paziente», per dirla con Kristin Campbell, direttore del laboratorio di fisiologia dello sport della British Columbia University. E poi in questo modo, secondo gli estensori del documento, «si può essere anche più sicuri che il consiglio venga ascoltato dai pazienti». 


Una vita per la corsa: dopo la malattia ancor di più. La storia di Chiara


CAMMINARE E PEDALARE

Il tema è di estrema attualità anche in Italia, alla luce del costante incremento delle persone che vivono dopo una diagnosi oncologica: quasi 3.5 milioni, di cui uno composto da «lungosopravviventi» (coloro che hanno messo alle spalle la malattia da più di cinque anni). «Oggi sempre più e donne e uomini ci chiedono se possono recuperare le vecchie abitudini o iniziare un'attività sportiva dopo la malattia - afferma Livio Blasi, direttore dell'unità operativa complessa di oncologia medica dell'ospedale Civico di Palermo -. La risposta, per quelli che sono i tumori più diffusi, è quasi sempre affermativa». Con alcuni distinguo, però. Sono sempre da escludere infatti gli sport estremi e usuranti: come il body building, la corsa veloce, l'arrampicata, lo sci e il nuoto di fondo. Indicazioni specifiche devono riguardare anche quei pazienti che vedono a rischio la salute delle ossa (soprattutto per la presenza di metastasi), chi ha subìto un intervento di chirurgia addominale «open» (per la perdita di elasticità dei tessuti) o toracica (per la ridotta funzionalità respiratoria). La storia della malattia, oltre allo stato attuale, l'eventuale compresenza di altre condizioni patologiche e le preferenze di ogni persona dovrebbero essere comunque considerate prima di definire una «tabella di marcia» sportiva.

«PINK AMBASSADOR»: IN CORSO LA SELEZIONE DI FONDAZIONE UMBERTO VERONESI

«Camminare è spesso la scelta preferita dalla maggior parte dei pazienti, anche se la cyclette potrebbe essere più appropriata per gli anziani e per chi ha difficoltà di deambulazione», si legge nelle linee guida rivolte ai lungoviventi redatte dall'Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom). «L'ideale è muoversi per almeno venti minuti, tutti i giorni», aggiunge Blasi, che presiede il Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri (Cipomo). La centralità dell'attività fisica nella vita delle persone che hanno affrontato una malattia oncologica è protagonista del progetto Pink is Good. Dal 2014, infatti, di Fondazione Umberto Veronesi, fa allenare donne ammalatesi di tumore al seno, all'utero o all'ovaio per portarle a partecipare a una corsa competitiva. L'attività è guidata da team composti da medici, nutrizionisti, psicologi e personal trainer: a dimostrazione di quanto la pratica sportiva sia importante, ma debba essere controllata. In questo modo le Pink Ambassador - nella foto il gruppo di Verona - assolvono un duplice compito: quello di difesa della propria salute e di promotrici dei corretti stili di vita anche nei confronti di chi non si è mai ammalato. La selezione delle partecipanti all'edizione 2020 del progetto si concluderà l'11 novembre

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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