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Oncologia

I benefici dell'attività fisica sul tumore durante (e dopo) la chemioterapia

pubblicato il 13-03-2018
aggiornato il 04-04-2018

Nuove conferme dai pazienti trattati per tumori al seno e al colon-retto. Benefici registrati fino a quattro anni dopo la fine delle terapie

I benefici dell'attività fisica sul tumore durante (e dopo) la chemioterapia

Si va a caccia sempre della dieta ideale da seguire, anche dopo aver avuto un tumore al seno. Ma c'è un'altra componente che mette d'accordo tutte le donne colpite dalla neoplasia più ricorrente: è l'attività fisica, oggi consigliata anche nel corso della chemioterapia, compatibilmente a quelle che sono le condizioni fisiche della paziente. «Mentre sulle diete i dati sono più approssimativi e comunque in evoluzione, quanto ai benefici della pratica sportiva le conclusioni sono ormai univoche», afferma Michelino De Laurentiis, direttore della divisione di oncologia medica senologica dell'Istituto Nazionale dei Tumori Fondazione Pascale di Napoli. «L'attività fisica praticata a partire dalla fase in cui ci si sottopone alla chemioterapia riduce il rischio di recidiva e di mortalità, con un'efficacia paragonabile a quella legata all'azione dei farmaci».


I benefici dello sport nei malati di cancro in stadio avanzato


 BENEFICI PERDURANTI NEL TEMPO

Dell'esito della pratica sportiva sulle donne operate di tumore al seno s'è tornato a parlare nel corso del congresso organizzato dalla società americana di oncologia clinica (Asco) e dedicato alle problematiche che sono chiamati ad affrontare i sopravvissuti al cancro, appena conclusosi a Orlando. Nell'occasione, un gruppo di ricercatori olandesi ha presentato i dati di una ricerca che ha valutato gli effetti dell'attività fisica su un gruppo di 237 pazienti già operati per rimuovere un tumore al seno o al colon-retto: tutti diagnosticati con una malattia in uno stadio compreso tra l'1 e il 3 (esclusi i tumori già con metastasi a distanza). I risultati sono stati chiari. I pazienti che, parallelamente al trattamento adiuvante, avevano seguito un programma di esercizi della durata di diciotto settimane, quattro anni dopo accusavano minori sintomi legati alle terapie (stanchezza e stress) e continuavano a praticare attività fisica a livello moderato o sostenuto anche a distanza di tempo dalla fine delle terapie (fino a 90 minuti al giorno). Per la prima volta - indipendentemente da caratteristiche quali l'età della paziente, lo stadio della malattia e l'indice di massa corporea - si è così potuto dimostrare come fare attività fisica durante un trattamento chemioterapico, oltre a favorire i benefici nell’immediato, permette di mantenere alti livelli di attività fisica anche negli anni successivi al trattamento. 

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I BENEFICI DELLO SPORT (ANCHE) DURANTE LA CHEMIOTERAPIA 

Quanto osservato, può essere interpreato in due modi. Se il paziente continua a fare sport anche dopo quattro anni, vuol dire che complessivamente gode di uno stato di salute rassicurante. Ma in realtà sono sempre di più i riscontri che lasciano immaginare un beneficio determinato proprio dalla pratica sportiva, a partire dalla fase delle terapie. «In passato ai pazienti veniva spesso raccomandato di riposare durante il trattamento, ma nel tempo l'evidenza scientifica ci ha portato a ribaltare l'approccio - prosegue De Laurentiis -. Lo sport aiuta le donne a gestire gli effetti collaterali come l'affaticamento, il dolore e la nausea e a sopportare di conseguenza meglio i trattamenti. Motivare le pazienti, però, non è facile. Parlare di dieta è più semplice, perché tutti comunque devono mangiare. Mentre in una società in cui gli adulti sono spesso sedentari, è più difficile far capire a una donna che s'ammala quanto sia importante svolgere attività fisica».


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ATTIVITA' FISICA OK, MA COME?

L'intervento applicato allo studio era così costituito: sessanta minuti di allenamento aerobico di intensità moderata o alta condotto due volte alla settimana (con un fisioterapista), più tre sedute domiciliari da trenta minuti l'una. Totale: cinque allenamenti a settimana, fin dalla fase in cui le donne si sottoponevano alla chemioterapia adiuvante. Ma qual è l'attività fisica più indicata per le donne nella fase successiva all'intervento chirurgico di rimozione del tumore al seno? «Con una pratica aerobica si migliora la prognosi della malattia e si riduce il rischio di formazione delle metastasi - sostiene Daniela Lucini, responsabile dell’unità di medicina dell’esercizio e patologie funzionali dell’Istituto Clinico H­­­­umanitas di Rozzano (Milano) -. Questa attività è la più indicata in quanto il movimento aiuta a modulare il sistema ormonale ed immunitario da cui dipende, a sua volta, la modulazione della malattia oncologica». Via libera dunque alla corsa, alle pedalate, al nuoto: almeno due volte a settimana, secondo una frequenza che riprende quella raccomandata anche a scopo preventivo (almeno 150 minuti a settimana). Diverso invece è il consiglio se l'obiettivo è quello di migliorare la mobilità, come nel caso del linfedema causato dalle terapie o dalla malattia stessa. «In questi casi è meglio procedere con un'attività di stretching», chiosa la specialista. In ogni caso è da evitare il fai da te. 

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BENEFICI ANCHE PER IL CUORE?

I ricercatori olandesi puntano adesso a valutare se l'attività fisica dopo la malattia funga da scudo anche per l'apparato cardiovascolare. Un aspetto che sarà indagato nel prosieguo della ricerca, visto l'interesse crescente nei confronti della tossicità della chemioterapia sul cuore. «Visti i benefici che lo sport ha sulla salute cardiovascolare delle persone sane, c'è da pensare che qualcosa di analogo accada anche nei pazienti oncologici - chiosa De Laurentiis -. Questo sarebbe un motivo in più per incentivare i malati di cancro a fare sport anche durante le terapie. Un paziente su tre muore nei sette anni successive alla diagnosi per cause cardiache, che nulla hanno a che vedere con la malattia oncologica. Vuol dire che dobbiamo preoccuparci anche del cuore di queste persone, non soltanto del tumore».

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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