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Ginecologia

Quando il consultorio diventa una casa lontano da casa

Per molte donne straniere il primo approdo non è un ospedale, ma un consultorio. Tra mediazione culturale, prevenzione e sostegno alla maternità, le storie di chi ha trovato una comunità capace di trasformare la fiducia in uno strumento di cura

Quando entro nel consultorio di Largo Volontari del Sangue, a Milano, chiedo di poter parlare con alcune delle donne che lo frequentano. Mi immagino una serie di interviste fatte di domande e risposte. Racconti individuali. Succede invece qualcosa di diverso.

In una stanza si ritrovano donne provenienti da Paesi diversi, una mediatrice culturale, un'ostetrica all'ultimo giorno di lavoro prima della pensione e una psicologa. C'è chi è arrivata in Italia da pochi anni, chi da più di un decennio. Chi è approdata qui per una gravidanza, chi per un controllo ginecologico, chi perché aveva bisogno di qualcuno con cui parlare.

Se alcune frequentano il consultorio da anni, c'è anche chi vi mette piede per la prima volta proprio quel giorno. È il caso di una donna arrivata dall'Ucraina con il marito e i figli poco dopo lo scoppio della guerra, che ha deciso di rivolgersi al consultorio per ricevere informazioni sulla contraccezione.

«Quando sono arrivata in Italia non conoscevo nessuno», racconta. «Anche se ormai parlo abbastanza bene l'italiano, sapere che qui avrei trovato una mediatrice del mio Paese mi ha dato il coraggio di chiedere aiuto. Ho capito che potevo spiegare davvero quello che provavo, senza paura di non riuscire a farmi capire. Mi sono sentita davvero compresa».

È la sua prima volta in consultorio eppure, mentre la conversazione prosegue, ascolta le altre donne, interviene, sorride e condivide la propria esperienza con una naturalezza che fa dimenticare che fino a poche ore prima quel luogo le era completamente estraneo.

Le storie si intrecciano rapidamente. Qualcuna racconta di un parto difficile. Qualcun'altra di una guerra lasciata alle spalle. Un'altra ancora della paura di affrontare una gravidanza in un Paese straniero senza una rete familiare. La sensazione, più che assistere a una serie di testimonianze, è quella di trovarsi seduti al tavolo tra vecchie amiche.

SVITLANA, LA MEDIATRICE CHE CREA COMUNITÀ

Al centro di molte di queste storie c'è Svitlana, mediatrice culturale ucraina che da oltre quindici anni lavora nella rete dei consultori del Fatebenefratelli Sacco.

Quando più di quindici anni fa le hanno proposto di lavorare in consultorio, Svitlana ha inizialmente tentennato. Aveva già svolto il ruolo di mediatrice culturale nelle scuole e nei tribunali, ma nutriva qualche preoccupazione all'idea di operare anche in ambito sanitario. Grazie alle rassicurazioni della cooperativa Crinali, che forma e coordina le mediatrici attive nei diversi consultori del territorio milanese, ha però capito che era la scelta giusta. Molte donne dell'Europa dell'Est, infatti, avevano bisogno non solo di una traduzione linguistica, ma anche di qualcuno che le aiutasse a orientarsi in un sistema sanitario nuovo e, allo stesso tempo, a far comprendere agli operatori il loro modo di vivere la salute, la maternità e la malattia.

Per far conoscere il servizio ha iniziato con volantini, incontri nelle comunità ucraine, visite alle chiese ortodosse, gruppi Facebook. Oggi è lei che molte donne contattano per prima, specialmente grazie al passaparola di amiche già passate dal consultorio.

"MI SONO SENTITA ACCOLTA COME IN FAMIGLIA"

La prima a raccontare la propria storia è una donna originaria del Kazakistan. Arrivata in Italia senza conoscere la lingua, si è trovata ad affrontare la prima gravidanza lontano da casa.

All'ospedale le avevano parlato della possibilità di avere una mediatrice culturale, Svitlana per l’appunto.

«Per me è stato fondamentale avere una persona che capisse non solo la lingua, ma anche la mia cultura».

Da quel primo incontro è iniziato un percorso che l'ha accompagnata attraverso tre gravidanze.

«In Kazakistan gravidanza, parto e post partum sono momenti molto difficili. Non c'è tutto questo supporto. Qui invece mi sono sentita accolta come in una grande famiglia. Tutti si preoccupavano di sapere come stessi per davvero, o come andassero le cose con mio marito».

Ricorda le telefonate, i controlli, le parole di incoraggiamento, i consigli pratici quando si è trovata sola con un neonato da accudire.

«Mi hanno insegnato a cambiare i pannolini, mi hanno aiutata quando non sapevo come fare. Ho anche incontrato Marcella, la psicologa che mi ha sostenuta in un periodo molto difficile».

Sorride quando racconta che ancora oggi condivide le fotografie dei suoi figli con il personale del consultorio.

«Questo luogo ha cambiato in positivo la mia vita».

IMPARARE LA PREVENZIONE

Tra le tante cose che racconta, ce n'è una che colpisce particolarmente.

«Una volta Svitlana mi ha detto: "Abbiamo voglia di vederti, passa da noi"».

Aveva tempo. È passata e ha fatto un Pap test. Da quel controllo è emersa un'anomalia che richiedeva ulteriori approfondimenti.

«Sono stati loro a ricordarmi che era arrivato il momento di fare i controlli. In Kazakistan nessuno ti cerca o ti ricorda queste cose. Devi fare tutto da sola».

La prevenzione, qui, entra nelle storie quotidiane.

Anche una donna armena, arrivata per una gravidanza, è poi tornata e proprio grazie al consultorio ha iniziato a sottoporsi regolarmente a Pap test e mammografie.

«Nel mio Paese si va dal medico quando si sta male. Qui ho imparato che bisogna arrivare prima».

Oggi è lei a ricordare ai familiari rimasti in Armenia di controllare la pressione, fare visite e non rimandare gli accertamenti.

«La salute persa non può essere restituita. Bisogna prevenire, e questo è il luogo ideale per farlo». Ma la prevenzione non coincide soltanto con gli screening. Nei consultori passa anche attraverso piccoli gesti quotidiani: parlare di alimentazione, attività fisica, benessere psicologico e corretti stili di vita, aiutando le donne a costruire un rapporto più consapevole con la propria salute.

Non è un cambiamento scontato. In molte comunità i problemi di salute e la malattia, specialmente quella oncologica, sono stati a lungo un argomento difficile da affrontare. Svitlana ricorda che in Ucraina per anni si evitava perfino di pronunciare la parola "tumore". Oggi le cose stanno cambiando: si parla di più di prevenzione, screening e diagnosi precoce, ma il lavoro di informazione resta fondamentale.

LA FORZA DELLE RELAZIONI

«Qui ti spiegano tutto, ti tranquillizzano, ti curano davvero, mettendoci il cuore. Non ho mai trovato una cura simile altrove», prosegue il racconto la signora armena.

«Nel mio Paese la gravidanza viene vissuta in modo molto diverso. Le donne non possono mostrarsi in difficoltà. Non hai scelta, la gravidanza è qualcosa che si sopporta».

In Italia si è trovata ad affrontare quel periodo lontana dalla famiglia, sola con il marito e con una comunità armena molto piccola attorno a sé. È stato allora che il consultorio è diventato un punto di riferimento, non solo per le visite e i controlli, ma anche per le relazioni costruite al suo interno.

«Ho conosciuto tante persone che sono diventate amiche. Il passaparola esiste solo quando ti trovi davvero bene perché solo in quel caso ti senti davvero di consigliarlo. Si prendono cura di te da ogni punto di vista: di come stai fisicamente e mentalmente, di come sta la tua famiglia. Ti senti rassicurata, accompagnata. E quando trovi un posto così, continui a tornarci».

QUANDO LA MEDIATRICE DIVENTA UN PUNTO DI RIFERIMENTO

Molte delle donne presenti quel giorno si sono conosciute proprio grazie al consultorio.

Alcune arrivano da quartieri lontani. Altre addirittura da province diverse. Non sempre scelgono il servizio più vicino a casa infatti, ma scelgono le persone.

«Le donne si legano a chi si prende cura di loro», spiega Svitlana. «La lingua madre resta importante, soprattutto quando si affrontano questioni delicate».

Un Pap test positivo. Una gravidanza difficile. Una diagnosi inattesa.

In quei momenti avere accanto qualcuno che comprende le sfumature linguistiche e culturali può fare la differenza.

«La mediazione non è traduzione», spiega l'ostetrica Cristina Dieci. «È fiducia». Per questo molte donne continuano a chiedere la presenza di Svitlana anche quando parlano bene l'italiano. Non si tratta solo di comprendere le parole, ma di cogliere sfumature culturali, paure e riferimenti che spesso rischiano di andare persi.

«Una donna che si sente compresa torna», osserva Cristina. «Altrimenti rischiamo di perderla».

Cristina e Svitlana ricordano ancora la prima persona seguita insieme. Era una donna senza fissa dimora che si è presentata in consultorio con tutti i suoi bagagli.

«Aveva bisogno di cure, ma soprattutto di essere accolta e non giudicata», ricorda Cristina.

Anni dopo sono ancora in contatto, racconta Svitlana. «Mi dice che ogni giorno prega per Cristina perché non ha mai incontrato nessuno che l'abbia trattata con tanto affetto».

UNA CASA LONTANO DA CASA

Cristina ha lavorato nel consultorio dal 2004 fino all'inizio del 2026. Prima era ostetrica in sala parto.

«Il parto regala emozioni fortissime», racconta. «Eppure non ho mai rimpianto la scelta di passare al territorio. Qui ho potuto vedere le donne diventare madri, poi tornare con i figli, poi con una seconda gravidanza. Ho visto crescere intere famiglie».

Molte delle donne sedute nella stanza quel giorno annuiscono. La donna armena racconta di essere arrivata per una gravidanza complicata, poi è rimasta.

«Quando vengo qui è come se venissi a casa mia». Non parla soltanto di visite mediche. Parla delle chiacchierate nei corridoi, dei gruppi mamma-bambino, delle amicizie nate durante i corsi, della possibilità di entrare anche solo per salutare.

«A volte non hai bisogno di una soluzione», dice. «Hai solo bisogno di qualcuno che ti ascolti per cinque minuti».

NON SOLO SANITÀ

Per Marcella Bellagente, psicologa del consultorio, è proprio questo il significato più profondo del lavoro consultoriale.

«Ogni persona porta con sé una storia».

Che sia una donna ucraina fuggita dalla guerra, una madre kazaka, una ragazza italiana o uno studente fuori sede cambia poco.

«Anche uno studente che lascia la propria città è un migrante a suo modo».

Il consultorio prova a creare uno spazio in cui parlare non solo di salute fisica, ma anche di solitudine, relazioni, maternità, paure e difficoltà quotidiane. Per questo molte donne continuano a tornare anche quando non hanno più bisogno di una visita.

Forse è proprio questo il segreto che spiega perché il passaparola continui a funzionare. Perché, quando la famiglia è lontana migliaia di chilometri, trovare un luogo in cui sentirsi accolti può fare bene quasi quanto una cura.

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