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Le chemioterapie inutili del fine vita

All'accanimento terapeutico, meglio prediligere la somministrazione di cure palliative. Nelle ultime fasi della vita, non sempre la risposta del tumore è il primo parametro che un oncologo deve considerare

Le chemioterapie inutili del fine vita

Quante chemioterapie inutili e costose vengono fatte negli ultimi giorni di vita? Terapie che  danno solo modestissimi aumenti di sopravvivenza, magari con effetti collaterali pesanti? Esaminando i dati della letteratura, si evince che nell’ultimo mese di vita il 25-30 per cento dei  malati fa ancora una inutile chemioterapia e che il 70 per cento degli oncologi intervistati l’abbia somministrata almeno una volta, il 15 per cento più di una. Viene data con scarsa  convinzione, non si ha il coraggio di fermarsi, di dire al malato come stanno le cose e impostare precocemente cure palliative presentandole come comunque utili al governo della malattia. Spesso sono i parenti a spingere il medico a insistere e questi acconsente anche per non essere, a torto, accusato di «malpratice» sanitaria

Una preghiera ebraica recita: «Non lasciare che io muoia mentre sono ancora vivo». Non si deve morire prima del tempo, ma non è detto che la chemioterapia sia sempre la risposta giusta. Per «non morire prima del tempo», si può fare ancora molto se si regala umanità e si gioca la grandezza di una medicina umana che non solo «cura» ma si «prende cura» offrendo speranza, compassione e consolazione.  Una medicina che supporta e  cerca di rendere ancora «piena la vita» che resta, che attiva situazioni di normalità per malato e famiglia, che fa sparire il dolore e soprattutto non fa trattamenti inutili che si configurano come accanimento e per di più tolgono risorse a chi realmente ne ha bisogno. 

In oncologia si tende spesso a privilegiare la risposta del tumore, ma non è detto che se questo si riduce o sparisce  la qualità della vita migliori, vuoi per il disagio psicologico che la malattia comporta, vuoi per la pesantezza delle cure. Nelle fasi avanzate bisogna guardare al benessere globale del paziente, cosa peraltro indispensabile per tutto il periodo della sua storia clinica. 

Alberto Scanni
@AlbertoScanni



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