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Numero programmato a Medicina

Bastano i test per valutare gli aspiranti medici?

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Sicuramente la mia è una riflessione in controtendenza, ma le recenti osservazioni per l’ingresso alla Facoltà di Medicina inducono ripensamenti e approfondimenti.

Non si vuole negare l’aiuto che possono dare i quiz per attuare una selezione dei candidati, ma è altrettanto vero che l’operazione non permette una reale e approfondita valutazione dei soggetti che si avvieranno alla professione medica. Metodo nozionistico in uso ormai da tempo pure nelle nostre facoltà, copiato dagli Stati Uniti e introdotto (ahimè) routinariamente anche durante il corso di laurea per valutare gli studenti in occasione degli esami.

Ma come è possibile capire se uno è idoneo a fare medicina attraverso domande nozionistiche senza un approfondimento della sua personalità, delle sue sensibilità, delle attitudini verso questo o quel problema, della voglia di studiare, di ricercare? E soprattutto del perché vuole fare Medicina!

Non sono domande peregrine:nella mia attività professionale ho incontrato più di una volta “cervelloni” che all’atto pratico non si sono dimostrati buoni medici. E non è sempre detto che il 110 lode sia prerogativa a essere “bravo Dottore”. E’ necessario quindi anziché pedissequamente ritenere immutabili le attuali metodiche di ingresso, trovare soluzioni che realmente facciano fronte alla esigenza di cui sopra.

Mi domando perché invece di radunare tutti questi giovani in un aula per rispondere a quiz, non si organizzano momenti valutativi, per gruppi, chiamando alla collaborazione tutte le forze del settore sanità che operano nelle regioni, amplificando così il numero dei valutatori? Potrebbero entrare nel gioco gli Ordini dei medici, le Aziende ospedaliere, Istituti per le attività educative e formative delle regioni, le associazioni dei medici di famiglia, le società scientifiche, il tutto coordinato dalle facoltà di Medicina e Chirurgia. I candidati andrebbero riuniti in gruppi, antecedentemente l’avvio dei corsi e selezionati con questa task force sanitaria per capire fino in fondo, attraverso colloqui, le loro motivazioni e la loro idoneità. Sottoporli dunque ad una vera valutazione attitudinale che vada oltre l’aspetto nozionistico.

Utopie? Non credo, basta mettersi attorno a un tavolo, avere la voglia di collaborare, non avere pregiudizi e non aver paura di perdere primogeniture.



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