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L’ingiustizia che porta a morire di fame

Il controsenso era lì, sotto il sole dell’Africa: al mercato di Accra, capitale del Ghana, cumuli di recipienti di vetro e di plastica strabordavano dalle bancarelle

L’ingiustizia che porta a morire di fame

Il controsenso  era lì, sotto il sole dell’Africa: al mercato di Accra, capitale del Ghana, cumuli di recipienti di vetro e di plastica strabordavano dalle bancarelle, insieme col peggio che era stato prodotto nei Paesi del benessere. Articoli dozzinali che la produzione occidentale vende ai Paesi poveri, pardon, ai Paesi in via di sviluppo. Vedendo quello spettacolo, ho pensato che nel magico ventre dell’import-export c’era sicuramente la spiegazione. Che so, tonnellate di bacinelle di plastica rossa in cambio di caffè. Ma non ho potuto fare a meno di chiedermi se il collaudato modello di mercato binario è applicabile all’Africa senza rimorsi. Non sarebbe più logico favorire la produzione locale di ciò che serve alla vita quotidiana?

Non è che non ci si stia provando. Benemerite organizzazioni di volontariato fanno di tutto per diffondere iniziative di microeconomia, altri gruppi lavorano per insegnare mestieri, per creare una cultura dell’autonomia. Come in un famoso aneddoto, la strada maestra non è quella di regalare il pesce, ma di insegnare a pescare. Ma per riuscire nell’intento, c’è bisogno di uno sforzo poderoso e unitario, c’è bisogno di un cambio di mentalità  da parte del mondo sviluppato.

Davanti alla fame e alla morte di milioni di persone, è opportuno uscire dai percorsi standard come quello di stanziare aiuti economici. E’ storia vecchia e amara il problema dei miliardi che finiscono nelle tasche dei potentati locali, o vengono stornati nell’acquisto di armamenti.

Che fare, allora? La risposta, secondo me, è la promozione (reale, concreta, non a parole) di nuclei d’intervento sul posto. Emergency funziona? Emergency e altre organizzazioni fanno cose egregie? Bisogna formare e inviare nei Paesi della fame e delle guerra migliaia e migliaia di gruppi come questi.

Credo nell’utopia come forma di speranza “senza se e senza ma”, e affermo che ogni ospedale europeo dovrebbe avere come compito istituzionale l’invìo di medici e infermieri, che ogni Università europea dovrebbe inviare esperti in agricoltura, zootecnia, geologia, scienza delle costruzioni. E che ogni governo, al posto di ripetere i riti stanchi e inutili delle conferenze di esperti, dovrebbe mandare nei Paesi della fame gli uomini di scienza che hanno la competenza per agire in modo utile. Si può rendere potabile l’acqua, sfruttare meglio la natura dei terreni, usare le energie alternative, ottenere raccolti abbondanti, organizzare una sussistenza senza sprechi di cibo? La scienza ha già le risposte e si possono ascoltare nella Conferenza che la mia Fondazione organizza a Venezia nei prossimi giorni.

Facciamolo senza indugio. L’ingiustizia che porta a morire di fame una parte del mondo è come la mancanza della libertà:  anche se non ce ne rendiamo conto, colpisce tutti perché colpisce l’amore della vita.  

Umberto Veronesi



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