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Mandela: un grido di libertà e per la pace

La notizia che Nelson Mandela ha vinto ancora una battaglia, questa volta contro la malattia che lo ha portato alle soglie del non ritorno, mi ha riempito di una gioia immensa. E mi rammarica soltanto che non possa intervenire al prossimo appuntamento di Science for Peace, il congresso mondiale che ho voluto lanciare insieme a tanti scienziati per il movimento della pace e al quale l’avevo invitato il 15 novembre prossimo. Mi disse che solo il riacutizzarsi di un malanno polmonare (un doloroso ricordo degli anni trascorsi in galera, lo stesso che lo ha colpito poco tempo fa) gli impediva di “correre là dove si combatte per la pace”. Mi ricordo che ha detto proprio “correre”.

Mandela: un grido di libertà e per la pace

La notizia che Nelson Mandela ha vinto ancora una battaglia, questa volta contro la malattia che lo ha portato alle soglie del non ritorno, mi ha riempito di una gioia immensa. E mi rammarica soltanto che non possa intervenire al prossimo appuntamento di Science for Peace, il congresso mondiale che ho voluto lanciare insieme a tanti scienziati per il movimento della pace e al quale l’avevo invitato il 15 novembre prossimo. Mi disse che solo il riacutizzarsi di un malanno polmonare (un doloroso ricordo degli anni trascorsi in galera, lo stesso che lo ha colpito poco tempo fa) gli impediva di “correre là dove si combatte per la pace”. Mi ricordo che ha detto proprio “correre”.

“Non ti so dire la mia fortissima emozione. Balzai in piedi applaudendo, con tutti i congressisti. Ecco lì Nelson Mandela, un personaggio quasi leggendario. A riconfermare il suo impegno nella lotta all’Aids, e a dire umilmente di averne sottovalutato l’espansione in Sudafrica, quando era presidente.” Mi fece questo racconto un mio amico infettivologo, di ritorno dalla  conferenza internazionale sull’Aids che si svolse a Bangkok nel luglio del 2004. L’aveva colpito l’angosciata ammissione di Mandela, “un uomo vero, un uomo fino in fondo, capisci?”

L’uomo che con 27 anni di prigione durissima è risultato il vincitore morale della lunghissima battaglia contro  l’apartheid, diventando il primo presidente nero del suo Paese e adoperandosi per una riconciliazione che pian piano si sta realizzando. Uomo sorprendente e spiazzante, Mandela. Da Presidente, dette un ricevimento per le vedove dei politici che l’avevano imprigionato, e invitò a pranzo il magistrato che aveva proposto d’impiccarlo. Non l’aveva fiaccato passare in prigione un terzo della sua vita, e non in un carcere qualsiasi, ma nell’infame struttura di detenzione di Robben Island, dove le celle erano così piccole che un uomo non poteva nemmeno stendersi sdraiato, e dove i lavori forzati nelle cave di pietra estenuavano anche i più robusti. Potè incontrare la moglie per la prima volta solo dopo sei anni e potè abbracciare una figlia che aveva visto in fasce quando aveva sedici anni. In carcere leggeva, scriveva (aveva studiato legge), riusciva a raggiungere i suoi compagni di lotta dell’African National Congress, e fece conoscere al Sudafrica e al mondo intero la battaglia contro la minoranza bianca che negava ogni diritto ai neri.  Diceva che era meglio stare in prigione piuttosto che essere condannato, insieme a tutto il suo popolo, a “non essere“ per legge.

Mandela fu scarcerato nel febbraio del 1990, su pressione dell’opinione pubblica mondiale, che finalmente si ribellava allo scandalo del Sudafrica. Indimenticabile il film “Grido di libertà”, girato in memoria di Steve Biko, un attivista morto in carcere nel 1977, come tanti altri, i cui nomi chiudevano il film come un tragico epitaffio. All’indomani della scarcerazione di Nelson Mandela, i bianchi temevano stragi e vendette. Ma lui e il Presidente bianco Frederik Willem de Clerk  (entrambi premio Nobel per la pace) riuscirono nell’equazione impossibile di guidare il Paese verso la democrazia. Credo che la più grande ricompensa fu per Mandela vedere, nelle prime elezioni multirazziali del 1994, le lunghissime file di neri  che facevano la coda per votare. Mandela divenne Presidente non di un Paese, ma di una specie di miracolo. Un miracolo da rendere vero ogni giorno, giorno per giorno. “Non c’è nessuna strada facile per la libertà”, ripeteva.

Dovremmo tutti  ammirare quest’uomo coraggioso, determinato, modesto nell’animo e grande nei progetti. Il Canada, nel conferirgli la massima onorificenza, l’ha definito ”uno degli statisti più grandi e umani del secolo”. E’ vero, perché Nelson Mandela ha cambiato la nostra epoca. Ogni volta che si spezzano le catene, la Storia fa un balzo avanti.

Umberto Veronesi



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