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Neuroscienze

Cannabis dopo i 65 anni: cinque rischi da conoscere

I consumatori di cannabis anziani sono una minoranza, ma tutt'altro che inconsistente. Che sia un uso ricreativo o terapeutico, sarebbe bene parlarne col medico

Ci sono anziani che hanno conservato l’uso di “farsi una canna” come ai bei tempi, quando la marijuana fece il suo ingresso dirompente nelle mode giovanili sotto l’insegna “non fanno male, fanno sognare”. E c’è anche chi magari ha cominciato a fare uso di cannabis in tarda età, nella convinzione di controllare il dolore, alleviare il peso di qualche malattia.

Ma qual è l’effetto della cannabis in queste condizioni e in questa età? Dall’Università di Stanford (California, Usa) arriva un campanello di allarme. Anzi cinque. Tanti sono i punti su cui i medici informano e invitano a una riflessione critica, anche alla luce del fatto che nel Paese i consumatori di cannabis over 65 sono passati da meno dell’1% nel 2005 al 4,5% nel 2018.

SOSTANZE SEMPRE PIÙ POTENTI

Punto primo: “ai bei tempi” nella marijuana e nell’hashish che circolavano la concentrazione di Thc, vale a dire il principio psicoattivo, era molto più bassa rispetto ai prodotti che si trovano oggi. Negli anni ’70 il tetraidrocannabinolo presente in queste droghe variava tra l’1 e il 4 per cento mentre i fiori di cannabis legali oggi si aggirano sul 20 per cento, con alcuni ceppi che ne contengono anche il 35 per cento. Oltre ai prodotti sintetici.

È un cambiamento di cui non si ha consapevolezza, avvenuto via via nel tempo, silenziosamente. Ma a 65 anni e oltre queste sostanze che cosa provocano? I rischi complessivi additati dai medici californiani riguardano problemi di cuore, cadute, cedimenti della memoria, interazione dannosa con i farmaci che si prendono, e pure dipendenza.

VISITE TRIPLICATE AL PRONTO SOCCORSO

Molti anziani usano la cannabis nella speranza di trovare sollievo al dolore cronico, all’insonnia, all’ansia. Smita Das, professoressa associata di Psichiatria e di Scienze del comportamento, ricorda  non ci sono evidenze chiare in campo medico che marijuana e hashish servano a questo.

Uno studio canadese che ha messo a confronto le visite al pronto soccorso per intossicazione da cannabis edibile prima e dopo la legalizzazione nel Paese ha mostrato che, dopo, i casi sono quasi triplicati tra i pazienti con più di 65 anni. «Ci sono così tante formulazioni della cannabis e così diversi valori – nota la professoressa Das. – No, questa non è davvero la cannabis degli anni ‘70».

IN ITALIA

Secondo l’ultima Relazione presentata al Parlamento, nel 2025 fra coloro che si sono rivolti al pronto soccorso per problemi legati all’uso di droghe gli anziani erano una minoranza, ma tutt'altro che inconsistente. Il 4,8% degli uomini e il 13,9% delle donne avevano più di 65 anni.

UOMINI
% sul totale degli accessi al Pronto Soccorso
65-74 anni2,4%
≥ 75 anni2,4%
DONNE
% sul totale degli accessi al Pronto Soccorso
65-74 anni5%
≥ 75 anni8,9%
Accessi droga-correlati al Pronto Soccorso nel 2025 - Over 65 (Relazione annuale al Parlamento 2026)

DANNI AL CUORE, MA NON SOLO

Per i problemi cardiologici, i medici della Stanford segnalano che un uso regolare, continuato, della sostanza porta a un aumento del 29 per cento degli attacchi di cuore e di un 20 per cento degli ictus. Il professor Joseph Wu osserva che questi danni sono inferiori a quelli prodotti da un forte consumo di tabacco o di alcol, ma osserva anche che chi fa uso di cannabis spesso fuma o beve, o fa ambedue le cose. Con un effetto peggiorativo dato dalla combinazione dei fattori di rischio.

«Non ci sono dosi sicure di cannabis – afferma Joseph Wu. - Anche i consumi leggeri e occasionali appaiono associati a infiammazione vascolare». Altri medici sottolineano che sopra una certa età può verificarsi un peggioramento dei problemi cognitivi.

Si fa anche osservare che gli anziani hanno un metabolismo rallentato per cui la droga resta nel loro organismo più a lungo che nei giovani, dunque anche i suoi effetti durano di più. Con possibili interferenze con le normali terapie.

SFATATO IL MITO DELLA NON DIPENDENZA

Arrivando al terzo punto dei rischi legati all’uso della cannabis, gli specialisti di Stanford richiamano l’idea diffusa che la cannabis non dia dipendenza. Un mito di lunga durata. Ma ecco le implacabili statistiche degli scienziati: circa il 30 per cento di chi consuma marijuana o hashish regolarmente sviluppa un disturbo da uso di cannabis. La gravità varia in base all’impatto che questo disturbo ha nella vita della persona, nelle sue relazioni e senso di responsabilità, se spinge a isolarsi o se richiede nel tempo dosi sempre maggiori.

USO TERAPEUTICO: GRANDI SPERANZE, POCHE EVIDENZE

Il quarto punto riguarda l’uso terapeutico della cannabis. I medici californiani precisano che la Food and Drug Administration non ha mai approvato l’uso di questa sostanza per trattamenti medici. Ha riconosciuto l’impiego di alcune sue sostanze per specifiche situazioni. Lo stesso vale per la regolamentazione italiana, con l’autorizzazione ad alcuni prodotti a base di THC e CBD, dietro prescrizione medica, per trattare alcuni disturbi, fra cui i problemi di nausea e inappetenza per chi è in chemioterapia (ma non è considerata l’opzione più efficace).

CHIEDERE SEMPRE CONSIGLIO AL MEDICO

Questo quarto segnale di allarme è un richiamo a non illudersi sulla portata degli effetti dei derivati della cannabis, e a non comportarsi con leggerezza a questo riguardo.

Ed eccoci all’ultimo avvertimento: le persone anziane dovrebbero parlare apertamente col medico prima di intraprendere la via delle cosiddette “droghe leggere”. E quanti di loro già ne fanno uso dovrebbero riferirlo spontaneamente quando si presentano per una visita di controllo. Obiettano alcuni medici: quando mi trovo davanti una persona di più di 65 anni le chiedo se fuma, se beve, ma non mi viene da chiederle se fa uso di cannabis perché in quella fascia di età resta comunque un’abitudine rara. Sia, dunque, il paziente a svelarsi e a chiedere consiglio.

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