Le terapie oncologiche non si fermano con l’arrivo dell’inverno. Ogni anno, anche nei mesi più freddi, migliaia di persone affrontano un percorso di cura che può includere chemioterapia, radioterapia o terapie innovative. Ma se già durante il resto dell’anno gli effetti collaterali possono essere impegnativi, freddo, sbalzi di temperatura e malanni di stagione possono rappresentare un ostacolo in più. Ascoltiamo i consigli del professor Nicola Silvestris, Segretario nazionale Associazione Italiana Oncologia Medica (AIOM), per vivere l’inverno, e la montagna, in sicurezza.
ATTENZIONE ALLA NEUROPATIA
L’esposizione al freddo non è una controindicazione assoluta per chi è in cura, ma richiede prudenza. Durante la chemioterapia l’organismo può risultare più vulnerabile e alcuni effetti collaterali possono accentuarsi.
Uno dei più importanti è la neuropatia periferica indotta da chemioterapia, una complicanza relativamente frequente legata all’uso di farmaci neurotossici. Si manifesta spesso con la classica distribuzione “a calza e guanto”, con sintomi come formicolio, intorpidimento, riduzione della sensibilità alle mani e ai piedi, e talvolta dolore neuropatico intenso. In alcuni casi può comparire anche debolezza muscolare e difficoltà nei movimenti più fini.
Il rischio tende ad aumentare con la dose cumulativa, quindi con il numero di cicli effettuati, ed è più elevato in presenza di condizioni predisponenti come diabete, abuso di alcol o neuropatie pregresse.
IL CASO PARTICOLARE DELL’OXALIPLATINO
Un aspetto importante riguarda i chemioterapici a base di platino, in particolare oxaliplatino, per il quale la neuropatia può essere scatenata proprio dall’esposizione al freddo. Non si tratta soltanto della temperatura esterna, anche bere o mangiare alimenti molto freddi può provocare sintomi improvvisi come spasmi faringolaringei (sensazione di “nodo alla gola”), formicolii intorno alla bocca, crampi mandibolari o la percezione di “scosse elettriche” alle estremità.
In questi casi è consigliabile evitare non solo il freddo intenso, ma anche bevande ghiacciate e cibi appena tolti dal frigorifero.
AUMENTA IL RISCHIO DI INFEZIONI
Durante alcuni trattamenti oncologici, in particolare chemioterapia e terapie che influenzano il midollo osseo, può verificarsi una riduzione temporanea delle difese immunitarie. Questo rende più facile contrarre infezioni respiratorie tipiche della stagione fredda, come influenza e altre virosi.
Anche chi ha concluso le terapie da poco può essere più fragile rispetto alla popolazione generale: la ripresa completa richiede tempo e molti pazienti sperimentano la cosiddetta fatigue oncologica, una stanchezza persistente che può rendere più difficile affrontare giornate rigide o sbalzi termici. Per questo motivo è utile evitare esposizioni prolungate al freddo, proteggersi adeguatamente e prestare attenzione ai primi sintomi respiratori. Può essere utile valutare con il medico l’opportunità di vaccinazioni come l'antinfluenzale e l'antipneumococcica.
MONTAGNA SÌ, MA CON BUON SENSO
Trascorrere del tempo in montagna non è vietato ai pazienti oncologici, ma è importante valutare le proprie condizioni cliniche. In generale, quote moderate (600–1.000 metri) sono ben tollerate, e anche soggiorni sotto i 1.500 metri non rappresentano un problema per chi sta bene e non presenta effetti collaterali significativi.
A quote più elevate, però, la pressione atmosferica diminuisce e con essa anche la quantità di ossigeno disponibile: è la cosiddetta ipossia ipobarica. In un soggetto sano il corpo compensa aumentando la frequenza cardiaca e respiratoria, ma nei pazienti oncologici questi meccanismi possono essere meno efficienti.
Devono prestare particolare attenzione:
- pazienti con anemia severa
- pazienti con tumori polmonari o metastasi polmonari
- pazienti con metastasi cerebrali o patologie neurologiche
- pazienti con cardiopatie
- pazienti in terapia con farmaci anti-angiogenetici, che possono aumentare la pressione arteriosa.
IDRATARSI È FONDAMENTALE
Un altro aspetto da considerare è il rischio trombotico. Alcuni tumori e alcune terapie aumentano la predisposizione a trombosi venosa. In montagna la disidratazione è più frequente (anche perché si avverte meno sete), e viaggi lunghi in auto o treno possono aumentare ulteriormente il rischio.
Il consiglio è semplice: bere regolarmente e muoversi spesso, anche durante il viaggio.
QUALI ATTIVITÀ INVERNALI SCEGLIERE
L’attività fisica è un alleato prezioso anche durante e dopo un percorso oncologico. Diversi studi dimostrano che muoversi regolarmente può migliorare la qualità della vita e ridurre stanchezza e dolore articolare, con benefici anche sull’umore e sulla capacità cardiovascolare.
Camminate, passeggiate e ciaspolate sono generalmente ben tollerate se praticate con gradualità. Le ciaspolate, in particolare, sono un’attività aerobica moderata e a basso impatto, utile per riprendere movimento senza sovraccaricare le articolazioni. Sci e snowboard, invece, richiedono maggiore prudenza perché comportano un rischio più alto di cadute e traumi.
OSTEOPOROSI E FRAGILITÀ OSSEA
Un tema spesso trascurato è infatti la fragilità ossea. Alcuni pazienti oncologici hanno un rischio aumentato di osteoporosi, ad esempio:
- donne con tumore al seno in terapia con inibitori dell’aromatasi
- uomini con tumore alla prostata in terapia di deprivazione androgenica
- pazienti in terapia prolungata con cortisonici.
In questi casi le ossa possono diventare più fragili e anche una caduta apparentemente banale può provocare fratture. Prima di praticare sport con rischio traumatico può essere utile valutare la densità ossea con una MOC, in accordo con l’oncologo.
Massima cautela è necessaria anche nei pazienti con metastasi ossee, perché le lesioni possono indebolire la struttura dell’osso e aumentare il rischio di fratture patologiche.
OCCHIO AL SOLE, ANCHE IN INVERNO
Anche in pieno inverno, la montagna può esporre a un’irradiazione solare particolarmente intensa. Questo accade perché con l’aumentare della quota cresce anche l’esposizione ai raggi ultravioletti. Ogni 1.000 metri di altitudine l’intensità dei raggi UV aumenta sensibilmente, rendendo possibile scottarsi anche quando la temperatura esterna è molto bassa. A rendere la situazione ancora più insidiosa è la presenza della neve, che funziona come uno specchio naturale: può infatti riflettere fino all’80% della radiazione UV, amplificando l’esposizione soprattutto su viso, labbra e occhi.
Un errore frequente è pensare che in inverno il sole sia “più debole” o che il rischio di scottature sia limitato alle giornate limpide. In realtà, anche con cielo coperto o nebbia una parte importante delle radiazioni UV riesce a filtrare, e in montagna l’effetto complessivo può essere paragonabile a quello estivo, se non superiore. Per questo motivo la protezione solare è fondamentale anche durante sci, ciaspolate o semplici passeggiate.
I TRATTAMENTI FOTOSENSIBILIZZANTI
Per i pazienti oncologici l’attenzione deve essere ancora maggiore. Molti trattamenti, incluse alcune chemioterapie e diverse terapie mirate, possono infatti rendere la pelle più fragile e reattiva. Farmaci come taxani, fluoropirimidine, antracicline, ma anche molecole di nuova generazione come gli inibitori di EGFR o quelli diretti contro BRAF, possono aumentare la fotosensibilità cutanea, favorendo reazioni più intense rispetto alla norma. Le conseguenze possono andare da un semplice eritema fino a vere e proprie ustioni o reazioni fototossiche, con arrossamento, dolore e desquamazione. In alcuni casi queste manifestazioni possono diventare così fastidiose da interferire con la continuità della terapia. Inoltre, la fotosensibilizzazione può persistere anche per alcune settimane dopo la fine del trattamento, motivo per cui la prudenza deve continuare anche nel periodo successivo.
Un discorso a parte riguarda la radioterapia. In questo caso la sensibilità è localizzata soprattutto nella zona trattata, dove la cute e i tessuti sottostanti restano più delicati e vulnerabili. La pelle irradiata può mantenere un’elevata reattività per mesi e, se esposta al sole, può sviluppare irritazioni, discromie o infiammazioni persistenti. Per questo è consigliabile evitare l’esposizione diretta della zona irradiata e proteggerla con particolare attenzione anche a distanza di tempo.
SOLE E CONSIGLI UTILI
Le creme solari devono essere di qualità e ad altissima protezione. Per i pazienti oncologici è raccomandato sempre SPF 50+, con protezione dai raggi UVB e UVA (indicati in etichetta come “ad ampio spettro” o con il simbolo UVA cerchiato). Durante la terapia, soprattutto in caso di pelle particolarmente sensibile, possono essere preferibili formulazioni con filtri fisici o minerali, come ossido di zinco e biossido di titanio, generalmente meno irritanti.
Un errore molto comune è applicarne troppo poca. Per viso e collo serve circa l’equivalente di un cucchiaino da tè. In montagna, tra vento e freddo, è consigliabile riapplicarla ogni 90 minuti. Attenzione anche alle zone spesso dimenticate ma molto esposte: orecchie, naso, labbra, collo, dorso delle mani e cuoio capelluto, soprattutto in caso di capelli radi.
La crema, però, non basta, e l’abbigliamento resta la prima difesa. Meglio scegliere indumenti coprenti e tessuti a trama fitta, insieme a guanti, cappello e occhiali da sole. Nelle ore centrali (11-15), quando l’irradiazione è massima, è preferibile limitare l’esposizione e programmare le attività al mattino o nel tardo pomeriggio.
Infine, è utile controllare regolarmente la pelle, monitorando eventuali cambiamenti dei nei secondo la regola ABCDE. Anche gli occhi vanno protetti: la neve riflette intensamente la luce e rende indispensabili occhiali con filtri UV certificati.

















