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Oncologia

Il sommacco e il melanoma: la ricerca parte da una pianta mediterranea

Anna Calabrò studia il sommacco, una pianta ricca di polifenoli e flavonoidi, per comprenderne gli effetti sul sistema immunitario e sulle cellule tumorali

Studiare le proprietà di una pianta utilizzata da secoli nella tradizione mediterranea per capire se possa diventare un'alleata nella lotta contro il melanoma. È questo l'obiettivo del progetto di ricerca portato avanti da Anna Calabrò, ricercatrice sostenuta dalla Fondazione Veronesi, che lavora presso il Laboratorio di Immunopatologia e Immunosenescenza dell'Università degli Studi di Palermo, guidato dalla professoressa Giuseppina Candore. Il lavoro si concentra sul sommacco (Rhus coriaria), una pianta ricca di polifenoli e flavonoidi, con l'obiettivo di comprenderne gli effetti sul sistema immunitario e sulle cellule tumorali.

Come nasce l'idea di questo progetto?

L'idea nasce dall'incontro di due filoni di ricerca: da una parte lo studio dell'immunità e dell'infiammazione, che svolgono un ruolo centrale sia nell'invecchiamento sia nello sviluppo dei tumori; dall'altra il crescente interesse verso i composti naturali con potenziale terapeutico.

Ci siamo concentrati sul sommacco (Rhus coriaria Linn), una pianta tipica dell'area mediterranea, ricca di polifenoli e flavonoidi. È conosciuto anche come "Lemon from God" per le sue caratteristiche aromatiche e per la presenza di composti come il limonene. Nonostante sia utilizzato da tempo in ambito alimentare e nella medicina tradizionale, le sue possibili proprietà antitumorali sono ancora poco studiate, soprattutto nei confronti di tumori aggressivi come il melanoma. Da qui è nata l'idea di indagarne il potenziale, integrando nutraceutica, immunologia e oncologia.

Perché avete scelto proprio il melanoma?

Il melanoma rappresenta ancora oggi una sfida importante. È un tumore molto aggressivo, capace di sviluppare resistenza alle terapie e di eludere il controllo del sistema immunitario. C'è quindi bisogno di strategie terapeutiche sempre più efficaci ma anche meno tossiche.

I composti naturali sono particolarmente interessanti perché spesso agiscono contemporaneamente su diversi meccanismi biologici e, in molti casi, presentano una tossicità inferiore rispetto ai farmaci tradizionali. Il sommacco, grazie alle sue proprietà antiossidanti, antinfiammatorie e potenzialmente immunomodulanti, rappresenta un candidato promettente.

Quali sono le domande scientifiche a cui volete rispondere?

Vogliamo capire innanzitutto se il sommacco sia in grado di colpire selettivamente le cellule tumorali senza danneggiare quelle sane, in particolare le cellule del sistema immunitario.

Ci chiediamo inoltre se possa modulare favorevolmente la risposta immunitaria, indurre la morte delle cellule tumorali attraverso meccanismi ancora poco esplorati e quali siano i composti responsabili di questi effetti.

Come si svilupperà il progetto?

In una prima fase studieremo l'effetto degli estratti di sommacco su cellule immunitarie umane ottenute da donatori sani, per individuare concentrazioni sicure e valutarne gli effetti antinfiammatori e antiossidanti.

Successivamente analizzeremo gli stessi estratti su cellule di melanoma, verificando se siano in grado di ridurne la vitalità, limitarne la migrazione e indurne la morte. Un aspetto particolarmente interessante sarà lo studio dei meccanismi molecolari coinvolti, compresi percorsi alternativi di morte cellulare, come la paraptosi, che potrebbero contribuire a superare la resistenza alle terapie oggi disponibili.

Quali prospettive apre questa ricerca?

Se i risultati saranno confermati, questo studio potrà ampliare le conoscenze sulle interazioni tra composti naturali, sistema immunitario e cellule tumorali.

Nel lungo periodo potrebbe contribuire allo sviluppo di terapie complementari basate su fitocomposti, capaci di aumentare l'efficacia dei trattamenti già disponibili, ridurne gli effetti collaterali e contrastare la comparsa di resistenze. È anche un progetto che valorizza una risorsa naturale del territorio, il sommacco siciliano, con possibili ricadute sia scientifiche sia culturali.

Durante il dottorato hai trascorso un periodo di ricerca all'estero. Che esperienza è stata?

Molto importante. Grazie al programma Erasmus+ for Traineeship ho trascorso quasi sei mesi all'Università di Cordova, presso l'Instituto Maimónides de Investigación Biomédica de Córdoba (IMIBIC), lavorando su un altro composto naturale, l'oleocantale derivato dall'olio d'oliva, studiandone gli effetti sulle cellule del sistema immunitario.

Volevo mettermi alla prova in un ambiente nuovo, confrontarmi con metodologie diverse e conoscere un contesto internazionale. Credo che fare ricerca significhi anche questo: uscire dalla propria zona di comfort, aprirsi a nuove idee e imparare da realtà differenti.

Che cosa ti ha lasciato questa esperienza?

Mi ha fatto crescere sia come ricercatrice sia come persona. All'inizio non è stato semplice: una nuova lingua, nuove abitudini e un diverso modo di lavorare richiedono capacità di adattamento. Ma sono proprio queste difficoltà a diventare il valore più grande dell'esperienza. L'Italia mi è mancata, soprattutto per gli affetti e per il legame con la mia terra. Allo stesso tempo, la distanza mi ha aiutato ad apprezzare ancora di più le mie radici.

Perché è importante sostenere la ricerca scientifica?

Donare alla ricerca significa contribuire concretamente al progresso della medicina e alla possibilità di migliorare la vita di molte persone. Anche un piccolo gesto può diventare un tassello fondamentale per sviluppare nuove terapie o strumenti diagnostici sempre più efficaci. È un atto di grande generosità che sostiene il lavoro dei ricercatori, ma soprattutto offre nuove speranze ai pazienti. Investire nella ricerca significa investire nella salute e nel futuro di tutti.

Che cosa vorresti dire ai donatori della Fondazione Veronesi?

Vorrei semplicemente dire grazie. Chi sceglie di sostenere la ricerca entra a far parte di un percorso che produce benefici concreti per l'intera collettività. Molte persone usufruiscono ogni giorno dei risultati della ricerca, spesso senza rendersene conto. Ogni contributo, anche il più piccolo, aiuta a rendere possibile questo progresso e rappresenta un investimento nel futuro della salute di tutti.

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