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Oncologia

Tumore del pancreas: daraxonrasib raddoppia la sopravvivenza

Presentati ad ASCO i dati di fase III su daraxonrasib: nella malattia metastatica il farmaco ha raddoppiato la sopravvivenza rispetto alla chemioterapia. Un risultato tra i più importanti degli ultimi anni per un tumore rimasto a lungo senza vere novità, ma non una cura definitiva

Per il tumore del pancreas metastatico arriva finalmente uno dei risultati più importanti degli ultimi anni. Al congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) sono stati presentati i dati di fase III su daraxonrasib, farmaco capace di agire su RAS, una delle alterazioni più frequenti e più difficili da aggredire in questa malattia.

Nei pazienti già trattati con una prima linea di terapia, daraxonrasib ha migliorato in modo netto la sopravvivenza rispetto alla chemioterapia standard. Il dato più immediato riguarda la sopravvivenza a un anno: il 53,2% dei pazienti trattati con il nuovo farmaco era in vita contro il 17,3% di quelli trattati con chemioterapia.

Un risultato storico che deve però essere contestualizzato: daraxonrasib non rappresenta la cura definitiva per il tumore del pancreas, ma segna l’inizio di una nuova stagione per i farmaci diretti contro RAS. Dopo anni di tentativi senza successo, colpire uno dei principali motori biologici della malattia si è tradotto in un beneficio clinico concreto.

IL TUMORE DEL PANCREAS

Il tumore del pancreas è una delle neoplasie più complesse da trattare. In Italia si registrano ogni anno circa 15 mila nuovi casi e, nonostante alcuni progressi, la prognosi resta ancora oggi impegnativa rispetto ad altri tumori.

La maggior parte dei tumori origina dalla componente esocrina del pancreas, responsabile della produzione degli enzimi digestivi. A rendere difficile il trattamento è soprattutto la biologia della malattia. Spesso la diagnosi arriva quando il tumore è già in fase avanzata. Anche quando appare localizzato, possono essere presenti cellule tumorali in circolo, non rilevabili con gli esami.

Solo una minoranza dei pazienti arriva alla diagnosi con una malattia operabile. In questi casi la chirurgia rappresenta il passaggio centrale, ma da sola non è sufficiente a controllare la malattia nel tempo. Per questo, quando le condizioni cliniche lo permettono, al trattamento chirurgico si associa la chemioterapia, prima o dopo l’intervento.

Nelle forme avanzate o metastatiche, invece, la chemioterapia resta il trattamento principale. Dopo la progressione a una prima linea, però, le possibilità terapeutiche sono limitate. In questo contesto, le cure disponibili offrono in genere una sopravvivenza libera da progressione di 3-4 mesi e una sopravvivenza globale di 6-7 mesi. È dentro questo scenario che vanno letti i risultati ottenuti con daraxonrasib.

IL BERSAGLIO RAS

RAS è da decenni uno dei bersagli più studiati in oncologia. Quando è alterata, questa famiglia di proteine può sostenere la crescita del tumore e renderla più difficile da controllare.

Nel tumore del pancreas le mutazioni di RAS, soprattutto di KRAS, sono presenti in oltre il 90% dei casi. Per molto tempo, però, colpire direttamente RAS è stato considerato quasi impossibile. La proteina non offriva punti di aggancio semplici per lo sviluppo di farmaci mirati.

Negli ultimi anni questo limite ha iniziato a essere superato. Daraxonrasib appartiene a questa nuova fase della ricerca: è un farmaco orale progettato per bloccare la forma attiva di RAS. Non agisce quindi come una chemioterapia, ma su uno dei motori biologici della malattia.

LO STUDIO PRESENTATO AD ASCO

Lo studio RASolute 302 ha coinvolto 500 pazienti con tumore del pancreas metastatico. Erano persone in cui la malattia aveva già ripreso a crescere dopo una prima terapia. Una parte ha ricevuto daraxonrasib, l’altra la chemioterapia standard.

L’obiettivo era capire se il nuovo farmaco potesse far vivere più a lungo i pazienti e tenere ferma la malattia per più tempo.

Il primo risultato ha riguardato la sopravvivenza: con la chemioterapia, la metà dei pazienti era viva a circa 6-7 mesidall’inizio della seconda linea. Con daraxonrasib questo tempo è salito a 13 mesi. Il nuovo farmaco ha dunque portato la sopravvivenza mediana — il tempo dopo il quale metà dei pazienti è ancora in vita — da circa sei mesi e mezzo a oltre un anno.

Il dato più immediato è quello a dodici mesi. A un anno dall’inizio della terapia era vivo il 53,2% dei pazienti trattati con daraxonrasib, contro il 17,3% di quelli trattati con chemioterapia. Detto in modo ancora più semplice: più di un paziente su due era vivo con daraxonrasib, contro meno di uno su cinque con la chemioterapia.

Il vantaggio si è visto anche sul controllo della malattia. Con la chemioterapia il tumore ricominciava a crescere, in mediana, dopo circa 3 mesi e mezzo. Con daraxonrasib dopo circa 7 mesi. Anche qui il tempo è risultato circa doppio.

L’INIZIO DI UNA NUOVA FASE

Il dato presentato ad ASCO non rappresenta affatto un punto di arrivo. Per anni RAS è stato considerato un bersaglio quasi impossibile da colpire. E proprio per questo il tumore del pancreas è rimasto a lungo fuori dalla stagione delle terapie mirate che ha cambiato la cura di altre neoplasie.

Daraxonrasib ha mostrato che questa barriera può essere superata. Non significa avere trovato la cura definitiva, perché la malattia resta complessa e non tutti i pazienti rispondono. Ma se sino a oggi non c’era quasi nulla contro uno dei principali motori biologici del tumore del pancreas, ora cominciano ad arrivare farmaci capaci di colpirlo.

È probabilmente questo l’aspetto più rilevante del risultato: non solo il beneficio osservato nello studio, ma l’apertura di una strada. Nei prossimi anni altri inibitori di KRAS e RAS, da soli o in combinazione con chemioterapia, immunoterapia o altri farmaci mirati, potrebbero ampliare ulteriormente le possibilità di trattamento.

COSA CAMBIA ORA PER I PAZIENTI?

Cosa cambia ora per i pazienti? Negli Stati Uniti qualcosa si sta già muovendo. Revolution Medicines, l’azienda che sviluppa daraxonrasib, ha avviato un programma di accesso allargato autorizzato dalla Food and Drug Administration. In attesa dell’eventuale approvazione formale, il farmaco potrà quindi essere messo a disposizione gratuitamente per alcuni pazienti selezionati.

In parallelo, l’azienda sta preparando la richiesta di autorizzazione alla FDA. Il percorso potrebbe essere rapido, anche perché daraxonrasib ha ottenuto una procedura di valutazione accelerata. Questo non significa che il farmaco sia già approvato, ma indica che negli Stati Uniti l’iter regolatorio è già entrato in una fase avanzata.

In Europa la situazione è diversa. Daraxonrasib ha ottenuto dall’Agenzia europea dei medicinali lo status di farmaco orfano, un riconoscimento importante per terapie sviluppate in malattie rare o con forte bisogno clinico. Ma non è un’autorizzazione all’uso. Al momento il farmaco non è disponibile nella pratica clinica europea e italiana.

Lo studio ha coinvolto anche centri italiani, tra cui Istituto Europeo di Oncologia e Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, Istituto Oncologico Veneto di Padova e Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana. Per arrivare ai pazienti serviranno però ancora diversi passaggi: valutazione dell’EMA, eventuale autorizzazione europea e poi, in Italia, il percorso per prezzo e rimborsabilità.

L’ipotesi, se il dossier procederà senza rallentamenti, è un possibile via libera europeo nel 2027.

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